[Sonos ‘e memoria]

Arrampicarsi.

Veloci.

Scale su scale su scale che manco le torri di San Siro, divorate di corsa per compensare l’attesa fuori che rischiava di essere inutile, ma non lo è stata. La fortuna aiuta i testardi, quelli che non la danno vinta a un errore di comunicazione, a un “ingresso libero” che presuppone una prenotazione rimasta nella penna del tipografo. Quelli che se ne fregano della poltrona imbottita, quelli a cui basta un gradino nel buio di una balconata costruita male, perchè quello che succede nella prima metà del palco non lo si vede. Fortuna che non ci succede nulla.

L’eco delle parole va dissolvendosi nell’aria ancora poco respirata del teatro lirico quando il buio si fa più buio, illuminato appena dal maxischermo che pare il gigantesco oblò di un Nautilus diretto verso chissà quali meraviglie. Quattro uomini nell’angolo in alto a sinistra intonano un coro severo, custodi della chiave di volta che aprirà le porte di una lampada di Aladino musicale a forma di nuraghe.

Trattengo il fiato, mi chiedo se non sia stato un atto di prepotenza trascinare qui il mio compaño di gradino, lui che atlantideo non è e potrebbe giustamente non essere toccato da questo senso d’appartenenza forte al di là di tutto, nè dalla voglia ardente di condividerlo. Ma ogni dubbio si scioglie a sentire il suo applauso dopo il primo giro di launeddas. Mani partite di getto, come un orgasmo trattenuto a lungo e finalmente liberato. E mi sento ancora più fiera, completamente fiera, di essere parte di ogni più piccola sensazione che da quella musica e da quelle immagini scaturisce. Scorrendo il suo blog, dopo, mi renderò conto della potenza evocativa di entrambe, e di come questa potenza sia capace di fissarsi in fotogrammi sensoriali personalizzati.

Io ho sentito i pomeriggi delle estati afose, erba verso l’essicazione, crepe nel terreno arido, frinire di insetti, ombra sotto alberi antichi, pace totale consacrata nell’ozio, nelle note del bandoneon. Dialoghi schizofrenici nell’alternarsi dell’archetto sul violoncello. Lamenti di un mondo conservato intimamente in epoche vissute in altre vite, nella voce di Elena di Altantide, pietra austera, eterna, virile e giocosa nelle architetture vocali dei quattro di Santulussurgiu. Ho sentito acqua gocciolare e costruire ritmi, nella miriade di strumenti percuotibili e pizzicabili, ho sentito canne vibranti offrire e richiamare cadenze popolari di una lingua diversissima da sè stessa, cadenze che ho nel sangue e che attraverso il sangue mi portano movimento, danzante, incessante, il gradino buio della balconata che riscatta il suo ruolo di aia, sabbia, selciato, granito su cui far muovere i piedi, le mani, la spina dorsale.


Fino al suono magico di colui che non si offenderà se tempo addietro l’ho battezzato “il pifferaio”, il mondo la sua Hammelin, partendo da Berchidda. E’ il suono di quella tromba che apre gli orizzonti, un volo senza confini, di tempo, di spazio. Riempie il naso di profumi, macchia mediterranea, pelle scaldata dal sole e dal sale, salsedine, libertà. Lo sguardo che abbraccia ondate di visi familiari che si affacciano dai muretti a secco, che spuntano dalle berrittas, a cui il bianco e nero non toglie colore.

Un’emozione intensa fa luccicare gli occhi, ma non una lacrima viene versata.

Solo le dita continuano a muoversi, tenendo il ritmo di questi passaggi di tempo.

Tempo non finito, racchiuso nell’incavo aperto del golfo in un tramonto rosato, nel fumo di una sigaretta che si scioglie in spirali azzurrognole, nei riflessi dorati di un’Ichnusa gelata, a placare arsure successive a quelle appena placate, vivo e mobile nei suoni della memoria.

 

 

 

 

 

 

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One thought on “[Sonos ‘e memoria]

  1. utente anonimo ha detto:

    l’ichnusa!!!!
    che bbbona!
    un bacio
    *agne*

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