[un uomo da sposare]

 

Wellington, qualche giorno dopo il nostro arrivo, ormai quasi due mesi fa.

La quiete della mia doccia (canzoni portuensi inframmezzate da sospiri libidinosi o acuti solisti ogni volta che il getto d’acqua becca qualche parte sensibile) viene improvvisamente turbata da Kobayashi, che irrompe nel bagno brandendo una rivista patinaterrima.

Ho scoperto da dove Sandip ha preso l’ispirazione per questa casa!”, decifro leggendo il labiale attraverso l’acqua.

A-ha, ce la ghignamo. Ecco dov’era il trucco!

Ma ci vuol altro per farmi uscire dall’acqua anzitempo.

Passo da uno dei bagni più belli in cui mi sia mai capitato di sguazzare al soggiorno dei miei sogni, solo pareti di vetro a picco su una baia del Pacifico.

Kobayashi è ancora lì che se la ghigna.

Butto un occhio sulla foto di una cucina superaccessoriata vista mare.

Alzo l’altro per confrontarla con quella che ho davanti e sbotto con aria da intenditrice:

Non è che ha preso ispirazione, è proprio ugua…”

Non è che Sandip ha preso l’ispirazione.

È la *sua* cucina quella immortalata sul numero di Luglio di “Case come queste potete solo sognarvele (miserabili pezzenti)”.

Prima di arrivare a Wellington avevo incontrato Sandip una volta sola. Ad Atlantid City, alla “Fattoria”. Lui, io, MagicaSondra e la sua amica Elisabetta, e una dozzina di donne che ce lo invidiava dai tavoli intorno.

Dopo quella sera il nostro unico contatto è consistito nel fare la ola davanti al suo nome che scorreva lungo i titoli di coda del “Signore degli anelli”.

Perciò, quando Sondra mi ha inoltrato la sua mail in cui si diceva ben felice di ospitare me e Kobayshi in NZ, son rimasta senza parole. :confuuuuuusaefeliiiceeee:

Ancora più quando, prendendo accordi per il nostro arrivo, mi ha sconsigliato di noleggiare una macchina. Tanto ne ho una in più, potete usare quella, se volete.

Geee.

Per non perder tempo, chiedo a Gustavo di ordinare il materiale per il monumento.

L’arrivo a Villa Sandip è stato da oscar.

(ho detto oscar, non Oscar, Generale. Riponga la mutanda di vetrocemento)

Lui impossibilitato a venirci a prendere.

Noi reduci da un Auckland-Wellington in notturna, su un autobus che ha fatto tutte le fermate che il treno di De Gregori non fa più neanche per pisciare.

Nessuno che sembri conoscere la zona dove abita il nostro uomo.

Tranne l’autista del 22, l’autobus della zona, un donnone maori che continua a dirci di star seduti, tanto saremo gli ultimi a scendere.

Arrivati in cima alla nostra via, ci chiede a che civico dobbiamo scendere. E si mette ad andare a passo d’uomo per leggere i numeri con noi.

167!

Tempo di reazione + frenata = l’autobus si ferma venti metri più avanti.

E l’autista fa retromarcia con tutto il pullman, per venti metri, solo per non farci sbattere ulteriormente con i bagagli.

Mi sa che abbiamo sbagliato pianeta.

Essendo i citofoni ancora di là dall’essere inventati, a Kiwilandia, ci diamo alla bussata, prima discreta, poi via via più spinta, visto che il ragazzo, a quanto pare, ha il sonno pesante.

Lo zero più assoluto.

In compenso riusciamo ad attirare l’attenzione di mezzo vicinato. Tutti ci assicurano che Sandip è in casa, segnale inequivocabile: la macchina parcheggiata.

Ci riattacchiamo alle nocche.

La vicina più vicina fa in tempo ad accompagnare i bambini a scuola che noi siamo ancora lì. E decide di farci vedere come bussa una neozelandese.

Ora, se Sandip fosse morto, dopo quel bussare sarebbe sicuramente risorto. Invece, a dispetto di tutto, continua a dormirsela della grossa, mentre fuori da casa sua scatta il totoSandip: ha fatto tardi ieri notte e ora dorme; è tornato a casa ubriaco marcio e ora capta solo un bussare lontano attraverso i fumi dell’alcol; ha passato la notte con una donna sposata e ora i due fedifraghi temono ci sia il marito alla porta; varie ed eventuali.

La vicina, impietosita, ficca i nostri bagagli in casa sua, si carica ‘sti due pellegrini in macchina e, visto che deve andare a prendere il caffè da un amico, ci porta con sé. E i due pellegrini si ritrovano in casa di un olandese asiatico che racconta che Peter Jackson (in un lapsus esilarante diventato Michael Jackson), che abita due case più in là, fa l’albero di Natale in giardino e – pensino, siore e siori – da Dicembre non l’ha ancora smontato!

Appurato che, nonostante le similitudini, Peter Jackson e Kobayashi non sono parenti, l’olandese ci presta un telefono per scoprire che ne è stato del povero Sandip.

Risponde allegramente, il vigliacco: dall’ufficio.

Ci aveva avvisato del cambio di programma con una mail difficile da leggere dall’autobus…

E’ iniziato così il nostro tempo a Wellington, ospiti di questo affascinante personaggio che nasconde tutte le cose preziose, dal telefono di casa al profumo di Gai Mattiolo, in un armadio a muro; che prepara da sé la pasta in casa e la condisce col pesto fatto da lui, cosa che gli ha fruttato più di una proposta di matrimonio sia da me che da Kobayashi; che ha una casa spettacolare fatta più di vetro che di mura (cosa che ha permesso al vicinato e ai passanti di ammirare i suoi incauti ospiti ignudi in tutte le salse), che incassa il vento fortissimo ondeggiando e i cui vetri sono fatti di un materiale speciale, lo stesso degli Shuttle.

Un personaggio stupefacente, il cui nonno – a propoli di vento – una volta che si trovava da lui in visita a momenti volava via dalla collina come un aquilone sikh, con tanto di barba e turbante.

Un personaggio straordinario, che ci ha infiltrato a una cena messicana a casa del suo amico Mike, dal quale ci si trova tutti i Martedì; che ci ha fatto conoscere Peta, una delle donne più affabili e divertenti del mondo, e che organizza allegri ritrovi sui divani di casa sua, dove ci si siede con l’intenzione di guardare un film e si finisce tutti a ronfare a metà del primo tempo nonostante Vin Diesel.

Il genio della luce, Sandip: ha obbligato un povero elettricista (il quale ha giurato smadonnando di non rimettere mai più piede in quella casa) ad eseguire alla lettera le sue visioni luminose, e ora dispone di una wee light che tutto il mondo gli invidia e di una quantità di interruttori che fanno impazzire i suoi ospiti (tempo medio: 44 minuti prima di azzeccare quello giusto) ma che consentono di illuminare ogni ambiente con un’intensità che va dalla sala autopsie al boudoir, a seconda delle occasioni.

E non è finita: è il proprietario di una serie di cassetti che pure se li spingi forte non sbattono, di una tavoletta del water che, se ti scappa dalle mani, non si sfranta sulla tazza come quelle dei comuni mortali ma ci si adagia soavemente e di una macchina che resta in moto ancora un po’ dopo che l’hai spenta, ne sei sceso e sei andato per i cazzi tuoi, e che sarebbe gaggissima se non fosse che lui ci ha fatto togliere la roo-bar da davanti, e quindi adesso è semplicemente gaggia.

Era anche il proprietario di un barattolo di mandorle salate, prima che glielo facessimo fuori noi. :scusateso’:

Ma è soprattutto l’uomo che quando ha bisogno di un giardiniere chiama Robert Plant.

Ed è amico annoi.

:yipee: (seguono lanci di mutande in segno di giubilo, salti e abbracci a passanti sconosciuti come quando l’Italia vince ai mondiali)

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6 thoughts on “[un uomo da sposare]

  1. utente anonimo ha detto:

    bhe…

    a far la pasta e il pesto in casa non è che ci voglia molto, però…

    cresce bene il basilico a wellington???
    t85

  2. utente anonimo ha detto:

    Gaglioffi, la vostra e-mail e’ piena (come la mia fossa settica trall’altro…) percui non riesco a contattarvi….

    Fatemi ri-sapere vostre info su volo in arrivo a Bali datosi che il tempo si avvicina e iovo preparami spiritualmente.

    Doc

  3. utente anonimo ha detto:

    Robert Plant ? Ho letto bene ? :-O

    -=MaXVaX=-

  4. Gwynplaine ha detto:

    Mmh, di Peter Jackson pensavo fosse un ciccione puzzone e inspiegabilmente anche un grande regista…
    Per quel che riguarda raduni o simili, sai che sono un po’ allergico alla socializzazione così estrema. Ma non escludo nulla, stiamo a vedere…

  5. utente anonimo ha detto:

    ciao sarda!ho trovato il tuo blog quasi per caso!
    bello viaggiare,anch’io amo molto la pratica sebbene al momento ne sia impossibilitato!

  6. out ha detto:

    Primo: la pashtalpesht è soprattutto un gran bel pezzo di un gruppo ceco scoperto in Cechia la scorsa estate. Te lo farò gorgheggiare dal vivo da Kobayashi appena tornati. E comunque, invece di far tanto lo sborone, vieni a fare il pesto col basilico del mio terrazzo se ne hai il coraggio! Troppo facile nascondersi dietro quegli ottantacinque tortelli di zucca…

    Segundo: te, tu e la tu’ fossa settica. Arrivo il 4, almeno credo (cosa ti ho scritto nell’altra mail?). Mi riconoscerai facilmiente: cme da istruzioni indosserò solo la parrucca e un par di ciavatte sdrucite…

    Contorno: in effetti sì, c’è scritto Robert Plant. E non aggiungerò altro. Dovrai aspettare l’ultimo uikkend di Giugno per saperne di più… :uazuazuaz: [sadicaperfida mode: OFF]

    Frutta: socializzazione estrema?? Andiamo, per una palpata di Kobayashi…tutti si lamentano, all’inizio, ma è solo per non far vedere che ci godono come matti ad aver le sue manacce addosso! [attenzione, il prodotto può indurre assuefazione]

    Dolce: sarei curiosa di capire cosa intendi per “quasi per caso”… 🙂 E comunque fidati che al momento sto viaggiando anche per te, cumpa’!

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