[everything is pòssibol]

Le tre di pomeriggio di un Sabato qualunque, al Bell Lodge. C’è chi non ha lavorato per avverse condizioni meteo, chi ha scelto di non lavorare, chi è appena tornato e chi ancora ha da torna’. Ancora presto, comunque, per il casino, tutti i rumori sono ancora ovattati. Persino la tv, perennemente accesa, sembra meno aggressiva del solito di fronte a quattro soli spettatori, di cui uno la segue con attenzione, uno segue con attenzione quello che la segue con attenzione, uno mangia e uno legge. Buttato su una poltrona angolare di velluto che un tempo doveva essere color oro legge anche un tipino nuovo arrivato ieri, alto, grazioso assaie, maglietta rosso scuro senza maniche, jeans khaki, allstar buttate per terra, cespuglio castano ricciuto in capo e “About a boy” in mano. Claudia, dal Cile, si avvicina per chiedermi se voglio andare in piscina più tardi. Ci son stata Giovedì, per festeggiare il genetliaco di Kobayashi in perfetto stile Esther Williams: non male, tre piscine d’acqua salata, tra i 31 e i 39°, una olimpica, una jacuzzi extra strong e una coi getti massaggianti. La parrucca ha continuato a lasciare una scia di cloro per giorni, dopo. Felipe, il cileno dissidente, si aggira per la lodge con il suo solito sguardo psicotico. Secondo Kobayashi, che ha analizzato accuratamente la sua dieta, soffre di stitichezza. Da quando ha messo piede in Nuova Zelanda rifiuta di parlare altro che inglese, con sommo disgusto di Claudia, la quale sorride, ora, dopo i primi giorni passati col broncio e un piglio da marescialla. Si è scoperto dopo che il suo problema era che non capiva una fava: per ventisei anni si è rifiutata categoricamiente di studiare l’inglese, con grande scuorno della sua famiglia. Poi si è fatta coraggio ed è arrivata qui.

Hervé è appena tornato dalla packhouse dei succhi di frutta. Tesoro. È uno dei quattro dell’apocalisse, quelli del quadrangolare di scacchi in seduta pressoché permanente sul ballatoio esterno. Piercing al sopracciglio, occhi verde chiaro che ondeggiano tra l’innocente e il tenebroso. A ogni partita spero che Kobayashi mi metta come posta e mi perda, ma finora ‘un s’è visto niente. Oppure potrei sparire in chissà quale tasca dei suoi jeans, come il fazzoletto fucsia o la cicca che usa nei suoi spettacoli di magia a beneficio di una cricca ristretta di spettatori. È di Strasburgo, Hervé. Nessuno qui ha capito come si chiama, e ormai è noto come “Alvì”, in modo da confonderlo meglio con Alvaro (a parole: fisicamente non ci azzeccano un picchio), il terzo cileno. Alvaro somiglia vagamente al Gentile Utente. Vagamente. Ha compiuto trent’anni qui una decina di giorni fa, nel corso di un festeggiamento a base di banoffie pie, un intruglio devastante che si attacca al lavoro del tuo dentista (tedesco. Albino. Drogato. Omosess…scusate, mi è partito l’audiovisivo) e garantisce il coma diabetico (alla gente normale. Infatti gli altri se la son sbranata senza ciglio ferire, aggiungendoci panna montata, per giunta). È un po’ Gianni senza Pinotto, Alvaro, ora che Martin è partito. L’accoppiata dei due balordi ha rovinato più di un giunto mascellare, nelle sere passate. Non ci avrei scommesso due lire, e invece l’attitudine sudamericana e quella slava hanno mostrato tutte le loro affinità sanguigne e le somiglianze guascone. La sera prima che partisse abbiamo costretto finalmente Martin a cantare l’inno slovacco, che ha eseguito alla perfezione, sull’attenti e con gli occhi poeticamente chiusi. Si è vendicato, il bastardo: a suo rischio e pericolo, poi, perché si è dovuto sorbire un Mameli polifonico a sei voci (la mia e quella di Kobayashi che zompava senza ritegno da un’ottava all’altra), un timido attacco della Marsigliese, un’ode alla graziosa maestà britannica e le delizie della terra cilena, che Alvaro non ha mancato di declamare con convinzione come di molto superiori a quelle dell’Eden, con grande sfoggio di decibel, finchè è stato abbattuto a chitarrate. Brandelli di “Deutschland ϋber alles” sono stati infilzati qui e là da un tedesco di passaggio che non capiva un cazzo del delirio in corso ma non poteva permettere che si svolgesse senza il suo contributo. È stata la sera in cui Kim, il coreano fino a quel momento notato solo per le sue ciabatte troppo grandi, è arrivato incazzatissimo per ben due volte a chiedere il silenzio, chequicègentechelavora, mentre Gianni e Pinotto stornellavano a gran voce di non essere marineros, bensì capitan. La coppia perfetta. Ora Martin è a Wellington diretto all’isola sud, Alvaro tornerà in Cile fra qualche settimana, e intanto infila una canna dopo l’altra per placare lo stress di doversi cercare un lavoro che non gli piacerà. Lo stress è talmente tanto che alcune – sovrapensiero – le rolla vuote, di solo tabacco, e poi le scruta accigliato imprecando contro l’erba locale che è come se non ci fosse. Ci lasciano in eredità un inglese bislacco e gli esilaranti tormentoni della stagione. Nooooooooooooooooice!

Insieme a Martin sono andate Sara e Petra; Ines, invece, la dresdese, si è spostata a Hamilton, dove farà la house-sitter per circa un mese. Ieri son partiti anche Dominik, che non ho ancora capito chi mi ricorda, e Tomoko, la strana coppia nippogermanica. Non l’unica, per la verità: in macchina, in cima alla salita, si intravedono Jonas, con il suo viso tondo da campagnolo che nasconde una cultura viaggiatoria, e Shiko, l’unico giapponese carino beccato finora. Pare appena uscito da Furyo. Cosa ci facciano lì non si sa: Kobayashi propende per un qualche traffico all’insegna di una moderna Patta d’Acciaio. O forse Jonas sta solo cercando di sfuggire alle grinfie di Maria Addolorata, che in realtà si chiama Benedict, ma ha vinto il soprannome dopo che per tutta la settimana ce lo siamo dovuto sorbire pubblicamente malato esibirsi in scene da martirio di San Sebastiano. Il martirio a momenti glielo davo io, la sera che l’ho beccato – giusto perché non si sentiva abbastanza notato – ad asciugarsi i capelli fra le pentole in cui si preparava la cena. Qualcosa deve aver intuito, visto che il giorno dopo si è presentato quasi rapato a zero. In mancanza di Jonas, cerca di appatellarsi a Daniel. Ecco, se Sara mi ricorda la Maga, Daniel è praticamente Flavia al maschile. E sa fare delle lasagne de paura. In realtà tutti qui sembrano cucinare piuttosto bene. Certo, Claudia è convinta che gli spaghetti si cuociano nel latte, e Jonas passa con disinvoltura un po’ estrema dall’essere l’aiuto-lasagnista di Daniel ai suoi personali menu invertiti (gelato alla fragola seguito da noodles precotti, per esempio), ma in linea di massima abbiamo visto delle pastasciutte più che dignitose, e addirittura qualche pizza seriamente commestibile.

Ma casomai servisse qualcosa per allontanare l’appetito, ecco Mark che esce dalla doccia. Vestito dimostra poco più dei suoi ventisei irlandesissimi anni. Coperto solo da un asciugamano ne rivela quarantasei sofferti. E se dovessi fargli un complimento…uhm, beh, ecco, ricorda Muttley:medagliamedaglia: Questo non gli impedisce di svolgere il suo ruolo di Mr Marpio. Anzi. Ultimamente si divide fra due tedesche, Nora e Mareike (dette anche Pudda e PiùPudda) e una giapponese, Midori, accidentalmente capitata sulla scena proprio nel momento in cui noantri leggevamo di Midori Kobayashi (no, non sono parenti). Ma finora mi sa che ha preso solo aria. Chi ha preso pesci, invece (ma pesci veri, non quelli che popolano i sogni bagnati di Maria Addolorata) è Ville, il finlandese che costituisce il quarto lato della scacchiera. La sua canna ha colpito ancora. O forse ha tramortito lo squamide con suo accento russiforme, chissà. Shiko sovrintende all’eviscerazione, riservandosi qualche finezza da intenditore di cui non saprei dirvi, dal momento che Kobayashi mi si avvicina sussurrandomi – per la mia salute psicofisica – di non guardare cosa sta facendo su quel pesce. Ma ho altro a cui pensare: sono appena entrati Carol e Chris, che non si sa di dove siano ma si parlano in inglese. L’omonimia ha generato imbarazzanti confusioni, nelle ultime settimane, tutte le volte che qualcuno dei quattro è stato pescato a ravanare tra le cibarie del Chris sbagliato.

Squilla il telefono nella cabina: quando non si capisce chi cerchino è per Joanna, l’argentina. Le altre settanta volte è per Maria Addolorata. Nel dubbio Alvaro, se si trova a rispondere, si fa una chiacchierata con dei perfetti estranei, prima di passare la chiamata al legittimo destinatario. A meno che non sia uno dei trentottomila asiatici, claro: quelli nessuno è in grado di capirli. Ma non ce n’è bisogno, visto che sono autonomi, un mondo a parte, un esercito capitanato da una generalissima esile e dal piglio crudele, che dirige le operazioni relative al rancio come se…come se…scusate, una visione fugace ma sufficientemente disprezzabile di Kim con una borsa dell’acqua calda verde marcio sotto il braccio. Almeno ha i piedi coperti, stavolta.

Facevamo un calcolo, con Kobayashi, qualche sera fa: l’idioma più parlato in questo backpackers è senz’altro l’ideogramma (giapponese, coreano o cos’altro non siamo in grado di stabilirlo), seguito a distanza dal tedesco, che conta comunque una dozzina di parlanti. Terzo si classifica l’inglese, con buona pace di Rick e Sheree (la versione kiwi di Cherie: una donnina che è stata due volte in Italia a studiare la Cappella Sistina, cosa che non le ha impedito di spararmi sul muso uno spontaneissimo rutto nel bel mezzo di un discorso), i neo-osti. Buon quarto lo spagnolo, segue per un’incollatura il ceco-slovacco e successivamente il francese. Per arrivare all’italiano bisogna frugare dalle parti della centoventunesima posizione in classifica, dopo il samoano, l’uzu e il dialetto dell’Isola di Pasqua (il cui saluto tradizionale è, con ogni evidenza, “Aiòòòòò, Galapagos!”).

Cala la sera, al Bell Lodge. L’angolo preferito dei fumatori solitari è sempre occupato: ognuno prende posto per un po’, soffia verso l’alto fumo e pensieri fissando il vuoto fra sé e la palma, spegne la cicca nel secchio della sabbia e, dopo aver oziato ancora un istante, lascia il posto al proprio successore. Incessantemente, per tutto il giorno, con un ritmo proprio, incurante del traffico selvaggio delle ore di punta, colazione e cena. La mutanda blu cascata dallo stendipanni in un tempo imprecisato prima che apparissimo su questo lato del mondo è ancora lì, a incuriosire i futuri ospiti. Shiko corre verso il bagno sbottonandosi i jeans lungo strada. Quando scappa, scappa.

Da un giardino vicino arriva la colonna sonora di “Fratello, dove sei?” e un tintinnio di bicchieri. Noi rispondiamo con le nostre lattine e bottiglie di birra preserali. Le nuvole corrono, lasciando sempre più spazio alle prime stelle che sembrano riflettere man mano le luci che si accendono nelle case a illuminare la nostra collina e quelle intorno. Aumenta il viavai, parte il quadrangolare, Jonas – tanto per cambiare – cerca la sua scatola del tabacco. Rick fa fare il giro d’onore a una nuova arrivata.

Respiro ancora un po’ di quest’aria, con un sottofondo scalpicciante di decine di infradito che calpestano indifferentemente i Foo Fighters e Falco.

Mi mancherà, questo posto.

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