[trent'anni con la condizionale]

Era uscita dalla fabbrica col primo turno della mattina. Caricata sul furgone insieme alle compagne e scortata fino alla sua destinazione. Le avevano assegnato la sua postazione, in prima linea, e lì l’avevano lasciata. Non era un compito difficile, si trattava solo di osservare il comportamento di un gruppo di ignari e pittoreschi bipedi di provincia. Avevano un accento buffo, con quella zeta un po’ ciancicata, ed erano tutto sommato amichevoli. Anzi, con l’andar del tempo avevano preso proprio a volerle bene. E lei si trovava a suo agio lì, regina incontrastata del suo punto d’osservazione, servita, riverita e tenuta in grande considerazione.

 

Fu dopo parecchi anni che lo vide per la prima volta. Probabilmente lo aveva già visto prima, ma chissà perché non l’aveva notato. Era una domenica pomeriggio di una primavera fin troppo calda, di quelle che facevano soffrire il suo incarnato pallido. Nicoletta Orsomandi aveva appena annunciato che sarebbe andata in onda la sintesi di un incontro di calcio di serie A. Le era parso strano che gli avventori non si agitassero come al solito per i soliti colori. Guardò meglio. I colori erano sì gli stessi, ma la squadra era un’altra. Che sciocchezza, pensò, con tutte le sfumature che ci sono, e solo venti squadre, che mancanza di fantasia. Ma il pensiero le si blocco a metà. L’inquadratura mostrava un giovane snello, bruno, elegante. Portava il numero undici, e da come ne parlavano doveva essere un prodigio della natura. Per lei lo era sicuramente: se ne innamorò a prima vista. Si sentiva un po’ cretina, a pensarci: insomma, una della sua esperienza, della sua posizione, innamorarsi di uno visto alla tv come l’ultima delle sciampiste. Ma lui non era un attore, non impersonava un ruolo. Era veramente sé stesso, esisteva davvero. Passò dei mesi d’inferno a sobbalzare ogni volta che vedeva una maglia di quei colori. Accidenti alle manie di scegliere gli stessi colori sociali. Cominciò ad interessarsi di calcio come mai prima: fino a quel momento si era limitata a seguire i discorsi da bar sport con una certa superficialità. Non che ci fosse granchè di profondo, secondo lei, ma per via del suo incarico era tenuta a drizzare le antenne ogni volta che le voci aumentavano di tono e i visi tendevano al cremisi, il che succedeva almeno tutti i Lunedì, a sfumare poi durante la settimana. Adesso le discussioni non le parevano mai abbastanza. Aspettava con ansia l’arrivo del tecnico da bar nella speranza di sentire l’agognato nome, di cogliere informazioni, altri dettagli su cui fantasticare e con cui alimentare la sua passione. Settimana dopo settimana arrivò ad avere il quadro completo della sua situazione. Un quadro disastroso, a vederlo oggettivamente, dal quale emergeva che la squadra in cui giocava il suo inconsapevole amato si trovava molto, ma molto lontano da lì. Certo, spesso giocava fuori casa, ma si trattava di trasferte brevi, giusto il tempo della partita. Lei voleva un amore serio, non una storiella da rotocalco. Ma le probabilità di ottenere un trasferimento erano pari a quelle di essere incoronata regina d’Inghilterra.

 

Cominciò a intristire, dentro e fuori. Le compagne la schifavano, temendo un contagio di chissà che morbo. Aveva provato a perorare la sua causa presso il principale, ma quello non ci voleva sentire: gli serviva lì. I bipedi dall’accento buffo cominciarono a farlesi intorno sempre più premurosi: effettivamente il suo colorito grigio-verdastro non era normale. Chiamarono un medico. Il medico le tastò il ventre, la auscultò con attenzione, e alla fine decretò la cura: soggiorno al mare. Rimini, Rimini, proposero tutti, pronti ad accompagnarla. Macchè Rimini, rispose il dottore, che era uno bravo, mare, mare vero ci vuole! Mare pulito, limpido, cristallino! I bipedi ammutolirono. Anche a fare una colletta, i soldi per spedirla alle Seiachelles mica potevano racimolarli. Fu in quel momento che entrò un ragazzetto smilzo, non troppo alto, con un grosso sacco in spalla e un accento ancora più buffo. Chiese un caffè. Gliene offrirono dodici. Perché il giovane Sergio Prunas rappresentava la soluzione al problema: era un militare di leva che tornava in licenza con l’autostop da Bressanone a Decimoputzu. Dove fosse esattamente Decimoputzu nessuno dei presenti lo sapeva con precisione, ma un nome così alieno non poteva che corrispondere ad una località sarda. Altro che Seiachelles! La nostra eroa, involta in quindici piani di morbidezza e con una sciarpa di carta velina al collo, fu prontamente inserita nel bagaglio del giovane Prunas, il quale venne riempito di bigliettini in ogni pertugio, affinché si ricordasse che per nessun motivo doveva sedersi sul sacco.

 

L’indopodomani mattina attraccarono al porto di Cagliari. Il giovane Prunas, assunto assai seriamente il suo ruolo, la depositò in un caffè della Marina dal nome che ricordava la dominazione pippobauda. Lei ci si trovò immediatamente a proprio agio: il caffè aveva gli interni in radica ed era gestito da un tipo brizzolato che in gioventù doveva aver fatto da controfigura al maestro Peppe Vessicchia. Sporadicamente era frequentato da un branco di balordi e befane con manie letterarie, che indulgevano nei pressi del liquore alla liquirizia e sparivano solo dopo aver fatto il pieno come delle autocisterne. Sostenevano fosse per via del freddo, in inverno, e per reintegrare i liquidi persi sudando, d’estate: a parte questa passione per le scuse improbabili, però, risultavano innocui.

 

L’aria di mare sortiva il suo effetto, e lei rinvigoriva a vista d’occhio. L’incontro fatale tardava a venire, ma la cosa non la impensieriva affatto: sapeva che sarebbe successo, e preferiva aspettare ancora pur di farsi trovare al suo meglio. E poi lì, nonostante il passare del tempo, il nome del suo amato veniva pronunciato ancora spessissimo, e col rispetto dovuto ad un imperatore. Lei si immaginava al suo fianco e gongolava, anche se della loro storia era ancora l’unica ad essere a conoscenza.

 

Una mattina, mentre aspirava l’aroma del caffè, sbirciando da sopra la spalla dell’avvocato Saggius che leggeva il giornale al banco, l’occhio le cadde su due notizie che la riguardavano da vicino. Lei? Lei. La prima era magnifica, era il segnale che attendeva da anni per coronare il suo sogno d’amore. Bastava che si lasciasse scivolare lungo il largo Carlo Felice e si intrufolasse tra i giornalisti. L’altra era demenziale: pareva che il branco di balordi che amava frequentare il caffè avesse scoperto un dossier in cui venivano rivelate in dettaglio le sue funzioni all’epoca in cui sorvegliava i bipedi dalla zeta soffiata. In realtà non era affatto un documento segreto: era il suo vecchio principale che aveva deciso di darlo alle stampe per avere un po’ di popolarità. Solo quel branco di gaglioffi poteva cascarci. E non solo ci erano cascati in pieno, ma ne erano entusiasti: secondo loro, il dossier rappresentava un pilastro della cultura nazionale, roba da leggere nelle scuole, figurarsi. La cosa terrificante era che avevano in programma di organizzare una grande festa, non tanto per il dossier, quanto per lei medesima. S’erano addirittura inventati una specie di compleanno, un trentennale. Ora, a parte il fatto che lei aveva iniziato a prestare servizio molto prima, l’idea di mettere in piazza l’età di una signora non le pareva affatto educata. Mentre ci rimuginava aveva assunto, senza accorgersene, un’aria talmente corrucciata che l’avvocato Saggius s’era intimidito ed era andato via senza fregarsi il cioccolatino dal vassoio lato cassa come faceva di solito.

 

Nel tardo pomeriggio cominciarono ad arrivare i balordi. Cinguettavano che era una bellezza, e si davano delle gran pacche sulle spalle per complimentarsi da soli della gran trovata. Fu una piccoletta esile, vestita da bomboniera funebre, a realizzare per prima il dramma: la festeggiata non era al suo posto. Panico. Furono immediatamente allertati gli ospedali, i veterinari, gli idraulici e l’ESAF. I balordi si sparpagliarono per la città sperando di trovarla, il PeppeVessicchia de noantri fissava sconsolato la teca vuota. Due pizzette di sfoglia, sul ripiano inferiore, venivano interrogate senza sosta dal commissario Calò, che impersonava da solo la tecnica del poliziotto buono e poliziotto cattivo e ogni tanto ci scappava il morso.

Di lei nessuna traccia.

 

I balordi erano in lacrime, le befane davano dei gran pugni sul muro, PeppeVessicchia era troppo affranto per ricordare che era intonacato di fresco. Una troupe di Telemandoadire era già sul posto e intervistava dei passanti a casaccio, la quasi totalità dei quali rispondeva invariabilmente: “Rigore c’è quando arbitro fischia”, ad eccezione dell’ingegner Giraldi che lo diceva lui che degli immigrati non c’è da fidarsi. Tziu Chicchinu Palla, in un angolo, si faceva di pelle di pollo. L’orologio a Cuccu segnava le otto.

Il televisore, rimasto acceso in un angolo, continuava a far scorrere immagini mute, perché la professoressa Perniciano, in un impeto di dolore, s’era mangiata il telecomando, e siccome soffriva di solletico, non si riusciva a premerne i pulsanti attraverso lo stomaco per aumentare il volume. Gli sguardi spenti seguivano con modesto interesse la sigla del telegiornale della sera, finché, in fondo al treno dei servizi, che nei miei vizi all’incontrario va, apparve Cagliari. Scattò il parapiglia, e in cinque cominciarono a scuotere la professoressa Perniciano nel tentativo di farle sputare il telecomando: lei fece un rumore tipo flipper ed emise due otturazioni, un bignami di matematica e cinque euro in monete piccole. “Qui ci vogliono le maniere forti!”, tuonò l’ingegner Giraldi. “Le donne non si toccano neanche con una foglia di fico d’india!” strillò la signora Ennas, che passava di là per caso, brandendo il passeggino della figlia, mentre la professoressa Perniciano, nel dubbio, correva a ripararsi dietro lo stinco di un omaccione nero come il Carboni. Ma l’ingegner Giraldi stava già sperimentando il metodo Fonzarelli sul televisore, e dopo un cazzotto e mezzo l’audio riprese a funzionare. Il servizio trattava del Cagliari, che ritirava la maglia numero undici in segno di omaggio a uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi. Ma non era per quello che gli sguardi di tutti erano incollati allo schermo. La notizia era ormai nota, in città. Quello che lentamente faceva sgranare gli occhi e spalancare le bocche era l’immagine dell’intervistatore che, rivolgendo il microfono al festeggiato, gli chiedeva: “Signor Riva, come ha accolto questo gesto da parte della società e della città di Cagliari?”, mentre sulla spalla di Gigi Riva, ormai in primo piano, troneggiava la Luisona tronfia d’amore.

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10 thoughts on “[trent'anni con la condizionale]

  1. utente anonimo ha detto:

    :Love:
    :LoudLove:
    :DeafeningLoudLove:

    F. J.

  2. out ha detto:

    Grazie Fiona grazie
    grazie Fiona grazie
    grazie Fiona grazie
    graaaaaaazieeeeeeee!

    (ora però voglio anche la testuale riproduzione del messaggio che una certa signora P. mi ha mandato ieri pomeriggio :D)

  3. utente anonimo ha detto:

    Si scrive “Seychelles”

  4. jaro ha detto:

    ehi, #3: nun te se po’ nasconne gnente, a te eh?

    (eppure i suoi gusti cinematografici non sono affatto male)

  5. out ha detto:

    Seychelles si scrive sicuramente Seychelles.
    Ma Seiachelles si scrive senza ombra di dubbio Seiachelles.

    (mi ricordi quella che su TN voleva farmi credere che la seconda persona singolare del presente indicativo del verbo partire fosse “party”)

  6. utente anonimo ha detto:

    Solo la tua “mente malata” poteva “partorire” un racconto come questo: BEAUTIFUL!!!!
    G.

  7. utente anonimo ha detto:

    Io adoro outsider, anzi la amo!Se fossi nata uomo avresti dovuto competere con me, illustre Kobayashi,ma non è ancora detta l’ultima parola!
    La signora P.

  8. perniciano ha detto:

    Hey tu, stai forse parlando male di mia madre?
    Non ti permettere…

    =)

  9. utente anonimo ha detto:

    Non credo, caro il mio José Perniciano.

    A meno che tua madre non mi abbia risposto picche, in gioventù…

  10. utente anonimo ha detto:

    Bagassa!

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