[quelli che il BeBop]

Inauguro la ryantratta Atlantid City – Torrependente e ritorno, per la modica cifra di 30 euri e spiccioli andata e ritorno.

Ovviamente becco il giorno dello sciopero.

Ovviamente.

Ovviamente l’aviogetto è infestato da torme di mocciosi (sentito? Ho scritto *mocciosi*. Chi volesse iscrivermi alle Erodiadi può richiedere il mio codice fiscale qui), uno dei quali viene intimidito a colpi di smorfie quando non ci vede nessuno. Probabilmente si convince che soffro di qualche deficit mentale grave, cosa che lo spinge a compatire silenziosamente invece di indicare a dito quella signora che gli fa le boccacce.

Anche perché non c’è nessuna signora che gli fa le boccacce: c’è una disperata che comincia a patire il disagio dato dall’aver indossato jeans e maglione prima che fossero completamente asciutti. Non una grande idea, effettivamente. È anche vero che non vedo le mie socie da troppo tempo, e potrei benissimo essere zuppa di contentezza fino al collo. O no?

Giusto il tempo di far spuntare la parrucca dalla porta scorrevole e davanti agli arrivi si materializza una malloppa animala con sei gambe, che saltella ritmicamente ululando e bramendo. Quando vogliamo sappiamo essere uno spettacolo commovente. E poi son cose belle quando la Maga – con pelo largo portato da casa sua – come prima cosa, ti offre un chinotto.

Eh.

E che dire dell’incontro mit Sergio Rubini che ancora indossa i panni di Joystick (e forse non solo i panni, a giudicare dall’espressione joy di Stìl)? Tra tutti e due non fanno più di tredici cmq di epidermide intonsa, e siamo fieri di loro.

Che dire di Villa Maglietta, così chiamata dal fatto che non ci si entra mica, ce la si infila come una canottiera taglia xs (neanche male data l’abbondanza di formine da far risaltare che accumuliamo tra tuttettre)? Prontamiente mi vengono fornite le istruzioni del caso: un sentiero luminoso faciliterà l’individuazione della Maga sul pavimento, e una braccio meccanico si renderà out o’maticamiente disponibile al momento di tirarla sul letto al posto di Fla. Reminescenze di enormi bruchi gialli che fanno il tiro al piattello con madonne ad elica accompagnano i nostri sogni. Conigli, brontosauri e minolli in salsa blu elettrico ci scrutano cupamente dalla parete, oppure Fla aveva un libro diverso di zoologia, alle elementari, quien sabe.

Che dire delle dotte disquisizioni sul perché alcune pipì siano più silenziose di altre, e delle nostre indispensabili funzioni di tester per una grossa multinazionale alimentare? La Maga et moi concordiamo nel dare la sufficienza al Kinder Maxi Stafava, ma niente di più. Dopodiché io vo a cacciarmi tra le bolle di sapone del Pitti, lei vola di ponte in ponte senza alcuna perplessità topografica fino al pranzo sociale.

Che dire ancora di una socia :lavoratriiiiceeeeeeeeeeee: camuffata da copripiumone e di un’altra che ha covato melanzane per un pomeriggio intero? Ma non c’è tempo da perdere: Luca y Rosa ci aspettano in una piazza che è quella giusta senza che loro lo sappiano, per compiere con noi spericolate manovre di parcheggio. Fla ci raggiungerà dopo cena: la sua missione è ancora più perigliosa e prevede un grande spargimento di interiora.

A questo punto io mi dissocio da me stessa, dal mio cuerpo e dalle mie impronte digitali: il posto scelto per la cena è una vecchia conoscenza, una di quelle facce che ti si parano davanti all’improvviso, provenienti da un altro tempo. Fa il paio col coccodearo tornato dal bagno di Caput Mundi. Vedo cose che non son più ma saranno siempre. Sento voci che sono state e siempre saranno. E penso alla fortuna che ho avuto ad averle afferrate per la coda e ad essermele avvolte intorno belle strette, perché potevano non essere, e invece sì. C’è un sorriso sulla scala, mi fa compagnia per tutta la cena e impedisce che mi strozzi quando Rosa urla allegramente “Un geco!” senza sapere che rischia la vita della Maga. Rosa che se uno le presenta la Maga in quanto tale, educatamente la chiama Maga senza preoccuparsi di eventuali altri nomi. Luca che mi tende tranelli confondendomi le bambine vegetali con le bambine animali. Temistocle che vaga per la tromba delle scale inseguito da un uomo barbuto e brandente una scatola di croccantini, e Sandra e Raimondo che ci ripropongono il dilemma della lacrimazione di madonna Lucania assisa o all’impiedi. E poi Fla che ne scende e via, più veloci di mia zia! verso l’Iggy Pop, a propoli del quale mai parole furono spese a sproposito.

Tre individui in gopp’o palco, di cui uno portatore sano di basette, uno di coda e uno di faccia da coccodearo.

Il pubblico, featuring noantri.

E all’improvviso, l’attentato.

Due vasi da notte, travestiti da trottoliniamorosiduddùdaddaddà, scambiano la Cyrus Band per il gruppo di supporto dell’Anonima Karaokisti. Pingpong di sguardi allibiti, molletta al naso (molletta vera, non quella di pelo di Roano. La molletta di Roano, non il pelo) e conto alla rovescia. Arriviamo in fondo all’esibizione dei due pitali arrugginiti con un principio di embolo e quel desiderio di vita che solo chi è tornato da una trincea nella Somme può capire. Le due turche intonacate ringraziano (di essere ancora vivi, probabilmente) e, a grande richiesta dei propri alluci destri, decidono di regalarci un altro brano. Non facciamo in tempo a convincerli che preferiremmo essere lapidati, io personalmente con delle teste d’aglio da chilo, piuttosto che essere costretti a subirli ancora, che loro hanno già attaccato. Al terzo brano hanno invaso il Kamchatka, bassista e batterista sono emigrati nella Terra del Fuoco, Luca obietta civilmente che non è molto educato monopolizzare una serata dedicata ad altro, Rosa infila spilloni in una bambolina di pezza, io – con tono di voce udibile chiaramente fino al civico 35 di via Tirso a Fordongianus – suggerisco al vespasiano maschio che se la trombi, quella chiavica della sua amica e il tegame della su’ ma’, ma per l’amor del cielo si stacchi da quel microfono.

Finalmente i due assi der cesso mollano la presa e ne scendono dal palco scortati dai caschi blu. Rosa prende in considerazione la poligamia dopo un tributo a Rino Gaetano che ci riconcilia col mondo, e anche un po’ con l’arredobagno. Otri di blues al triplo malto appantanano le nostre parti intime, mettendo in serio pericolo la credibilità di Luca nel momento in cui decide per la quarta volta “sentiamo l’ultima e poi andiamo”.

Andiamo tutti, poi, dopo che la Maga ha terrorizzato il coccodearo batterista colpevole di aver pronunciato solo il proprio nome invece di un invito a fuggire con lui la notte stessa. Quando si dice la poca importanza dei preliminari.

Andiamo, nella noche florente, verso Villa Maglietta e il suo atroce secreto. Sul pianerottolo Fla ci annuncia la sua eroica decisione: entrerà per prima, sotto il peso della responsabilità, e che nessuno cerchi di fermarla. La Maga, audace, fa per impedirglielo. Io resto nelle retrovie, pavido straccetto che trattiene il respiro. La minaccia è troppo grande. Fla si infila circospetta in uno spiraglio della porta, facendoci scudo col suo corpo. Scompare. La tensione è palpabile, infatti ci palpiamo per farci coraggio. Dall’interno proviene un insistente fiutare, come di mille bracchi, poi Fla riemerge e dà il segnale di via libera: la zona è sgombra. Del letale frago di fegatini, la preparazione del cui paté (che taluni, inspiegabilmente, trovano afrodisiaco) ha ammorbato intensamente e per ore l’aria di Villa Maglietta, nemmeno l’ombra, la notte passerà tranquilla.

L’alba ci coglie impreparate ai saluti e a risparpagliarci per lo stivale e dintorni. Mi avvio verso l’officina di Fla per riportarle le chiavi, deviando dal percorso solo una volta per verificare da vicino la scultorea antopomorfità di certi manufatti artigianali in puro legno nero d’Africa che starebbero bene nel mio salotto o come fermacarte, ma che non tutti capirebbero. Anzi, so per certo che alcuni parvenus scadrebbero in commenti zotici sul perchè una gentildonna par mio tenga in casa degli enormi cazzi d’ebano.

Fla se ne scende insieme a un tipo che, sotto quella che inequivocabilmente si può considerare una ciccìa, sfoggia una faccia da Bakis non indifferente. E ne ha ben donde! Ci diamo appuntamento per il prossimo raduno di Componidori, dopodiché, con la scusa di esser discreto e lasciarci ai nostri abbracci, lui si dilegua per sollecitare il 118.

Un ultima sosta gastronomica con Luca y Rosa da un delizioso vegetariano, il cui cordialissimo collettivo gestore prima mi illude offrendomi quel mondo e quest’altro di delizie e poi mi allontana da loro a tradimento con una clava d’aglio, con grande imbarazzo che Luca cerca a stento di affogare nel seitan.

E mentre mi avvio in stazione penso a quanto è ricorrente questa città, nelle mie vicende molto private. Chissà cos’è che.

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2 thoughts on “[quelli che il BeBop]

  1. out ha detto:

    Componitori?
    COMPONITORI??
    Maledetto T9…

  2. utente anonimo ha detto:

    Ho un dejavu di mille post a seguito di mille avventure su e giù e oltre la penisola.

    Rido davanti al computer come allora, cercando di non svegliare donna Margherita e la sua televisione dall’altra parte del muro. E mi commuovo come allora.

    [Sergio Rubini è stato defenestrato dal corazon societario. La Maga, a ragione, dopo esser venuta a conoscenza delle sue malefatte verso la vostra socia lo ha definito “maledetto cazzone avariato”.]

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