[delle virtù terapeutiche del pisello e del loro boicottaggio da parte del retaggio di un’educazione cattolica]

Ardo.

D’ammmore per Kobayashi, ça va sans dire, ma anche per la spiacevole tendenza della mia temperatura corporea a credersi quella di un altoforno.

Ricordo vagamente di averne avuto una di tipo umanoide, in un tempo ormai dimenticato dagli dei e dagli uomini. Da sabato mattina – primo giorno non lavorativo utile da due mesi a questa parte – oscillo tra il punto di fusione del tungsteno e la temperatura di Planck (da non confondersi con quella di Tlank). Non è stata una mia scelta, vurrìa mai che mi attribuisca qualche merito non mio: no, il mio organismo ha deciso out o’nomamente di segnalarmi il suo dissenso per questo vezzo che ho di svolgere quattro lavori contemporaneamente. Io gli ho ben spiegato, con calma, che non è per volergli male, non è che improvvisamente ho scoperto di fare Stakhanova di cognome, anzi: altrimenti non avrei deciso di abbandonare il quinto, di lavoro. Lui, per tutta risposta, tzà! Cortocircuito.

Perciò è la vigilia di Natale, e io giaccio in una poltrona a casa dei miei con la vitalità di un residuo ospedaliero e una cera da non fare invidia nemmeno a una triglia defunta da più giorni ma ancora in attesa di esame out o’ptico.

Forza di volontà: -15.

Nessuna impennata neanche quando mia madre mi ha imposto d’ufficio un paio di pantofole da casalinga onesta foderate di pelo al posto delle mie scarpe.

È questa meraviglia di sorella che si trova davanti Zippo entrando.

La scena è talmente commovente che saltano via i consueti “Oh!” di saluto.

O. (rantola): “Hai le mani fredde?”

Z. (sospettoso): “Sì, perché?”

O. (impiegando circa diciotto minuti a pronunciare l’intera frase, al netto di accessi di tosse): “Me ne metti una sugli occhi, per favore?”

Zippo sospira con l’aria di chi sta pensando che è pur sempre Natale e mi fa planare in faccia una pala da pizza gelata.

(sfrigolio di sollievo)

Z. (dopo venticinque secondi): “Vabbè, ma io ho da fare!”

O. (sputando un polmone): “Ma io sto bruciando!”

Z. (ricordandosi di esser cresciuto a pane e Mac Gyver): “Aspe’.”

Passano nove secondi.

Z. (affettando modestia): “To’.”

E mi schiaffa in testa una busta di pisellifindus.

Beh, maremma cotonata, funziona.

Rantolo e sfrigolo beatamente da cinque minuti quando entra mia madre.

M. (con cipiglio inquisitore): “Cos’hai sugli occhi?”

O. (con faccia da figlia di Dracula ebbra di morfina): “Piselli.”

M. (indignata): “Ma si scongelano!”

E mi leva la dose.

 

…ma non era Natale..?

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2 thoughts on “[delle virtù terapeutiche del pisello e del loro boicottaggio da parte del retaggio di un’educazione cattolica]

  1. RyCooder ha detto:

    Malapessima… vedi di riposare!

  2. jaro ha detto:

    ROTFL!

    (Arridatele i piselli!)

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