[breve storia dell'aviazione dalle origini ad oggi]

C’era una volta il mondo.
In principio il mondo era un posto smisuratamente grande, e solo se ci si chiamava Phileas Fogg lo si poteva girare, a patto di avere 20.000 sterline nel bagaglio a mano, claro.
Poi il dio dei viaggiatori spiantati creò Ryanair, e il mondo diventò un posto accessibile a tutti: studenti, famiglie, gente benestante che preferiva scegliere come spendere i propri soldi, semplici curiosi di conoscere fiori-frutta-città diverse da quelle in cui vivevano abitualmente. Bastava una connessione internet ed era fatta. E il mondo si riempì di persone sorridenti: gli innamorati a distanza potevano far l’amore più spesso e non erano costretti a masturbarsi allo sfinimento da soli o con l’aiuto dei/le vicini/e di casa, gli studenti fuori sede potevano far provvista del sugo di mamma e lavare le mutande anche se non era Natale o Pasqua o Ferragosto, i papà potevano accettare lavori in altre città ed esser sicuri che i bambini non dicessero “C’è un signore” quando suonavano alla porta di casa, le mamme potevano continuare a non accettare lavori in altre città per non sentirsi dare delle zoccole snaturate che pensano solo alla carriera, ma questo è un altro discorso, gli albergatori, i ristoratori, i direttori dei musei e i venditori di souvenir erano contentissimi. I proprietari delle tv private un po’ meno: il fatto che la gente potesse andare a vedere certi eventi o monumenti di persona invece che farseli offrire sul divano di casa dal prosciutto Granturchese o dal pannolone Pannolon li rendeva irritabili come un colon intollerante al lattosio.
E poi c’era quell’altra questione: in un paese chiamato Italia, un tempo avevano una compagnia di bandiera che si chiamava Alitalia (avevano valutato anche altri nomi, tipo “Volare Oh Oh”, ma poi s’era scelto Alitalia). Essendo però quello un paese stracolmo di troppo furbi e di cretini di ogni età, i cocchieri di Alitalia, con l’appoggio dei cocchieri dell’Italia stessa, s’erano sputtanati ogni ben di dio, mandando in malora l’intera baracca. Nei paesi perbene, uno fa un danno del genere e lo mettono ai lavori forzati per l’eternità, dopo avergli confiscato pure i peli del naso. Invece in quel paese chiamato Italia hanno usanze diverse: uno fa il disastro e gli altri dicono “no, no, non si fa, non si fa così” e subito gli fanno vedere come si fa veramente per creare un disastro ancora peggiore. Uno strano paese dove le cose funzionano al contrario.
Fatto sta che questa Ryanair ad Alitalia dava molto fastidio, perché offriva ai passeggeri la possibilità di viaggiare spendendo meno, a volte proprio pochissimo, altre volte praticamente nulla. I passeggeri sono animali strani, che spesso non capiscono il valore del denaro. Allora Alitalia cominciò a parlar male in giro di Ryanair, o meglio, chiese a degli amici suoi di farlo, perché era pur sempre una signora, e le signore mica si abbassano. “Ryanair ti fa portare un solo bagaglio”, “non è vero che costa poco”, “non ti danno la salvietta umidificata a bordo”, “le hostess sono racchie”, “parlano solo inglese”, “ai piloti gli puzzano i piedi”, e così via. Quei caproni dei passeggeri, però, non ne volevano sapere: sostenevano, per esempio, che con la differenza di prezzo tra Alitalia e Ryanair si sarebbero potuti comprare salviette umidificate per tutta la vita. Figurarsi.
 
Tra i più accesi sostenitori dell’odiata Ryanair c’erano i passeggeri sardi, sì, quelli dell’isola. Un’isola, non so se avete presente: intorno c’è il mare, quella roba acquatica su cui non si può andare in macchina né col treno, e manco con l’autobus, col calesse o col trattore. E lo so che è strano, ma quelli son fatti così. Per attraversarlo, e raggiungere quindi località che non siano strettamente sarde, ci son solo due modi: o la nave, che richiede tempo, o l’aereo, che fino a prima di Ryanair costava un mucchio di soldi. Ma proprio un sacco: per farvi un’idea, andare da Cagliari a Milano costava mediamente più che andare da Milano a New York, che pure è molto lontano (lo dico a beneficio delle assistenti personali di certi cantanti che hanno scarsa dimestichezza con la geografia). Con l’arrivo di Ryanair, i sardi si diedero alla pazza gioia: prendere l’aereo diventava come prendere il 9, o 31, o il PF, o il San Gavino–Marrubiu, dipende da dove si deve andare. Presto Ryanair (per gli amici Ryan) aggiunse nuove rotte, e sulla sua scia altre compagnie si attivarono per far volare passeggeri in ogni dove a un prezzo competitivo. Una pacchia assoluta, tranne che per certi scrittori che ancora insistevano con la storia dell’isola e dell’isolamento e dell’orgoglio del sardo fiero del fatto che se ne può stare romanticamente nel Supramonte dalla mattina alla sera con la faccia da sardo e i pollici infilati nel giromanica del gilet tanto non sa dove cazzo andare se non da casa sua al bar.
Alitalia, intanto, era sempre più seccata: la parola “competitivo” le faceva venire l’orticaria, a lei che era sempre stata figlia unica e aveva sempre avuto per sé tutti i giocattoli. Era lì che cercava un modo per far sparire Ryanair senza troppo rumore, quand’ecco che le venne in aiuto …una fatina buona, diranno i miei piccoli lettori! No, ragazzi, avete sbagliato: le venne in aiuto una deputata della maggioranza di governo, soggetto a cui talvolta ci si riferisce con l’appellativo “’a fata!”, ma solo per la sfumatura alta della gonna. Questa signora, con l’umiltà e l’affabilità che contraddistingue i membri del suo partito, si era presentata all’imbarco di un volo Ryanair col tesserino da parlamentare. Solo che Ryanair richiedeva espressamente ai suoi passeggeri la carta d’identità o il passaporto, per farli volare, nient’altro; documenti che la signora possedeva senz’altro, altrimenti non avrebbe potuto neanche acquistarlo, il biglietto. La deputata piantò un casino, si sentì strillare “Lei non sa chi sono io!” fino al gate più remoto dell’aeroporto, finché gli strepiti non arrivarono alle orecchie di Alitalia. E Alitalia cosa fece? Chiamò il suo amico Enac e gli disse che avevano finalmente un motivo per far fuori Ryanair: infatti, secondo la legge italiana, nella fattispecie l’art.35 del DPR 445/2000, sono equipollenti alla carta di identità il passaporto, la patente di guida, la patente nautica, il libretto di pensione, il patentino di abilitazione alla conduzione di impianti termici, il porto d’armi, le tessere di riconoscimento, purché munite di fotografia e di timbro o di altra segnatura equivalente, rilasciate da un’amministrazione dello Stato, ergo ci si poteva benissimo imbarcare anche con il tesserino parlamentare e se Ryanair non lo permetteva era fuorilegge.
Enac compose il suo bel comunicato, la parlamentare diventò “numerose segnalazioni ricevute da passeggeri Ryanair”, il compendio degli organi di stampa riportò il temino pari pari perché gli approfondimenti nuociono gravemente alla salute (“chi approfondisce una notizia avvelena anche te: digli di smettere”) e cinquantacinque milioni di italiani vennero così a sapere che quegli stronzi di Ryanair stavano per tagliare i voli nazionali perché volevano fare i comodi loro con le nostre leggi, ma lo stato italiano non glielo avrebbe permesso, tzé, chi si credevano d’essere, pfui, sono pazzi questi irlandesi. Alitalia era pure pronta a levare la museruola e il guinzaglio alla Daniela Garnero nota Santanché e al solito Magdi Cristiano Allam, poi per fortuna si ricordò che gli irlandesi son più cattolici degli italiani e non se ne fece nulla.
 
I restanti cinque milioni di italiani che insistevano quotidianamente nel perdere un po’ del tempo che avrebbero potuto dedicare in maniera più proficua a cambiare la suoneria al cellulare per raccogliere informazioni e farsi poi una loro idea in merito, rilevarono invece quanto segue:
 
a)     mai provato a presentarsi al check-in di una qualunque compagnia aerea col patentino di abilitazione alla conduzione di impianti termici? E a chiedere un prestito in banca con la licenza di pesca?
 
b)     sono ancora in vigore delle restrizioni inverosimili sui liquidi a bordo (gli aranci, sappiatelo, non sono ammessi in quanto “liquidi”), mentre di questo passo ci si potrà imbarcare autocertificando la propria identità: io, Santiago Bernabeu, dichiaro di essere nato il 12 luglio 1982 e di non essere un terrorista. La schizofrenia è un requisito indispensabile per stilare le norme di sicurezza aeroportuale?
 
c)      il fatto che il DPR in questione garantisca al cittadino un’ampia gamma di possibilità di certificare la propria identità è un’ottima cosa, applicato all’ambito privato: se il signor Puddu può accendere un mutuo presentando il porto d’armi come attestato della sua identità siamo contenti per lui (anche se è cosa nota che questo documento non sia facilmente accettato, in banca, tanto che molti clienti si presentano agli sportelli direttamente con l’arma, a riprova della loro buona fede, anche per semplici prelievi di contante). La sicurezza aerea, però, è un’altra cosa.
 
d)     Ryanair è un privato che vende servizi: specifica chiaramente le condizioni di vendita al momento dell’acquisto, non pone condizioni impossibili (chiede la carta d’identità o il passaporto, non il certificato di laurea in neurobiologia firmato di pugno da Rita Levi Montalcini al banco del check-in, né lo stato dei trigliceridi aggiornato a 20 secondi prima dell’imbarco) e nessuno è obbligato ad acquistare ciò che offre. Nel caso si scelga di acquistare un servizio da Ryanair, è sufficiente saper leggere. Carta di identità. Ripetiamolo insieme: carta di identità. Chi è che non ha la carta d’identità, oggi, in Italia? Un documento che viene rilasciato immediatamente dall’ufficio anagrafe del comune e su cui si può ancora barare sulla statura. Certo, il tesserino da parlamentare è molto più figo, soprattutto quando – guardando il portatore – tutto ci si aspetterebbe tranne che di aver davanti un parlamentare.
 
e)     la politica di Ryanair sui bagagli è molto chiara: un solo pezzo di bagaglio a mano del peso massimo di 10 kg e 15 euro di supplemento se si vuole imbarcare un bagaglio da 15 kg in stiva. Alitalia ammette a bordo un bagaglio a mano del peso massimo di 5 kg. e fa pagare 10 euro per ogni kg eccedente sui voli nazionali e 20 euro per ogni kg eccedente sui voli europei (e se li fa pagare, visto che deve racimolare soldi come può, vedi oltre). In più offre 20 kg di franchigia per il bagaglio da stiva. Mai provato a cercare di ritirare un bagaglio a Fiumicino? C’è gente che è ancora in cura, dopo questa drammatica esperienza.
 
f)       Alitalia deve cercare di rastrellare soldi dove e come può.
Caso 1: check-in a Fiumicino. Passeggero in volo di ritorno a Cagliari, partito un mese prima, con lo stesso identico bagaglio che sta presentando in quel momento, imbarcato all’andata senza problemi. L’addetta al check-in rileva un esubero di 5 kg e richiede il pagamento di un supplemento di 50 euro, 10 al kg (fa 5,2 kg, dotto’, che faccio, lascio?), per l’imbarco. Il passeggero esprime un’opinione discordante, visto che all’andata non aveva avuto problemi. L’addetta afferma che la normativa è cambiata. Il passeggero chiede quando sarebbe cambiata. L’addetta risponde che è cambiata il 1 ottobre. Il passeggero è partito il 1 dicembre e sta tornando il 2 gennaio, perciò le regole che gli son valse all’andata devono esser valide anche per il ritorno. L’addetta reclama imperterrita i 50 euro. Il passeggero non ne dispone. Fortunatamente è stato accompagnato in aeroporto e lascia parte del bagaglio al proprio accompagnatore. L’addetta al check-in si offende.
 
     Caso 2: check-in a Fiumicino. Passeggero in transito da Chicago (volo intercontinentale, franchigia 30 kg) a Cagliari (volo nazionale, franchigia 20 kg). L’addetta al check-in rileva un esubero di 10 kg sulla franchigia nazionale (volo Fiumicino-Cagliari), e richiede il pagamento di un supplemento di 100 euro. Il passeggero spiega che si trova a Fiumicino solo in transito, che è partito da Chicago e che la sua destinazione è Cagliari, dove intende arrivare corredato del suo bagaglio. L’addetta al check-in ribadisce l’esubero sulla franchigia nazionale. Il passeggero ribadisce la sua località di partenza e quella di arrivo, e il fatto che cause indipendenti dalla sua personale volontà lo obblighino a far scalo a Fiumicino invece di essere catapultato direttamente dal giardino di casa sua a Chicago al balcone di casa sua a Cagliari con la sua valigia. L’addetta al check-in persiste granitica. Il passeggero, esausto, pur di non perdere il volo si arrende e posa sul banco la carta di credito. L’addetta al check-in si dice spiacente, ma non può accettare pagamenti con carta di credito. Il passeggero resiste alla tentazione di chiedere all’addetta se può accettare pagamenti in pizze di fango del Camerun. Convinto di essere semplicemente in transito da Chicago a Cagliari, non si è munito preventivamente di un elevato ammontare di euro. Dispone di circa 35 euro e di 50 dollari in contanti. Li offre a malincuore all’addetta, la quale si dice spiacente, ma non è autorizzata ad accettare pagamenti in valuta straniera. Il passeggero, sull’orlo della crisi di nervi, le conferma di non avere altro denaro e di essere sul punto di perdere il volo, cosa che causerebbe un grave dispiacere a lui, ma soprattutto a lei. L’addetta al check-in, con sbrigativo piglio mercantile, inizia una trattativa all’ultimo euro, che si conclude con l’esborso di 35 euro in cambio di 3,5 kg di esubero. Anche per Alitalia 35 euro son meglio di niente, con buona pace dei regolamenti.
 
     Caso 3: passeggeri in volo da Cagliari ad Amsterdam via Fiumicino. Una settimana prima della partenza, i passeggeri vengono avvisati telefonicamente del fatto che il loro volo Fiumicino-Amsterdam è stato annullato, e che possono scegliere di essere spostati sul precedente o sul successivo. I passeggeri spiegano che sono in transito da Cagliari, e che la combinazione degli orari non consente loro di essere spostati sul volo precedente. L’operatore li sistema quindi sul volo successivo e poi, molto gentilmente, chiede loro se intendono posticipare anche il Cagliari-Fiumicino per evitare una lunga quanto inutile attesa in scalo. I passeggeri accolgono con piacere la proposta, e la conseguente riduzione dello scalo da cinque a tre ore di attesa. L’operatore, però, avanza un dubbio: tre ore potrebbero non essere sufficienti a sbarcare dal primo volo, ritirare i bagagli ed effettuare nuovamente il check-in in tempo per il secondo volo. I passeggeri si sentono di tranquillizzarlo: i voli sono entrambi Alitalia, perciò non sarà necessario effettuare un doppio check-in: i bagagli (considerato che i 5 kg di bagaglio a mano concesso da Alitalia non sono sufficienti per una trasferta di lavoro di quattro giorni in gennaio) verranno imbarcati a Cagliari e ritirati direttamente ad Amsterdam. L’operatore si dice spiacente, ma nota che i passeggeri usufruiscono della tariffa residenti sul Cagliari-Fiumicino, il che li obbliga al doppio check-in. I passeggeri, pensando ad un fraintendimento, ribadiscono che entrambi i voli sono Alitalia, non Meridiana più Alitalia, perciò il doppio check-in non ha ragione di esistere. L’operatore si dice desolato, ma la tariffa residenti impedisce loro di effettuare un unico check-in, anche con la stessa compagnia. I passeggeri ammettono la loro difficoltà a dichiarare il falso sulla propria residenza per ovviare a questo inconveniente, cosa sulla quale l’operatore concorda, pur non potendo offrire nessun’altra soluzione. I passeggeri si rassegnino quindi alle cinque ore d’attesa allo scalo: considerando la tempistica fiumicinese, sarà un miracolo se riusciranno a prendere il Fiumicino-Amsterdam…
     E questo per tacere dei misteriosi crash del sito di Alitalia (nonché di Meridiana), che poco più che sporadicamente impediscono ad arte ai passeggeri di acquistare i biglietti via web in modo da costringerli a passare dal call center, attraverso il quale li pagheranno 10 euro in più per il disturbo dell’operatore che è già pagato per il suo lavoro.
 
g)     in tutti questi giorni, nessun telegiornale – principale fonte di informazione della quasi totalità dei cittadini italiani – si è discostato minimamente dalla versione fornita dall’Enac, secondo la quale Ryanair va di prepotenza contro le leggi italiane e quindi è sacrosanto metterla di fronte all’aut-aut: o si attiene alle regole oppure va fuori dai coglioni. Nessuno ventila, non dico la possibilità che si tratti dell’ennesimo, squallido, disgustoso, lampante tentativo di boicottaggio del più temibile concorrente di Alitalia, ma nemmeno che esista una qualunque altra interpretazione dei fatti. C’è da chiedersi quale sia il superlativo di “avvilente”. Il superlativo di “presa per il culo”, invece, è arcinoto: si dice telegiornale.
 
h)     le rare interviste ai passeggeri – effettuate in giornate festive in cui i disagi collaterali ci mettono del proprio – sembrano scelte apposta per minimizzare le disastrose ripercussioni sui viaggiatori del taglio dei voli nazionali da parte di Ryanair: anche qui nemmeno l’ombra dello zampone di Alitalia, sempre e solo quei cattivoni irlandesi che le studiano tutte per impedire ai passeggeri di spostarsi. Peccato che Ryanair non sia la classica grande azienda italiana specializzata nell’autodistruggersi come fosse di qualcun altro, e che il suo obiettivo sia – stranamente – il profitto. No passeggeri, no party.
 
i)        Ryanair è, per l’appunto, un’azienda. Non un’ente di beneficenza. È vero, ha un gusto perverso nel vedere fino a che punto può spingersi un viaggiatore desideroso di risparmiare, ma ha anche una funzione stimolante per l’intelligenza del viaggiatore stesso: la compagnia è tassativa su un unico pezzo di bagaglio a mano? Il viaggiatore si inventa mille e un sistema per imboscarsi una borsa in più. La compagnia è (era) fiscale sui 10 kg consentiti? Il viaggiatore accorto provvederà ad indossare tutti gli indumenti che non riuscirà a far stare nel bagaglio, provvedendo che siano tutti dotati di tasche capienti in cui alloggiare libri, ombrelli, macchine fotografiche, ciabatte, telefoni, asciugacapelli e burrumballa varia. Diventa una sfida mentale: un concetto in Italia ormai sconosciuto ai più. E dire che eravamo maestri nel settore Inventiva&Fantasia.
 
j)       le compagnie low cost, Ryanair in testa, fungono anche da stimolatori della capacità di innovazione di una marea di imprese apparentemente non collegate ai viaggi. Fateci caso: le attività più vispe sono quelle che sanno approfittare dell’opportunità offerta dalla massa di viaggiatori low cost in circolazione. Dagli shampoo solidi e dai prodotti liquidi in flaconi da 100 ml di Lush, ai mini beauty set di Body Shop, a tutti i produttori di souvenir intelligenti e ultraleggeri che ti permettono di portare a casa un ricordo di viaggio senza eccedere nel peso e nell’ingombro. Ops, scusate, ho detto innovazione?
 
k)     no, niente. Stavo per aggiungere qualcosa sul rispetto della clientela e sul concetto di “servizio”, ma vi ho già turbato abbastanza con quello di “innovazione”.
 
l)        che altro aggiungere se non che la speranza di Alitalia di guadagnar qualcosa dalla scomparsa di Ryanair è quanto mai remota? Personalmente, pur di non darle un centesimo son disposta a fare il giro da Francoforte o Edimburgo anche per andare a Pisa, o a tornare a viaggiar per mare. Remare, oh oh, remare, oh oh oh oh.
 
 
ULTIM’ORA
Vengo a conoscenza dal sito di Repubblica che la questione sarebbe risolta, che Ryanair si sarebbe scusata con Enac, che i voli saranno ripristinati come nulla fosse e che i malefici irlandesi si sarebbero piegati alle ferree normative italiane con una leggere eccezione sull’accettazione delle patenti.
Peccato che il comunicato di Ryanair sia leggermente diverso…
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