[parole, parole, parole]

L’uso sportivo che si fa della lingua italiana ai tempi del colera (o più probabilmente del caro, vecchio scolo, noto scarlattina) non mi delude mai, quando ho bisogno di emozioni forti. Ricordo che, da bambina, esitavo davanti a incomprensibili espressioni in politichese antico, in ariafrittese stretto, davanti a capolavori del calibro delle celeberrime convergenze parallele. Ero giovane e ingenua, e mi limitavo a meditare sugli effetti collaterali di quelle bevande alcoliche che sembravano riscuotere un gran successo fra gli adulti.
Poi venne il tempo delle vendite Porta a porta, e tutto si trasformò in una gigantesca réclame con molto trucco e molto inganno.
Poi, una volta approvata la legge sulla separazione dei cervelli dai loro legittimi proprietari, fu tutto un susseguirsi di pigri e proni neologismi, con rispetto parlando: l’ho addato sul mio sito, e via sproloquiando.
Infine siamo arrivati alla Neolingua vera e propria.
La Neolingua era la lingua ufficiale in Oceania ed era stata inventata per venire incontro alle necessità ideologiche del Socing, o Socialismo Inglese. Nell’anno 1984 non c’era ancora nessuno che usasse la Neolingua come unico mezzo di comunicazione, sia a voce che per iscritto. Gli articoli di fondo del giornale erano scritti in Neolingua, ma essi costituivano un tour de force che poteva essere compiuto solo da uno specialista. Ci si riprometteva che la Neolingua sostituisse infine l’Archelingua (ovvero l’inglese comune, come si potrebbe anche chiamare) press’a poco intorno all’anno 2050. Nel frattempo, tuttavia, essa guadagnava costantemente terreno, dal momento che tutti i membri del Partito tendevano sempre più ad usare parole e costrutti grammaticali della Neolingua, nei discorsi giornalieri.
Fine della  Neolingua non era soltanto quello di offrire un mezzo di espressione per la concezione del mondo e per le abitudini mentali proprie ai seguaci del Socing, ma soprattutto quello di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Era sottinteso come, una volta che la Neolingua fosse stata definitivamente adottata, e l’Archelingua, per contro, dimenticata, un pensiero eretico (e cioè un pensiero in contrasto con i principi del Socing) sarebbe stato letteralmente impensabile, per quanto almeno il pensiero dipende dalle parole con cui è suscettibile di essere espresso. Il suo lessico era costituito in modo tale da fornire espressione esatta e spesso assai sottile a ogni significato che un membro del Partito potesse desiderare propriamente di intendere. Ma escludeva, nel contempo, tutti gli altri possibili significati, così come la possibilità di arrivarvi con metodi indiretti. Ciò era stato ottenuto in parte con l’invenzione di nuove parole, ma sopratutto mediante la soppressione di parole indesiderabili e l’eliminazioni di quei significati eterodossi che potevano essere restati e, per quanto era possibile, dei significati in qualunque modo secondari. Daremo un unico esempio. La parola libero esisteva ancora in Neolingua, ma poteva essere usata solo in frasi come "Questo cane è libero da pulci" oppure "Questo campo è libero da erbacce".  Ma non poteva essere usata nell’antico significato di "politicamente libero" o "intellettualmente libero" dal momento che la libertà politica ed intellettuale non esisteva più, nemmeno come concetto, ed era quindi, di necessità, priva di una parola per esprimerla. Ma, a parte la soppressione di parole di carattere palesemente eretico, la riduzione del vocabolario era considerata fine a se stessa, e di nessuna parola di cui si potesse fare a meno era ulteriormente tollerata l’esistenza. La Neolingua era intesa non ad estendere, ma a diminuire le possibilità di pensiero; si veniva incontro a questo fine appunto, indirettamente, col ridurre al minimo la scelta delle parole.
(George Orwell, “1984”)
 
La Neolingua è quindi uno strumento indispensabile per qualunque regime moderno. Per regime moderno, o regime all’italiana, si intende quello che non opera – salvo qualche raro caso di distrazione, vedasi alla voce “Bolzaneto” – con le armi, bensì tramite la comunicazione. Si comincia con la riduzione via via sempre più sostanziosa del numero dei vocaboli e delle regole grammaticali, eliminando ogni possibile eccezione o sfumatura, uniformando e circoscrivendo i significati, facendo sparire i sinonimi e soprattutto i contrari. Per i nostalgici dell’Archelingua, della ricchezza linguistica e dei congiuntivi, il risultato è spesso sconcertante: è anche vero che, salvo organizzarsi in sacche di resistenza utili soltanto a leccarsi le ferite, questi non hanno alcun modo di opporsi al sistema. In questa strategia è fondamentale l’apporto dello strumento televisivo: le nuove generazioni vengono educate al solo uso della Neolingua, che diventa quindi l’unico sistema di comunicazione che abbiano mai conosciuto, in questo supportate dall’eloquio catodico di esponenti della politica e del giornalismo, i quali, facendo pubblico scempio dell’Archelingua, legittimano l’idea che la Neolingua sia e sia sempre stato l’unico vero sistema di comunicazione.
Un esempio dell’impoverimento linguistico e comunicativo in corso può venire dall’osservazione di un qualunque pseudodibattito televisivo: il primo personaggio che prenderà la parola baserà il proprio discorso su un sostantivo, un verbo e un aggettivo, i quali verranno pedissequamente ripresi e ripetuti da tutti gli altri come se il concetto di sinonimo non fosse mai esistito. Il giorno dopo i mezzi di comunicazione riporteranno quanto detto senza commenti e la definizione – in questo i pubblicitari del Pdl sono spesso maestri di creatività per menti semplici – dell’argomento diventerà l’unica possibile per l’oggetto di quella discussione.
Limitando la possibilità di esprimere un concetto dal punto di vista linguistico, si limita automaticamente la possibilità di formulare pensieri ed opinioni che si discostino da quelle diffuse dal regime, sopprimendo di fatto la possibilità di critica.
Una volta avviata questa fase, si passa alla modifica del significato delle parole: i termini rimasti perdono il loro contenuto originario, rendendo pressoché impossibile esprimere idee che siano nello stesso tempo critiche verso il regime e comprensibili da tutti.
 
Facciamo un esempio col verbo “tollerare”, il cui significato originale è:
  1. sopportare
  2. permettere benevolmente qualcosa di negativo (o che si considera tale) dall’alto di una superiorità che permetterebbe di impedirlo
In Neolingua il significato di “tollerare” è quello un tempo attribuito al verbo “accogliere”, con una vaga sfumatura negativa dovuta ai tempi tecnici di elaborazione linguistica, ma che sparirà completamente nel giro di una generazione. Affermazioni insensate come quella del Ministro degli Interni Maroni (“Troppa tolleranza verso gli stranieri”) finiscono quindi non solo per assumere un significato positivo (per il regime) di fiducia tradita, ma per essere rimbalzate senza alcuna osservazione fino alla massima amplificazione.
Ciò che non si dovrebbe tollerare oggi in Italia è la non uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, l’evasione fiscale, la presenza di delinquenti in Parlamento, il disprezzo delle normative comunitarie che costringe i cittadini a pagare quotidianamente milioni di multa nel silenzio generale.
Non c’è nulla da tollerare nella presenza di lavoratori provenienti da altri paesi. È una cosa normale.
Sembrerebbe un concetto semplice, invece è già troppo complicato da esprimere come commentario di qualunque servizio telegiornalistico che riporti la colossale stronzata di Maroni. È la Neolingua, bellezza.
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