[intervista col tapiro]

Arrivo al lavoro con la classica puntualità foriera di catastrofi. Qualunque ritardatario cronico può confermarlo: arrivare in perfetto orario porta sfiga. E’ un fatto. Accendo Multivac e scopro che nel giro di un paio d’ore avremo finalmente l’agognata intervista con i Kredeechy, quella che stiamo aspettando da un mese. Ne avremo addirittura due, entrambe strategicamente fissate in piena pausa pranzo. Mica la si usa per pranzare, la pausa pranzo. E mica uno, non sapendo di dover fare da interprete per un’intervista, si prende impegni suoi approfittando della pausa. Chiedo conferma – sai mai – e la ottengo: intervista con Polko alle 13.30 per il Corriere dei Piccoli e alle 14.45 con Befan per Topolino. Il giornalista di Topolino non parla inglese, perciò ha mandato in anticipo le sue domande da tradurre, come fa di solito e, sempre come fa di solito, per non intimidire la sottoscritta né gli intervistati se ne resterà a casa e aspetterà la traduzione sbobinata. Tutto sommato, meglio così. Il tipo del Corriere dei piccoli, invece, verrà qui da noi, ma se la sbrigherà da solo.

Ottimo.

Topolino intervista Befan alle 14.45, Corriere dei piccoli intervista Polko alle 13.30.

Perfetto.

Alle 13.22 il cosiddetto giornalista del Corriere dei piccoli ancora non si vede.

Lo chiamo.

E’ sulla strada che torna da Culandia, dice, in mezzo alle curve.

Non me lo stai dicendo davvero, dico mentre conto fino a ottantamila.

Non ti preoccupare, dice, ora trovo una piazzola e ti detto le domande.

Ottantamilaeuno, ottantamilaedue, non sono la tua cazzo di segretaria, ottantamilaetre ottantamilaequattro.

Fai con comodo, gli dico, tanto ormai sono le 13.29 e l’unica è invertire le interviste, considerato che il giornalista di Topolino si è preoccupato di mandare le sue domande tre settimane fa, ottantamilatrentadue.

Neanche per idea, dice come se lo avesse azzannato un caimano, se questo è quello che pensi di fare dimmelo subito che cancello la mia intervista.

Perché non esci di strada e finisci in un burrone, ottantamiladuecentonove, razza di prepotente incompetente puzzolente contundente?

In ogni caso devo liberare la linea, dico, click.

Lui si fa dare il numero di cellulare del tirocinante che è con me in ufficio, lo chiama e comincia a dettargli le domande.

Dovrebbe essere così cortese da dettarle già tradotte, visto che qui è questione di secondi, dico mentre muro telefonate a tutto spiano per tenere la linea libera.

Peccato che il tirocinante non parli inglese.

Li sento che cercano di sillabare le parole una per una impiegandoci anni della loro vita, si incartano, poi desistono.

Potrebbe essere così sveglio da mandarle già tradotte via sms, dico continuando a murare telefonate.

Dice che gli va a puttane il T9, dice il tirocinante.

Alla fine mi allunga un foglio con quattro domande in italiano e una in una lingua sconosciuta in cui parole in italiano e in inglese si chiedono in che rapporti sono con la sintassi della lingua jedi parlata da un uzbeco.

La fissiamo perplessi, nessuno dei due in grado di tradurla con un minimo di senso. Il tirocinante chiede lumi a Corriere dei piccoli e quello ne estrae un senso che è esattamente l’opposto di quello che si poteva pensare in prima istanza. Il tirocinante è perplesso, e chiede come mai non ha dettato la domanda in maniera comprensibile come sta facendo ora.

Non so cosa rispondergli. Fortuna che la telefonata è in ritardo. Molto.

Corriere dei piccoli arriva con tre quarti d’ora di ritardo e come prima cosa chiede se può lavarsi la faccia. Prima di lavarsela è sudato come un cammello, dopo pure. Su uno degli asciugamani del bagno ora campeggia la sua sindone, per vedere la quale dubito arriveranno pellegrini, nemmeno cattolici.

Come seconda cosa chiede se può fumare. Com’è noto, a me di solito il fumo non dà fastidio, ma devo fare molta fatica per non dirgli quale destinazione fantasiosa avrei per la sua sigaretta accesa.

Mentre fuma relegato vicino all’unica finestra apribile (non male, considerato che c’è una temperatura di 43° centrigradi), gli chiediamo se vuole la stampa delle sue domande.

No, non gli serve, ha tutto nel computer, lui.

Benissimo.

Accende il computer. Finisce la sigaretta e butta la cicca di sotto in un giardino privato, naturalmente.

Gli ricordo che, secondo i patti, dovrà porgere a Polko due domande da parte del giornalista di Topolino.

Lo sa, lo sa, dice.

Squilla il telefono. E’ l’intervista.

Gli passo la comunicazione, lui accende il registratore e chiede se per caso abbiamo una stampa delle sue domande.

Ma allora sei deficiente!, pensiamo in coro io e il tirocinante.

Vai con la stampa. Vai con la prima domanda. Vai con un fulmine che ti scotenni, razza d’idiota.

Polko gli fa ripetere la prima domanda tre volte perché non capisce cosa gli stia chiedendo.

Aspetta di arrivare all’ultima!, pensiamo in coro io e il tirocinante.

Il mentecatto formula l’ultima delle sue domande, Polko risponde qualcosa a caso, io porgo al mentecatto il foglio con le due domande di Topolino e quello dice nel telefono che l’intervista è finita, grazie, ciao, click.

Ma come grazie, ciao, click? E le domande di Topolino?

Se n’era dimenticato, dice.

Novantasettemilaquattrocentonovantadue

 

 

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2 thoughts on “[intervista col tapiro]

  1. utente anonimo ha detto:

    Forse non è poi così terribile pensare, ogni tanto, sottovoce, che su questa terra siamo decisamente un po' troppi…(oggi devo scrivere jig… robot d'acciaio!)Calippa

  2. utente anonimo ha detto:

    😀 😀 😀 😀 😀 😀

    Mi rendo conto che per Lei, Signora, non sia stato assolutamente uno spasso…. però le garntisco che per me, la lettura di ciò, sembrava una barzelletta…. fantastica.p.s.dopo il "Novantasettemilaquaatrocentonovantadue" Lei è esplosa con mille insulti o…. ha iniziato una pratica sodomitica con il "mentecato" ?

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