[linguine scotte]

C’era una volta un paese molto strano.
Aveva una forma strana, non di quelle da interpretare, no, non di quelle che passi ore a discutere a letto dopo (“dopo cosa?”, usava dire un informatico di mia conoscenza) perché a te sembra una teiera e a quel tipo o tipa con cui hai giocato ai transformer fino a poco prima pare un pancreas incidentato.

(trovo che avere appesa nei pressi del letto una carta geografica o una mappa stellare faccia acquistare non meno di  8000 punti nella scala di misurazione della trombabilità)

(trovo anche che scoprire di trovarsi a letto con qualcuno che parla di pancreas incidentati sia inquietante, a meno che non si tratti della pausa hard durante un convegno di rispettabili anatomopatologi)

No, la forma di questo paese somigliava a uno stivale. Per la precisione, a uno stivale che prende a calci un cartone del latte tetraedrico mentre un’impronta (o un boccale di Birra Cane, a scelta) sta a guardare.
Un paese con una forma così strana non poteva che essere popolato di gente strana facente cose strane (ma mai strane quanto il far parte di una band reggae di Pinerolo, naturalmente) e parlante lingue strane. O meglio: le lingue erano mediamente normali (nel senso di idioma; nel senso di organo erano sovente biforcute e talvolta tanto carenti in freschezza da necessitare di un gledmagicwater più che di un tic-tac), ma l’uso che se ne faceva era assai particolare. Trattavasi di lingue pieghevoli e piegabili, come un dépliant; e come un dépliant, a volte, capitava che finissero per prendere la forma della tasca in cui uno se lo ficcava e faticassero a riassumere la sembianza originale.

Due casi furono rilevati in quel lontano 22 novembre dell’anno della Dea 2010: il primo aveva come protagonista un tal ministro, uno dal nome gonadicamente evocativo. Era questi un personaggio mordace, delle cui dirette parole non si ritrova traccia negli annali della Storia. E in effetti quivi stesso viene citato per pura casualità, non essendo egli che il mero portatore di un titolo di cui le cronache non rilevarono altro che l’ennesima storpiatura. Ministro dell’Interno, veniva apostrofato, quasi gli fosse capitato di presiedere alle attività che gestiscono un tratto esofageo, e non già degli Interni, sottintendendo con ciò agli Affari che quel paese considerava Cosa Propria.
Il secondo caso riguardava la spiegazione che un noto menestrello, Daniele Giuseppe detto Pino, forse per via del suo sentore pungente, fu chiamato a dare del termine “vaiassa”, ben noto nella sua contrada ma fino ad allora sconosciuto ai più, e proprio in quei giorni assurto agli oneri della cronaca per via di un animato scambio epitetiale tra due dame, una delle quali si era guadagnata il titolo in replica all’aver diffuso un dagherrotipo della collega in atteggiamento confidenziale con un gentiluomo dal nome che fa la felicità di molti. Chissà, forse Donna Dux rivendicava qualche esclusiva sulla pratica, o forse aveva smesso recentemente di fumare e anche solo il sentir nominare una parte del tutto la ripiombava nel baratro dell’astinenza. Fatto sta che il menestrello, interrogato, ebbe a sintetizzare l’etimologia del termine, facendosi mendacemente latore del messaggio che l’appellativo non recasse offesa.
Dimostrò di non essere in completa buona fede, quando l’indomani ebbe a risentirsi per le centinaia di missive, contenenti lo stesso epiteto, indirizzate alla sua augusta madre.

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3 thoughts on “[linguine scotte]

  1. Roano ha detto:

    ..a parte l'aver letto "..anali della storia". tutto bene.

  2. utente anonimo ha detto:

    Un chiaro indice della carenza di vaselina nel sangue.

  3. utente anonimo ha detto:

    GNFLT Signora…

    Passavo di qui! 🙂

    ATTRA

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