[goodbye ruby tuesday]

Niente di nuovo sotto il sole, e nemmeno in posti dove il sole spesso non batte, ci mancherebbe. I santi, i poeti e i naviganti di cui un tempo pullulava il popolo italiano sono stati sostituiti da ladri, puttanieri e ipocriti al 29’ del primo tempo, tanto che il paese è pieno di cittadini votanti cresciuti nella convinzione – non avendo mai sperimentato nulla di diverso – che quest’ambientazione da grande fratello (il libro, ça va sans dire) sia la normalità e che vinca chi è in grado di vendere più fondi di bottiglia spacciandoli per diamanti a quanti più acquirenti ben lieti di essere incauti (perché il sospetto è da perdenti, disfattisti e comunisti*) possibile. Molti di noi si son crogiolati per mezza giornata nell’idea di un finale alla Al Capone, poi la salma del vecchio Al ha telefonato a Ballarò e ha chiesto per cortesia di non essere immischiato, che almeno lui era un criminale serio. E se nemmeno quel che sta succedendo in Tunisia ci fa venire in mente la risposta esatta, possiamo ben metterci l’anima in pace e continuare a non trovare le parole quando le edicolanti di Schiphol, scoprendo che siamo italiani, ci chiedono “ma come fate?”.

Però due cose vorrei.

La prima è non sentire più espressioni legate a degli ipotetici “nostri figli”. I “nostri” di chi? Vabbè la distrazione, ma insomma, se avessi seminato figli in giro credo che lo saprei. Chi procrea paga e i figli sono suoi. E le cose che vanno fatte andrebbero fatte ora, seriamente, per cambiare le cose adesso, non prese alla trallallera – come direbbe mia nonna – perché tanto prima che tocchino i pargoli ce ne passa, e quel che li tocca ora è evidentemente ancora sopportabile. Basta con questa sacralità della famiglia ipocrita per cui ci si immola – al rallenty – per le nuove generazioni. Non ce l’avremo una vita nell’aldilà, quindi tanto vale cercare di non sputtanare ulteriormente questa, perché tanto non ce la racconteremo a novant’anni davanti a un semolino con gli amici al bar. Noi a novant’anni, se non saremo schiattati prima, staremo ancora sbattendoci in giro per sopravvivere.

La seconda è non vedere – mai più – fare figli e figliastri sui caduti sul lavoro. Ieri, 18 gennaio 2011, sono morte sul lavoro cinque persone (32 dall’inizio dell’anno senza contare gli incidenti avvenuti in itinere). Tre agricoltori, un operaio e un militare. Quattro uomini e una donna. Mi risulta che tutti e cinque fossero persone, con una vita, degli affetti, degli interessi. Nessuno di loro era un sasso, o un bidone, o uno starnuto. Tra loro c’era sicuramente chi aveva scelto di fare il proprio mestiere e chi aveva preso quel che aveva trovato. Cinque persone. Cinque vite interrotte. Disperazione a multipli di cinque. Certo, la considerazione postuma non li fa tornare, ma si può almeno risparmiare a quattro di loro e alle loro famiglie la sensazione di non contare un cazzo.

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