[segnale assente]

In mezzo al circo (s)puttanoide degli ultimi giorni (comprensivo di Daniele Garnero note Santanché che si ergono a paladine delle dignità femminile: no, dico, una che non è nemmeno capace di presentarsi col suo nome e cognome) sta scivolando via pressoché inosservato uno degli ultimi barbatrucchi governativi a difesa del più forte: il cosiddetto “collegato lavoro”. Cosa ci sia di collegato non è dato saperlo, visto che sembra creato da gente che l’unico collegamento di cui dispone è quello tra il proprio neurone e il dito che s’infila nel naso mentre sosta ai semafori. Di certo non si parla di persone che hanno avuto uno straccio di collegamento col mondo del lavoro degli ultimi dieci anni, altrimenti forse – ma dico forse [cit.] – sarebbero state sfiorate dal pensiero che i lavoratori che hanno precariamente (ma solo sulla carta) prestato la loro opera in aziende medio-piccole negli ultimi anni difficilmente possono permettersi il lusso di scegliere tra il vedersi riconosciuto un diritto e il coltivare la speranza di essere riassunti, magari con un nuovo contratto a termine. Se queste persone si fossero trovate ad avere a che fare con il lavoro vero, negli ultimi anni, forse saprebbero che per le aziende con meno di 15 dipendenti – ovvero la stragrande maggioranza delle imprese italiane – non è così difficile licenziare un dipendente, sia pure a tempo indeterminato. Se avessero dovuto fare i conti con delle retribuzioni da veri lavoratori precari probabilmente sarebbe loro venuto in mente che il problema vero non è il lavoro a scadenza, quanto il fatto che questo viene automaticamente inteso come sottopagato.

Ma naturalmente questa è solo la reazione velenosa di una morta di fame da pompini a 300 euro.
Gustavo, sia gentile, chiami Ilda la rossa e le ricordi che dobbiamo vederci alle sette per la lezione di lap-dance, altrimenti qua stamo fresche… si fa per dire, che ormai teniamo un’età.

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