[sic transit]

Ma via, di cosa si preoccupa, signor ministro?

…signor ministro?

…sì, sto parlando con lei. È il ministro degli Interni, se n’era accorto? Di quella buffa repubblica, sì.

Dicevo, tutto questo patema d’animo è eccessivo. Certo che sbarcheranno qui, e a migliaia. A decine di migliaia. Decine di migliaia di profughi nordafricani. Rischieranno la vita per non rischiare la vita, la fame e gli stenti nei loro paesi d’origine, daranno via un occhio della testa per essere caricati su un canotto e patire il freddo, la fame e la sete fino a toccare Lampedusa.
Ma non si deve preoccupare.
Non resteranno in Italia.
Lei ci resterebbe in un paese dove un lavoratore finisce per darsi fuoco perché non ne può più di non riuscire a lavorare e mantenere la propria famiglia? Ci resterebbe in un paese dove per salvare il proprio posto di lavoro si arriva ad auto incarcerarsi, con i giorni che passano e una mattina – toh – ci si rende conto che è passato un anno, ma siccome si è solo dei lavoratori e non le presunte nipoti di capi di stati che manco sono il nostro, dopo trecentosessantacinque giorni (lo scrivo per esteso altrimenti non si capisce la lunghezza) non si è mossa foglia?
Ci resterebbe, lei?
Nemmeno loro, non si preoccupi.

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