[stream of unconsciousness]

Non è chiaro da dove stiamo arrivando, soprattutto perché siamo in treno. Non me la ricordavo mica una linea ferroviaria che passasse così vicino al mare. Eppure è il golfo sotto casa di Sandip quello che si vede dai finestrini. Il golfo da cui, nelle giornate limpide, si intravede l’isola sud. Al momento, invece, la mia attenzione è tutta catturata dagli iceberg di cui pullula il mare. Mai visti prima degli iceberg così da vicino. E non pensavo mica che potessero trovarsene così vicini a un luogo abitato. Invece. Gli iceberg, tu pensa. In effetti tra qui e il Polo Sud non c’è niente, può avere un senso che ci siano gli iceberg, no?
K non mi risponde. Continua a ronfare sul sedile di fronte, finché decido che non può non vedere gli iceberg e riesco a svegliarlo giusto in tempo prima che la ferrovia si insinui nella periferia della città. Sgrana gli occhi intontito, senza capire cosa diavolo ci facciamo lì. Riconosce le strade anche lui, Adelaide Road, Wakefield Park. Ma quando, come? Non è che ci si arrivi proprio in quattro e quattr’otto, fin qui. E’ successo qualcosa, prima, sento che è successo qualcosa ma non riesco a ricordami di cosa si tratta. E in ogni caso stiamo entrando in stazione. Prendiamo gli zaini dalla reticella sopra i sedili, due zaini non troppo grandi, in effetti, il che potrebbe significare che non stiamo arrivando da chissà dove. Cerco nuovamente di mettere a fuoco la sensazione che ci sia qualcosa d’importante che mi sfugge, ma la mia attenzione è catturata dai due uomini in divisa e borsello che ci bloccano appena scesi.
I biglietti, please.
Ci frughiamo in tasca, pantaloni, giubbotti, eventuali taschini di camicie. Tasche degli zaini, esterne, poi interne. Borbottiamo qualcosa sui posti sicuri dove mettere le cose importanti per non perderle, che son sempre così sicuri che poi non te li ricordi più, poi qualcosa a proposito del metter via le cose sovrappensiero, come quando ti capita di aprire lo sportello del frigo e trovarci dentro lo shampoo. Il più basso dei due controllori, figlio naturale di John Oates e Edward James Olmos, comincia a dare segni di nervosismo e decide che ne ha abbastanza di aspettare che li troviamo, i biglietti. Per quanto riguarda lui, ci deve multare. Il suo collega, una specie di Owen Wilson con la panza, annuisce. Oates-Olmos scribacchia su un blocchetto in duplice copia e poi ci tende un foglietto color carta da zucchero, informandoci che fanno mille dollari.
Mille dollari?!?
Ecchccazz, cerco di dire, ma K ha già allungato loro la carta di credito con fare sdegnoso. Non riesco a bloccarlo, Oates-Olmos l’ha già afferrata e si avvia verso l’ufficio per il pagamento. Restiamo lì col suo collega, tutti e tre in piedi vicino a un pilastro imbullonato, mentre lo spazio risuona degli annunci dei treni in arrivo. L’Interislander entra in porto di fronte a noi, o meglio, alla mia destra, alla sinistra di K e di fronte a Owen Wilson, che in quel momento si accende una sigaretta. Qualcosa non mi torna. Non torna, non torna, non torna. E comunque mille dollari di multa sono eccessivi, non è così che ci si comporta. Afferro il foglietto carta da zucchero e dico a K che andrò a parlare col dirigente movimento.
Col capostazione, spiego, dopo che mi ha guardato allibito.
L’ufficio del dirigente movimento della stazione di Wellington si trova, per motivi sconosciuti ai più e soprattutto senza nessuna logica ferroviaria, nel piano interrato. Busso a una porta socchiusa di legno, verniciata male con una vernice grigia troppo densa, come certe stazioni di quando ero bambina. Tutto il mondo è stazione, penso, mentre mi presento alla capostazione in servizio e le spiego il problema. Lei guarda il foglietto e mi indica il fatto che non ci sia nessuna intestazione, niente che faccia riferimento alle ferrovie neozelandesi.
Niente.
Due idioti, due idioti che siamo, né io né K l’avevamo notato. Due idioti e due truffatori, penso mentre corro fuori a perdifiato verso il binario dove K è ancora in piedi di fianco a Owen Wilson che fuma, gli urlo di bloccare la carta ma lui non capisce, BLOCCA-LA-CARTA!, grido ancora scandendo, e lui mi guarda e lentamente capisce, gli indico Owen Wilson che fuma nonostante i divieti di fumo siano appesi dappertutto, come se quella fosse la prova definitiva del fatto che è un truffatore, ma un attimo prima che li raggiunga ritorna Oates-Olson, non è più in divisa e indossa una camicia orrenda da narcotrafficante, in fantasia nera e verde, e in quel momento mi sveglio. K, già quasi completamente vestito, ha aperto la porta del terrazzo, e il sole entra amichevole. Non c’è nessuna stazione, nessun Interislander, nessun iceberg, nessuna Cuba Street, non c’è niente di niente, eppure la luce e il cielo e il profumo che mi è rimasto nel naso è quello pulito della Nuova Zelanda, e fa sì che giri per Atlantid City con una faccia strana e soddisfatta, come se fossi davvero a Wellington e il mondo fosse qualcosa di straordinario.

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