[cartoline dal passato]

Se non suonasse blasfemo, azzarderei che c’è una certa aria di tsunami. Cielo cupo, bassissimo. Mare che ruggisce senza tregua, e ruggisce è il verbo esatto, non un modo di dire, considerando che la traslitterazione del suono è qualcosa di praticamente identico a ROAR, maiuscolo da quanto è forte. Il vento flagella il terrazzo da due notti e un giorno, e se ne frega dell’averci abituato al fatto che a un certo punto della notte cali. Non se lo sogna neanche di calare. Zen giace per traverso tra il suo angolo e la porta del terrazzo, un rapido consulto ha deciso – alla terza volta che si correva a tirarlo su – che era più sicuro lasciarlo così. Lima è stata capovolta anche lei, e il risultato è che ci sono più limoni per terra che sui suoi rami. N’Kono stavolta ha resistito, mentre Illo è stato sbatacchiato in giro, e una serie di palette spinose rotola in giro assieme ai limoni e a tutto quello che non è cementato a qualcos’altro.

Esco di casa praticamente certa di rientrare di lì a un’ora e mezza col trionfante verdetto “non disputata per impraticabilità di campo”.
Un fico secco.

Il vento scompare appena varcate le porte di Atlantid City. Pioviggina, ma niente di che, e continuerà a gocciolare, ora sì, ora no, ora sì, ora no, per tutta la durata della gara, che sembra svolgersi in Svizzera, anziché in questo paese dove ho sperimentato la mia infanzia. Circondata dai carciofi, qualcosa vorrà dire.

Per quaranta minuti studio con un occhio la congrega di padri che fa il balletto degli ombrelli davanti a me. Apri, chiudi, apri, chiudi, apri. Mi chiedo se qualcuno di loro sia stato un mio compagno delle elementari, o un amichetto del vicinato. Sembrano tutti vecchissimi, eppure i figli in campo non possono avere più di sedici anni. Non trovo nessuna somiglianza, tranne in uno che potrebbe pure essere il mio compagno Armando, se non fosse che Armando ha un anno più di me, non i dieci di più che sembra avere questo signore. Penso alla mia faccia. Magari ha dormito poco anche lui. Per due volte penso di chiedergli se si chiama Armando, poi lascio perdere. Faccio bene, perché alla fine scopro che è un padre della squadra ospite, il che potrebbe anche non voler dire, però. Resto a godermi il senso di onnipotenza dato dall’essere l’unica donna nell’impianto, seduta più in alto di tutti, una specie di divinità togata con diritto di vita e di morte, o anche semplicemente di squalifica, sul centinaio di maschi stratificati ai miei piedi. Poi controllo di avere la tessera a portata di mano e scendo.

Quando finisco, vado lì dove devo andare, sentendomi un po’ melensa, un po’ no. Non è cambiata. Cioè, un po’ sì, inevitabilmente, ma si tratta di quisquilie: tre delle finestre che danno sul piazzale hanno infissi nuovi, con degli scuri color mogano. La finestra in cima alle scale, sotto la quale c’era la cassettiera che ora si trova in bagno a casa dei miei; la finestrella piccola e alta di quello che chiamavamo l’ingresso, perché era troppo piccolo per essere qualunque altra cosa, tranne per noi che ci vivevamo. La finestrella fino alla quale Zippo si arrampicò che nemmeno camminava, ancora, scalando il divano, il bracciolo, la libreria, fino al davanzale, sul quale si andò a sedere soddisfatto, con i piedini infilati nelle gambe della sua tutina di spugna celeste penzolanti di fuori. Ricordo che i miei non furono particolarmente felici di essere svegliati – il pisolino pomeridiano di mio padre prima che facesse il turno di notte era sacro – ma concordarono con me che fosse il caso quando, tiratisi malvolentieri in piedi, si accorsero che il loro secondogenito nuovo di zecca ammirava il mondo sgambettando allegro sul davanzale di una finestra al secondo piano, rivolto beatamente verso il vuoto. La finestra di cucina, invece, è rimasta uguale, solo un po’ più scrostata. La cucina beige dove mi spaccai un gomito a causa di un fallimentare esperimento di altalena tra la credenza e il tavolo, la stessa credenza che recava le effigi adesive di Rivera e Mazzola incollate su un lato, e che custodiva fantastici tubetti di concentrato di pomodoro che mia madre smise di comprare indignata quando per l’ennesima volta rilevò che li vendevano mezzi vuoti, come se qualcuno ci si fosse attaccato e se ne fosse succhiato via la metà (per anni ho temuto che un ispettore della Star mi intercettasse in un momento poco idoneo e mi svergognasse davanti a tutti, pretendendo un giusto risarcimento per la pessima nomea che avevo lasciato cadere sulla sua azienda).
Giro intorno alla casa lato scalo, quello dove giocavamo alla conquista del west sui carri in deposito. I salici piantati da mio padre non ci sono più e un giro completo non si può fare, ora che la stazione non è più presidiata e resta un unico accesso in tutto il perimetro. Guardo in su verso il terrazzo grande, quello dove d’estate gonfiavamo il canotto e lo riempivamo d’acqua per fare il mare, e poi ci stavamo dentro tutti e quattro. Quello davanti alla porta del quale Zippo tese uno spago, uno di quegli spaghi rossi da pacchi, quelli che sottili che tagliano, e infatti mi ci tagliai un piede correndo ad aprire a qualcuno che aveva suonato alla porta senza accorgermi della trappola, maledetto gnomo. La porta d'ingresso che dall'interno era identica a quella del ripostiglio, una di fianco all'altra. Scene esilaranti, quando qualcuno usciva distratto.

Faccio il giro dall’altra parte.
Il secondo terrazzo, con la porticina incastonata sulle scale, quello dove i miei avevano stipato i barattoli di conserva fatta in casa, talmente buona che i topi se la mangiarono quasi tutta. Non ci si poteva andare da soli, da piccoli, in quel terrazzo lì. Dava su un triangolo di giungla, poi disboscato. Ma prima che lo fosse aveva visto grappoli di mocciosi appesi ai rami degli eucaliptus, a testa in giù come pipistrelli, con le ginocchia sbucciate, con capelli di tutti i colori che penzolavano al contrario, e panini di San Pietro per merenda, altro che LSD. La finestra di camera dei miei, più simile al negozio di un rigattiere. La finestra della cameretta, una specie di puzzle tridimensionale: per aprire l’armadio dovevi tirar fuori il letto di Zippo, se tirarvi fuori il letto di Zippo non si poteva più passare dalla porta, chi era dentro era dentro e chi fuori, fuori. Per un breve periodo ci fu la moquette, sul pavimento della cameretta. Poi venne abolita, soprattutto perché ormai constava più di intarsi di plastilina che di tappeto. Una foto di Sandokan attaccata alla ribaltina, che causò una crisi isterica quando fu staccata durante un trasloco. L’angolino del castigo, che ci toccò ridipingere prima di lasciare al casa, perché quell’impiastro della primogenita, chissà come mai, aveva sempre un pennarello, delle matite, dei pastelli a cera, sa il diavolo cosa, in tasca, ogni volta che ci veniva spedita, e mentre meditava sulle monellerie affrescava il muro. L’abat-jour a forma di gatto, che con santa pazienza si sorbiva tutte le notti la litania della buonanotte declamata urbi et orbi da Zippo come un rito scaramantico contro i brutti sogni. L’orso di peluche fucsia fluorescente, che a guardarlo ora non sembrerebbe poi così gigantesco. E poi ancora la finestra della camera da pranzo, con la tenda che si lasciava trasformare in velo da sposa, e un cassetto con un sacchetto di carta pieno (ma sempre più spesso vuoto) di pastiglie di zucchero in colori pastello, e la credenza dei liquori, con la solenne dichiarazione che chiunque fosse stato ad essersi sciroppato di nascosto le amarene sotto spirito sarebbe morto presto, perché erano avvelenate, ma a me non mi fregavano mica, erano buonissime. E il radio-registratore Grundig, quello con cui si ascoltavano i Bee Gees che belavano “Tragedy” alla hit-parade (mentre la radio verde in cucina trasmetteva solo canzoni di Mina e Battisti). La stufa a cherosene. Il bagno con la minivasca, e un fantastico bidet in cui giocare con l’acqua e dimenticarla aperta col tappo chiuso, la casa allagata tre volte di cui due con tanto di personale di stazione che saliva a dire ai miei che sotto pioveva.

Guardo i nomi sul citofono. Per un attimo son tentata di suonare. Per farmi prendere per scema, cos’altro? Cosa potrei mai dire? Abitavo qui trent’anni fa. Ah, beh. Dal vetro smerigliato del portoncino si intravede la sagoma di un uomo. Buongiorno, potrei dirgli, lo sa che proprio dietro questo portoncino (in realtà non proprio questo, lo cambiarono poco prima che ci trasferissimo) Rinaldo mi faceva gli scherzi e quando lo baciavo sulla guancia si girava di scatto per farsi centrare in bocca? Lo sa che giocavamo su queste scale quando vedemmo il lampadario oscillare senza vento, e poi la sera sentimmo al telegiornale che c’era stato il terremoto in Friuli? Lo sa che mi trovavo in questo piazzale quando l'ultimatum delle Brigate Rosse arrivò alla scadenza sancendo la condanna a morte di Moro? E che sempre in questo piazzale mia madre inciampò cercando di aggirare una cavalletta e momenti spiaccicò su un pietrone il mio cranio di unenne?
La sagoma scompare senza essere venuta a conoscenza di niente di tutto questo.

Faccio un giro di perlustrazione intorno alla palazzina di fianco, quella dove abitavano i bambini con cui si giocava. Dei sei nomi sul citofono, quattro sono gli stessi, sembra solo tutto molto più piccolo. Soprattutto la porta basculante del garage, quella che se ti ci appoggiavi di schiena e spingevi forte potevi restarci incastrato dentro finché qualcuno non ti tirava fuori. Soprattutto il cortile dove si giocava a pallone, mentre per giocare a indiani e cauboi o a guardie e ladri si girava tutto intorno, possibilmente urlando in maniera disumana. La casetta di frasche e teloni di plastica dove i più piccoli non erano ammessi, perché ci succedevano le cose turpi che solo fra maniaci sessuali di nove-dieci anni, non c’è più. Chissà dove vanno a ficcarsi i bambini ora, quando vogliono vedere come son fatti sotto le mutande. In compenso ci sono sempre certe piante di cui non ho mai saputo il nome, con dei fiorellini azzurri dai petali appuntiti e un buco al centro della corolla, che se ci passi un filo ti fai le collane.
Sto lì ancora un po’, poi me ne vado, prima che qualcuno avvisi il 113.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...