[good morning, vietbrahms]

La sveglia è puntata sulle sei.
Uscita di casa prevista per le sette, alle otto in aeroporto, calcolando tutto il tempo per code ai semafori, ricerca di un parcheggio in su corr’e sa furca, imprevisti, opportunità. Volo alle nove.

Tutto un po’ troppo perfetto.
Infatti alle cinque e mezza mi sveglio di botto.

Le carte d’imbarco.
Le carte d’imbarco, stampate anche quelle per tempo (mai, mai, mai fare le cose per tempo! Le cose vanno fatte all’ultimo, così uno è sicuro di) e messe dentro la cartellina trasparente del calendario della LND. Insieme a una serie di note importantissime, tipo l’indirizzo del signor Attra.
La cartellina non è  in casa, RIPETO, la cartellina non è in casa. Non è stata portata su ieri sera dopo Ottavia Piccolo e Igort insieme a tutto il resto. Ricostruisco l’ingombro delle mie mani mentre salivo: giacca, borsa di tela a tracolla, sacchetto con i resti del pranzo, sciarpa che continuava a scivolare. E poi? La cosa più sensata sarebbe stata infilare la cartellina nella borsa. Infatti non c’è.

Un déjà vu. Correre in ufficio a ristampare le carte d’imbarco, controllare se la cartellina col resto della malloppa importante è rimasta nell’auto di servizio… e poi? Svegliare l’intestataria dell’auto alle sei del mattino per chiederle di essere mandata affanculo? Ragioniamo. Ragioniamo in fretta, perché se c’è da fare ‘sto bel giretto bisogna correre. Correre correre correre.

Fermi tutti.
E se invece la cartellina fosse scivolata e rimasta a bordo di Amaranta?
Balzo fuori dal letto. Apro la porta, mi fiondo fuori e torno dentro immediatamente. Sono le cinque e trentacinque del mattino e tutti dormono, ma non è lo stesso il caso di uscire gnuda. Acchiappo la prima cosa che trovo sottomano, mi ci involgo, afferro le chiavi – perché ci manca solo di restar chiusa fuori di casa, alla fine di tutto. Scema sì, ma con nesquik  – e scendo. È ancora buio pesto, tutto tace, perciò esulto solo mentalmente quando apro lo sportello di Amaranta e la vedo lì, la cartellina agognata duddùddaddaddà. Abbraccio la cartellina e rimango in mutande, anzi, senza. La prima cosa che avevo sottomano era un plaid di pile, finito a terra. Ma tanto son le cinque e quaranta del mattino, chissenefrega.
Mi ridrappeggio il facsimile di peplo addosso alla meno peggio, tenendo la cartellina in bocca chè non si sa mai, e mi avvio graziosamente verso casa quando, in controluce, appare una sagoma. “Oh, beata, fai il bagno di notte!”

Io? Che istituzione meravigliosa, i conservatori tedeschi, dove oltre alla musica insegnano agli studenti a dare libero sfogo alla fantasia. Non si spiega altrimenti come il mio vicino violoncellista berlinese possa associare l’immagine di una profuga scarmigliata, malamente involta in una coperta arancione e con una cartella in bocca, ad una valchiria olimpica che rientra alle cinque del mattino, nel mese di novembre, dopo una corroborante nuotata.
Fortuna che la sua italianissima moglie, che lo segue a ruota brandendo la loro secondogenita, mi squadra col sopracciglio in levare come si conviene in un mondo ordinato. Tedeschi, pfui.

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One thought on “[good morning, vietbrahms]

  1. utente anonimo ha detto:

    Livrea, fondamentalmente è colpa della sciarpa. Queste cose accadono perché siamo impicciati da sciarpe, cappelli, guanti. Sennò tutto andrebbe bene. Nel dubbio io all'epoca mi liberai anche di maglie di lana e pigiami. Ora vesto uguale tutto l'anno in sostanza, un po' monotono ma non perdo di vista altre cose.

    Sugli amici tedesci serve un capitolo a parte. A quest'ora comunque la moglie gli ha menato. Tutto per una sciarpa. Pensa.

    Il principale

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