[checkpoint belfast]

Chissà se il vecchio Ulath (supponiamo che si chiamasse Ulath) immaginava che la sua brillante trovata sarebbe diventata un segno premonitore.
Nell’831 d.C. i vichinghi si accingevano a conquistare l’Irlanda del Nord. Giunti in vista della terra, al re Thorgest punse vaghezza di promettere l’Ulster al primo dei suoi uomini che l’avesse toccata. E al prode Ulath venne in mente l’idea luminosa di tagliarsi una mano e gettarla a riva.
Una mano rossa da allora campeggia sulle insegne dell’Ulster.
Una mano rossa che ha segnato il destino di una terra che troppe mani insanguinate avrebbero cercato di possedere nel corso dei secoli.
 
 
 
Le coincidenze non esistono.
Arriviamo a Belfast sulle tracce di un libro straordinario, il cui autore, Robert Mcliam Wilson, tanto per cambiare non è profeta in patria, volendo sprecare un eufemismo.
Arriviamo a Belfast in un pomeriggio uggioso che sembra sera. Rovesci di pioggia e di ombrelli, gelo umido che si insinua in ogni dove, il primo impatto con l’assurdità di un sistema di trasporti urbani che sembra progettato da Tremonti in preda a una gravidanza isterica.
I sintomi per innamorarsi della città ci sono tutti.
 
Ed è quello che – inevitabilmente – succede nel giro di poche ore, a dispetto e complice lo spaesamento iniziale: zone deserte, e zone deserte, e zone deserte in pieno centro, dove dovrebbe esserci folla – di Sabato sera; nel fine settimana di Halloween – che la fanno somigliare a una città fantasma. Poi l’ineguagliabile fiuto balordo trova la via verso la parte viva, e verso una delle prime contraddittorie realtà: Belfast vuole farci credere di essere inglese. O di essere L’Irlanda. Ma il suo travestimento è improbabile almeno quanto la coniglietta di playboy affetta da un evidente irsutismo che mi spilla la Stella Artois (la Stella Artois ??!), o la miriade di diavolesse che si son scolate il pudore di nascosto prima di uscire di casa scollacciate fino alle tube di Falloppio, passando per dei più che sostanziosi prosciutti insaccati nel nylon.
 
Camminando la Domenica mattina da Springfield Road verso il centro pare chiaro che le cose stiano diversamente. Attraversando West Belfast, la parte cattolica, è cosa facile ricevere e ricambiare il saluto che ogni singolo passante tributa con una cordialità toccante, e senza trovare inquietante il conseguente sorriso a 79 denti che spunta come un fiore in bocca sulle facce degli osservatori di turno. L’approccio neutrale ne risulta pericolosamente incrinato.
 
Ho avuto modo, nei giorni scorsi, di leggere la risposta che Enrico Franceschini, inviato di Repubblica a Londra, ha dato ad un lettore interessato a visitare Belfast e che a lui chiedeva un parere. Sarei curiosa di capire cosa può spingere un giornalista a definire una città come questa “non interessante, se non per ex-extraparlamentari". Belfast non è una città “graziosa”. Non è monumentale, non riesce ad essere imponente dal punto di vista architettonico, nonostante la grandiosa City Hall. E’ una città difficile, è il simbolo del fallimento di una comunità che vorrebbe essere civile e lascia che certe ferite (quali ferite?) continuino a sanguinare nel disinteresse generale. I grandi paesi non possono ammettere certe vergogne in casa, e sarebbe troppo imbarazzante per la comunità internazionale rilevarlo. Perciò la soluzione più semplice è far finta di nulla. Passerà. Sta passando. Visto?
 
Visto, sì.
Ho visto l’Hotel Europa vantare il più alto numero di imitazioni (come albergo teatro di attentati dinamitardi), prima che Sarajevo intervenisse nel concorso; ho visto muri che non solo hanno orecchie, ma parlano: sui muri di Belfast si può leggere la cronaca degli ultimi trent’anni; ho visto bandiere sventolare in eccessi di superbia e stupide marcature di territorio; ho visto telecamere a circuito chiuso nei pub e fuori dai pub, a monitorare qualcosa di peggio di un ubriachezza molesta; ho visto i marciapiedi di Sandy Row decorati in maniera da far invidia alla più stracittadina delle competizioni sportive: peccato si giochi all’ultimo superstite. Ho visto uno scialo di retorica nauseante, da entrambe le parti, sfiorare il grottesco, come sulla lapide che commemora financo i caduti per cause naturali nel memoriale repubblicano presso la sede del Sinn Féin (la negazione del privato, della libertà di morire d’infarto per i cazzi propri al netto di strumentalizzazioni), o nella semplificazione parastatunitense (o berlusconiana che dir si voglia) del murales di Shankill Road che fa della segnaletica spiccia (il bene di qua, il male di là, verso la zona cattolica).
Ho visto la religione una volta di più usata come pretesto per una lotta tra miserabili (gli sciagurati che alla miseria tentavano di sfuggire e gli infami accaparratori di potere non condivisibile); ho visto l’unico posto al mondo che annovera tra le sue glorie un transatlantico mai arrivato a destinazione; ho visto un garage chiamarsi con disinvoltura “Peter Pan Complex”. Ho visto un arco rudimentale e approssimato listato a lutto per ricordare Bobby Sands e gli altri nove prigionieri del blocco H del carcere di Long Kesh morti nello sciopero della fame ad oltranza per ottenere il riconoscimento dello status di prigionieri politici.
 
E ho visto un muro di troppo. Un muro nato dal basso, contrariamente a quello di Berlino: non a separare con la forza ciò che voleva restare unito, ma a cercar di proteggere dalla furia cieca ciò che l’incompatibilità metteva in pericolo. E non a parole. Non sono parole quelle che hanno incendiato Bombay Street nel ’69, segnando l’inizio dei Troubles. Non sono parole, quelle rivendicate dall’IRA, che hanno dilaniato civili e soldati nel corso degli anni. Non sono parole quelle che hanno costretto le bambine della scuola elementare cattolica “Holy Cross” ad andare a lezione sotto un tunnel formato dagli scudi di poliziotti in tenuta antisommossa, non più tardi del Settembre 2001. Non sono parole quelle che hanno portato la villetta dirimpetto al cancello di Lanark Way, unico checkpoint ufficiale a mettere in comunicazione la zona cattolica di Falls Road con quella protestante di Shankill, a murare le finestre della facciata. Una facciata cieca che si rifiuta di guardare un muro.
 
Ora non è più così. L’ingresso nell’Unione Europea ha portato il benessere, e il benessere sta ammorbidendo gli animi. Non c’è più da scannarsi per un piatto di minestra e un posto in fabbrica. Ci sono i turisti, a Belfast, roba che a parlarne dieci anni fa avrebbe portato solo sonore risate in faccia, se non una camicia di forza. C’è una parola magica, “Eureka”, che dà il nome a una via molto speciale che sta rendendo i dintorni di Sandy Row molto più famosi di prima nel mondo, ma per tutt’altro motivo.
 
Ora il cancello non chiude più tutte le sere, ma il sasso che mi ha sfiorato mentre camminavo lungo il lato lealista del muro (lanciato da una banda di ragazzini cattolici, probabilmente informati da qualche eminenza italiana – che fosse Ruini o l’Ussaro poco importa), me, che altro non ero se non una “fucking tourist”, mi ha lasciato allibita. Stupidi giochi di ragazzini, certo. Stupidi giochi nati in stupidi ambienti in cui si dà sfogo a stupide teorie dell’odio verso l’”altro”. Stupidi giochi che ti fanno saltare per aria e correre giù dalle scale, quando senti l’allarme antisalcazzo dell’ostello suonare nel cuore della notte. E che ti fanno controllare ancora, una, due, dieci volte, le pagine di Silvia Calamati, autrice della bibbia laica che ci ha spiegato il perchè e il percome di questa terra con parole chiare, talmente chiare che non se ne parla, e se ne vuoi sapere di più, se vuoi cercare di capire, vuol dire che hai del tempo da perdere. Capire non è indispensabile, soprattutto in casa della gente perbene, dell’Europa evoluta.
Fanculo.
Non bastano questi episodi a far scemare l’amore controverso che già senti di provare per questa città, per i suoi colori: per il verde incredibile che sembra spuntare ovunque, occupando ogni spazio disponibile o meno; per il rosso dei mattoni di una città da rivoluzione industriale e non solo; per l’azzurro, il grigio e poi ancora l’azzurro del cielo, limpido, mutevole, bellissimo. Lo stesso da un lato e dall’altro del muro, lo stesso sotto qualunque bandiera.
 
 
 
Per una città non interessante mi sembra più che sufficiente…
 
 
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