[out of time #5 – put on the red light]

Tropico della luna
[Put on the red light (you don’t have to)]. Racconto lungo.
(Fa caldo. Troppo caldo. Dimensioni oniriche colano lungo una realtà liquefatta, quando fa caldo.

Era una notte di luna torrida.
Per chi ha tempo, voglia, pazienza e bonta di leggere. Lungo.)

E’ mentre ti cerco che mi appari. Rossa. E non faccio in tempo a vederti che è già tutto partito…

Vortice.
Forza centrifugante come una vite infinita, rallenta per un attimo ma non riesci a prendere fiato e inghiottire che l’accelerazione ti ribalta daccapo.

La fisso come se la vedessi per la prima volta.
Rossa come il sangue. La luna è femmina.
Non perfettamente rotonda, come fosse vestita a festa dopo uno scontro frontale. Ma se ne sbatte di essere perfetta.
Non riesco a staccarle gli occhi di dosso, pupille dilatate al massimo, mi bevo ogni secondo come se avessi incontrato qualcuno con cui vivrò qualcosa di intenso e pericoloso per la mia incolumità mentale e non potessi tirarmi indietro, come se fosse qui e ora e mai più. Mi entra dentro come una botta di alcol puro, o di eroina.
Red light, red heat. Il Lourido me lo concederà.

Centrifuga.
Ferma a un semaforo vedo una moto arrivare da sinistra, troppo veloce, troppo, troppo veloce. Troppo. Non sento lo schianto, e non lo sente neanche il ragazzo che guida quando si rialza per vedere se è tutto intero.
Lo è.
Ma è un sé stesso trasparente uscito da una sagoma riversa e immobile, che non si scuote neanche al sentire le sirene in avvicinamento rapido.
Io e il ragazzo trasparente ci guardiamo. Mi sorride, mi fa un cenno. Anche lui stava guardando questo spettacolo rosso grondante, e non ricorda che musica suonava in quel momento.

Mi scatta il verde. Proseguo inghiottita dal buio, il ragazzo scompare.

Arrivo in spiaggia.
Il blues che doveva esserci non c’è. C’è la sabbia, quella vera, e un continuum di basso e percussioni ipnotico e incessante. Il ritmo mi cattura, mi attrae, prima dentro poi fuori, mi attorciglia intorno a sé stesso in una spirale viziosa e pulita che fa vibrare, contrarre e decontrarre ogni mio muscolo.
Ogni.
Mio.
Muscolo.
Sta per succedere qualcosa, ma non so cosa, e guai a me se voglio saperlo.
I fumi dell’alcol tropicale mi avvolgono, mi devastano la pressione, e sento che passo distintamente dall’altra parte. Me ne accorgo appena mi trovo a fissarla di nuovo.
Più vicina, non più rotonda.
Figlia del vodoo, densa e appiccicosa di zucchero di canna. Un riflesso sanguigno e ferroso di cui sento il sapore mentre mi lecco le labbra.
Inizio a perdere i sensi, ma so che non li perdo, li sento dilatarsi, l’unico contatto fisso nello sguardo, reciprocamente fiero, da pari riconosciuti. Mi cambia il respiro, mi si socchiudono gli occhi, ma li riapro di colpo appena mi rendo conto di essere sospesa sul golfo. Guardo sotto di me una distesa lucida appena increspata e penso a chi stava sotto di me le volte in cui stavo sopra, e un riflesso di passione e piacere mi passa fulmineo attraverso come una scarica a voltaggio superlativo, vertebravertebravertebra e ogni terminazione nervosa. Luce intensa e soffusa, sempre più intensa, sempre più soffusa e diffusa, come regolata dall’interruttore nella stanza di qualcuno che ho conosciuto.
Ci troviamo faccia a faccia a guardarci negli occhi, i suoi cambiano colore e prendono le sembianze di occhi che ho amato. Un caleidoscopio di iridi verdi, azzurre, castane, nere. Mi ci perdo deliberatamente, non fa più male, è l’abbraccio tenero, ardente e complice di chi mi ha conosciuto dentro e mi ha amato a sua volta, di chi ha mischiato il suo respiro col mio, di chi sa come e dove baciarmi per avermi in suo potere.
Fluttuo seguendo il ritmo carico di salsedine che arriva dal basso, dal basso di me, e il rumore forte delle onde sul bagnasciuga, e penso a un video di David Bowie ma in versione molto meno patinata che ho visto dal vivo altre volte. Lei ancora intensamente vermiglia, non uniforme, come sangue parzialmente coagulato, e io non mi stanco di fissarla e lei non si stanca di farsi fissare. In basso il ritmo narcotico lascia distinguere frammenti di “Loving the alien” in una versione carica di attesa.
Mi guardo ancora intorno dall’alto perché sento che sta per finire, e il fatto che sia impossibile mi fa solo venire voglia di riempirmene gli occhi e non solo. Infinito di una limpidezza netta che espande il cuore, stelle vicine da poterle toccare, e un senso di appartenenza che mi separa in atomi d’immenso.
Vortice, centrifuga e capogiro.
Cado.

La sabbia è morbida e calda, mi siedo troppo avanti sulla linea di incontro tra onda e sabbia e mi lascio bagnare come fossi un tutt’uno e penso a quella sensazione particolare che avverto quando l’aria [fuori] e l’acqua [dentro] hanno la stessa temperatura, e la percezione sensoriale si amplifica e si annulla nello stesso tempo, e se sei avvolta intorno a qualcuno il tempo cambia dimensione. Ho voglia di un sapore umido. Devo muovermi.

Stato di ebbrezza, da alcol, da vita.
Da guida notturna.
Assaporare strade semivuote in una velocità impossibile di giorno, luci riflesse e sfreccianti.
Guido immersa nei miei pensieri o nell’assenza di essi, quando mi rendo conto improvvisamente che la macchina che mi sorpassa e che sorpasso è sempre la stessa, la scritta “Volvo tester” sulla fiancata.
…vuoi la guerra?
Hm.
Sale la musica, salgono i giri, comincia una danza di marce scalate, di controsterzi, di tenuta di strada. La macchina reagisce alla perfezione, io e lei un agglomerato unico e strategico per giocare la partita.
Rotonda, terza
Hold my body tight
dai gas
all night
quarta, quinta, i miei occhi dentro il motore, metallo urlante e meccanismi perfetti, una metrica precisa e sensuale di ingranaggi ritmati.
Ci affianchiamo a un semaforo, ci studiamo con la coda dell’occhio senza guardarci. Riparto per prima bruciandolo su uno scatto guizzante che non si aspettava.
Continua così per rettilinei e rotonde, freddezza e passione alternate, la musica come capita e mille occhi pronti a cogliere un riflesso dell’avversario in uno specchio retrovisore, la macchina che va ad adrenalina pura.
Mille mosse possibili, mille incognite, mille probabilità, e l’eccitazione del rischio.
Si affianca per cercare di guardarmi, di vedere chi sono. Non è ancora il momento, devo negare la sua curiosità, e accelero oltre l’ultimo limite.
I suoi fari mi salutano nel retrovisore, deve fermarsi a fare rifornimento. Le mie quattro frecce gli rendono l’onore delle armi e mentre valuto la possibilità di aspettarlo son già ripartita, fagocitata dal buio.
Non posso fermarmi.

Alone rossoargento circonda ogni cosa e la fa vivere di una dimensione irreale. Un paesaggio di un altro mondo. Come sono arrivata qui?
La costiera mi chiama, le sue spire di chiaroscuro alternato mi catapultano avanti con forza magnetica.
Cerco di cogliere ogni sprazzo di immagine con un’avidità vampiresca, non posso perderne neanche una goccia, e mentre mi perdo a fissarla un momento di troppo mi ritrovo nella corsia opposta.
I fari abbaglianti di un camion.
Nessuna via d’uscita.
Tranne una.
Chiudo gli occhi e gli passo attraverso.
Un boato assordante copre la musica dell’autoradio, e sono ancora dalla mia parte, incredula per una frazione di secondo che è già troppo per un evento normale.
Inizio a salire, scalo, in attesa di altre sorprese dietro la curva, fichi d’india ricoperti da una patina di platino come unici spettatori, e strapiombo di luna dall’altra parte.
La prima insenatura scoscesa, quella che ormai è il regno di P. Il mio amico P., che non ho fatto in tempo a riabbracciare e a guardare negli occhi, perché è arrivata prima una notte come questa, e lui troppo solo, con la compagnia sbagliata. Quella di un’automatica.
Me lo sento affianco sul sedile del passeggero per un attimo, come tutte le volte che passo di qui, ma qui resta, non si allontana. Stringe in mano la mia solita gerbera arancione, quella che gli porto ogni volta, e scende al volo. Io proseguo nei miei tornanti inondati a giorno di luna. Salgo e scendo, guido e mi lascio guidare in movimenti naturalmente lascivi, e spalanco gli occhi ogni volta che mi si apre davanti uno scorcio di una bellezza insostenibile.
Arrivo al punto di non ritorno, e torno prima di perdere completamente le forze.

A un’ora improbabile mi ritrovo a salire le scale in maniera frenetica senza capire perché finchè mi accorgo di essere capitata all’inizio di un dejà vu. Flash incandescenti mi assalgono, fotogrammi di film diversi montati insieme e un’esplosione di sangue in vena, non so neanche se continuo a salire o mi devo fermare per via della botta che mi prende lo stomaco, lo torce e me lo scaraventa via come quando bacio qualcuno speciale e i giochi stanno iniziando.
Chiave viola, cancello.
Chiave verde, prima porta. Mi avvinghia, incurante della mia pelle d’oca e me la fa passare e tornare a ondate a colpi di lingua.
Rampa. Rampa. Il muro del pianerottolo mi arriva sulla schiena con violenza, il suo peso mi ci schiaccia contro, e le sue e le mie mille braccia attutiscono un impatto che nessuno è interessato ad attutire, mentre l’impatto che cerchiamo è un altro, le mie dita si insinuano dentro la sua cintura e sfiorano i suoi fianchi.
Rampa, in qualche modo rampa, traballante e sbilenca, staccarsi è impossibile e ci son troppe gambe e vestiti di troppo.
Chiave di metallo #1, porta del terrazzo e non vedo nient’altro che la sua bocca e un riflesso di luna sul suo fianco destro, il muro mi raschia la schiena ma non la maglia perché la maglia non c’è, e il calore che sento è il suo, io sono un lago e si sta sviluppando quel sapore particolare che fa affannare il respiro. Nessuna barriera, sento la sua peluria sotto le dita, quei peli con cui mi piace giocare, e mi dice qualcosa, qualcosa di animale e rovente che gli viene da dentro e che voglio con tutte le mie forze dentro di me.
Dell’utilità di un telo da mare lasciato su una sedia, ma la sua mancanza non ci avrebbe impedito di finire a terr……………………………..
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Riprendo a respirare con un singulto e un gemito che non so se sia mio o suo, e non esiste nient’altro, nient’altro a cui aggrapparmi tranne lui, e ho paura di fargli male, e la corsa della distanza che ci separa e ci unisce si allunga e si accorcia, si allunga e si accorcia, si ferma per due secondi infiniti in cui potrei lucidamente ucciderlo o morire e riprende il suo precipitare scivoloso verso un altro punto di non ritorno da cui nessuno vuole tornare. Ed è di una dolcezza infinita star qui dopo, a guardare le stelle che hanno guardato noi fino a un attimo prima, e sentire la notte calda che si prende cura dei nostri respiri, e restarcene immersi abbracciati nella luna per uno di quegli attimi che vivrai per sempre, prima di entrare in casa e continuare con altre modalità, tenendo la porta aperta e la tenda che si gonfia per la brezza notturna, perché ad avere spettatori ci abbiamo preso gusto.

Mi ritrovo ancora ferma al semaforo, mi scuoto un attimo come riemersa da un sogno, un vigile provvede a smaltire il traffico incurante dei verdi, dei rossi e dei curiosi.
Il ragazzo trasparente mi invita a spostarmi con lui dal troppo casino.
Mi tende una mano trasparente e amichevole per aiutarmi a scendere dalla macchina, gliela stringo.
C’è qualcosa di strano, qualcosa che non mi torna, finchè guardo la mia mano come se non l’avessi mai vista prima.

E’ trasparente.

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One thought on “[out of time #5 – put on the red light]

  1. utente anonimo ha detto:

    Lo spazio si deforma in moto… è tutto così lungo distante… giri il polso destro e tutto viene inghiottito in un piccolo cono grigio… piccolo… luminoso in fondo… fino a che qualcosa non ti si para davanti… allora è come se lo spazio cambiasse forma e tutto diventasse schiacciato e largo… gli oggetti sembrano bidimensionali… larghi e spessi come una lamina… e non c’è rumore… come un film muto…
    Poi… mentre scivoli per terra… riesci a senture improvvisamente tuttoil frstuone che ti è mancato… come una mandria di bufali meccanici che corre… e quella sensazione come di lattina che si accartocciano…

    Poi, quando sei fortunato, ti rialzi e guardi la scena del tuo presunto suicidio…

    Dekk

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