[Sabato faccio il giro del mondo]

Chissà se mi porteranno via l’out o’mobile, a quest’ora. L’ho lasciata ospite della Marina. Quella militare, non la capra.

 

Sono le dieci meno un quarto, e via Roma sembra un alveare. Atlantidei curiosi.

Un alveare aromatizzato al panino caddozzo. Atlantidei golosi! 😛

 

Giusto il tempo di capire come funziona: mezz’ora i palchi pari e mezz’ora i dispari, dalle nove all’una, venticinque in tutto, [imbonitore mode: ON]duecento musicisti da  ogni angolo del globo (e se la geometria non è un opinione…), venghino siore, siori e siorini, salghino sul tappeto volante in partenza per il giro del mondo, vero! [imbonitore mode: OFF]

 

Non c’è trucco non c’è inganno: le meraviglie ci sono tutte. Per esempio il fatto che camminando oltre la Svizzera (Lily Horn is born, quattro ragazze elvetiche che dan fiato alle trombe, ai tromboni e ai sassofoni, rincorrendosi, anche fisicamente, tra note serie e facete, compresa un’esilarante gara di pernacchie musicali) si arrivi facilmente in Messico, dove ti trovi a chiederti se il quintetto tipicamente abbigliato sia parente più stretto di Speedy Gonzales o del sergente Garcia.

 

Scavalcando i pargoli di Musica senza frontiere l‘Argentina è vicina. L’Argentina è una bella mora fasciata in un abito rosso fuego, una voce rasta, basso e percussioni, e la memoria dei desaparecidos, e la revoluciòn che non si rassegna a un paese morto affogato. Rimbalzo sugli appalusi e arrivo in Iran, dove trovo Maryam Akhondy, cordiale signora avvolta in veli turchesi, oro zecchino, capelli neri e rossetto rosso. Percuotono tamburi e tamburelloni, lei e il suo accompagnatore in bianco candido, lei ci intrattiene amabilmente tra un brano e l’altro e ci fa sentire il sapore della Persia. Che notoriamente confina con l’Irlanda. Martin Furey, un Tracy Chapman in camicia bianca, imbraccia uno strumento dopo l’altro e trasporta gli astanti in volo, pucciandoli nella rugiada e asciugandoli al vero fumo di pub. Le orecchie cominciano a non credere più a sè stesse ma vanno avanti ingorde, fino alla Siria. Ci sono gli Ons, in Siria, tre uomini dall’aspetto severo, ma se quello che tirano fuori dalle loro percussioni è altrettanto severo io sono un’abat-jour. Ogni giuntura del mio corpo comincia a liquefarsi ondeggiando su un ritmo sensuale, piano, forte, accelerato, ansimante, poi ancora piano, dolcemente, dita che toccano nei punti giusti. La voglia di muovere la lingua che sale, sintomo inequivocabile di godimento fisico. Ma sono uomini, gli Ons, e come tutti gli uomini dopo un po’ si scaricano. E durante il loro periodo refrattario io vado a Cuba, a farmi una delle risate più devastanti della storia. Un chiaro caso di ilarolacrimazione indotta: arrivo, insieme a un gruppo di ragazzi, mentre la band sale sul palco. Uno dei ragazzi chiede agli altri se l’hanno già sentita. Un altro, occhialuto, carino, risponde affermativamente con enfasi. L’altro chiede tipo cosa. Montatura quadrata spiega che la cantante è una forza e ipotizza che il testo dica [testuale e imitando un accento caraibico] "Mio buco del culo è di due metri!". Non si accorge che sono a mezzo centimetro da loro. Se ne accorge quando scoppio a ridere fragorosamente. Lui cerca invano di interrarsi. Gli amici si buttano via dal ridere. Io pure. Lui cerca di scusarsi. La finiamo a scambiarci fazzoletti di carta con cui asciugarci le lacrime, mentre Doris Teresa Cuban Sound si agita nelle sue paillettes fucsia insieme ai suoi strumentisti. Ma il brano non fornisce lumi sulla sua anatomia.

 

Siamo sotto Carlo Felice, comincia la discesa. Sotto piazza Yenne c’è la Palestina, claro. Ahmed Ashareef, corde e percussioni, un uomo antico e uno giovane sul cui viso si leggono i lineamenti della sua terra. Tre uomini tra il pubblico, probabilmente conterranei, ascoltano commossi, poi non resistono e cominciano a ballare, virili e leggeri. Stessa cosa succede in Grecia: Madila, quattro uomini e una donna in nero, profumo di limoni e una coreografia spontanea gentile omaggio di quattro ballerini fra il pubblico. Non cammino più, ballo tra un palco e l’altro, occhi sgranati e gran pavese di denti. Arrivo in New Jersey, USA. Il gruppo si chiama Karl Potter Quintet, e il nome è garanzia di magia. Una chitarra schiaffeggiata, materia in movimento, passaggi di funky evocano paesaggi tellurici e lui, Karl Potter, un omone nero nero che fa il barone di Munchausen a cavallo di un bongo, che ti guarda fisso negli occhi mentre non puoi, non riesci a star fermo, e rende onore più e più volte i suoi compagni sul palco e all’enologia atlantidea al grido di "Cannonau, guagliò!"

Ti guardi intorno ed è una marea unica di gente che balla, di tutti i colori, di tutte le età, nemmeno le centinaia di bottiglie di Ichnusa vuote riescono a star ferme e rotolano da un ritmo all’altro. In Angola (non immaginavo, francamente, di andare in Angola, stamattina quando mi son svegliata) Tasha Rodriguez dipinge il cuore nero di un’Africa coloratissima. E’ grande, l’Africa, è grande e accogliente, tutti si sentono a casa e cantano, e non si tirano indietro quando Tasha offre il microfono, nemmeno la distinta signora di mezza età con la giacchina bianca, mentre un batterista di vero cioccolato fondente (appagante in tutti i sensi) rotea le bacchette sullo sfondo della bandiera.

Già, le bandiere. Ogni cosa è avvolta dalle bandiere (e ci scappa anche un ripasso), colore che più colore non si può, il vento leggero fa ballare anche loro. Fin sul palco sovraffollato del Senegal, dove Guney Africa ospita persino un omino invasato in camicia cartadazucchero, a suo agio sul palco come nel bagno di casa sua. Passa sull’Italia, dove Ilaria Porceddu al piano regala una cover di Patti Pravo, passa sull’Australia e sul Peter Waters Duo, chitarra e piano a coda e note jazz che giocano a nascondino. Passa sull’Inghilterra, dove un altro duo, il Jack Evan’s, fa venire gli occhi lucidi a qualche centinaio di persone con le chitarre acustiche su "Wish you were here". Sorvola il Vaticano, l’unico palco non all’altezza degli altri, sorvola la domanda rimasta nell’aria: "Era necessario invitare un prete che canta su una base con mossette da Sanremo? Un atto di fede da parte dell’organizzazione (e allora passi) o l’ennesimo omaggio non dovuto a un paese che ricambia la cortesia mettendo becco senza pudore nelle questioni interne di uno stato sovrano?".

Sorvola e passa oltre, fino in Florida, il secondo palco statunitense, ma almeno suonano, Jerry Edward & Simple Madness, anche se è evidente che il sole atlantideo ha mietuto vittime e il trombone non ripara granchè. Cartoline dal Brasile, basso, chiatarra e batteria vestiti con le maglie della nazionale; avvicinamenti di isole, quando i siculi Unu avant’a luna si uniscono ai Tenores di Neoneli, uomini in bianco e uomini in nero, una giravolta spaziale all’altezza del Venezuela e ancora un giro, l’ultimo, non per fame di musica ma per gola pura.

 

Qualcuno lamenta il fatto che alcune esibizioni siano poco caratteristiche. Forse non si aspettava che in rappresentanza del Giappone arrivasse il duo Nakano-Goto, due donne delicate intorno a un piano a coda, forse non si aspettava di trovare il blues dei T-mo battente bandiera austriaca. Ma la bocca aperta ad ascoltarli non ha nazionalità, nè ne hanno i piedi che tengono il ritmo fino al gran finale, fino al segno d’apprezzamento sulla coscia del chitarrista-cantante da parte di un ammiratore in maglietta arcobaleno ed ettolitri di alcol in circolo. Fino alla fine, i T-mo, voce da bluesman d’annata, contrabbasso elettrico e il vicino di casa di Hugh grant alla batteria, sotto un cielo di jacaranda uguale per tutti, e che a tutti ha offerto l’effetto speciale delle sue corolle lanciate dall’alto sui palchi, come omaggio floreale di Altantid City agli artisti per una serata a dir poco speciale.

 

 

[Il giro del mondo in 4 ore, aka "Un mare di musica"- Atlantid City, 11 Giugno 2005]

 

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