[cinque minuti]

Sarò seria per cinque minuti. Forse sei.

Tre cose mi hanno dato da pensare, in questa ennesima settimana di informazione circoscritta.

Inverno, istruzioni per l’uso

Siamo il solito paese di pirla, capaci di meravigliarsi scoprendo di avere il naso in mezzo alla faccia. In inverno fa freddo. E può fare molto freddo, può addirittura nevicare. Non è strano che nevichi, è strano che il 5 febbraio mi fiorisca il mandorlo in terrazzo. A nessuno viene in mente di uscire in canottiera e calzoncini corti, nel mese di febbraio, in Italia. E se anche lo facesse, si darebbe del cretino, ritrovandosi a battere i denti una volta fuori. Si direbbe che non è stato previdente, bastava pensarci, un golfino, era facile. E allora perchè troviamo così difficile prevedere cose ovvie che non riguardino strettamente il nostro abbigliamento? Essere previdenti è noioso, certo. Prevedere soluzioni a problemi nient’affatto difficili da immaginare toglie tempo a tappare le falle delle emergenze che ci soffocano (chissà come mai), e questo è impopolare. Siamo italiani, perdiana. Artisti. Le cose noiose lasciamole – che so – agli svizzeri (così l’obiezione che sarebbe nata spontanea alla chiamata in ballo degli svedesi – i quali notoriamente non hanno un cacchio da fare se non pensare alla neve – se ne resta scissa in due gameti di pensiero che se ne stanno ognuno a casa propria).

La sottile linea gialla

Una qualunque stazione di un qualunque centro ad alto traffico ferroviario. Tabelloni che indicano l’ecatombe dei treni soppressi per emergenza (vedi sopra) meteo. Viaggiatori sfiniti dall’attesa e dal freddo si sommano, man mano che la sera avanza, alla classica “fauna da stazione”, coloro che lì cercano un riparo perchè non ne hanno altro. Per qualche ora, chè poi la maggior parte delle stazioni chiude. Uno si aspetterebbe di leggere sul tabellone, o di sentire ogni tanto da un altoparlante, un messaggio semplice tipo “ci scusiamo per il disagio”. Anche se non fosse colpa di Trenitalia, anche se in realtà non gliene frega un accidente, del disagio, anche se fosse solo per un residuo di buona educazione (chiedo scusa per l’espressione un po’ osée) o per far tutti fessi e contenti. Invece l’unica comunicazione che continua ad essere diffusa è: allontanarsi dalla linea gialla. Con quel tono da “il Grande Fratello ti guarda” che rende fastidioso anche un avviso utile. Tanto, chi se ne frega. I viaggiatori contano poco. Quegli altri contano zero. Eppure tutti, ognuno a suo modo, la linea gialla l’hanno oltrepassata. La oltrepassano i viaggiatori che – esausti, da tutto ma soprattutto dall’essere considerati quelli che rompono le palle perchè pretendono un servizio decente in cambio dei soldi che sborsano – iniziano a diventare aggressivi con qualunque addetto esausto quanto loro. La oltrepassano i disperati raggomitolati nei cartoni e nelle coperte luride, perchè non ci si finisce per diletto a passare le notti così, e in molti casi la loro vita al di qua della linea era come quella di tutti gli altri, prima che. E la oltrepassa Trenitalia, solo che in questo caso è la sottile linea gialla della decenza.

Gli esuberanti

Quando a uno gli gira storta, soprattutto se a ragione, è facile che s’incazzi per qualunque espressione che non mostri un’incazzatura almeno pari alla sua più che legittima. Però tutto ‘sto cancan per la monotonia del posto fisso, andiamo. Non è quello il punto, e lo sappiamo. Senza cambiamento non c’è stimolo, senza stimolo non c’è evoluzione. Si tratta solo di dare il vero significato alle parole, operazione ormai in disuso. “Precarietà” e “sfruttamento”, per esempio, son due parole diverse, con due significati diversi. Non sono sinonimi, anche se spesso tendono ad esserlo. Anche “orizzonte” e “temporale” son due parole diverse, ma a volte si uniscono per esprimere un concetto che prende un po’ dall’una e un po’ dall’altra. Se hai vent’anni il tuo orizzonte è spalancato, e se qualcuno cerca di restringerlo hai – non puoi non avere! – tutta la forza di rispalancarlo con un calcio, e possibilmente di mandare gambe all’aria chi ha provato a fare di te un disoccupato prima ancora che iniziassi. Se cominci ad averne quaranta, o cinquanta, e perdi il lavoro, è il temporale che prende il sopravvento: perchè nessuno assume più lavoratori adulti, specialmente se capaci. A vent’anni, in mancanza di meglio, l’idea di resisterne un altro paio a fare il coinquilino dei propri genitori è pesante ma ancora accettabile. A cinquanta, col temporale che ti infradicia, dove cazzo vai? Anche “esuberante” ed “esubero” son due parole diverse. Con un significato diverso.

E poi

E poi mentre aggiornavo il blog sono incappata in questo.  Gli articoli letti nel frattempo non mi avevano fatto scattare la molla, se non fra me e me. Questo sì, non so perchè.

Fatta salva la confusione che si è creata tra misure cautelari e pena definitiva, siamo d’accordo, la sentenza della Corte di Cassazione non ci piace, per una serie di motivi (e sono sicura che non piace nemmeno a molti giudici, uomini o donne che siano). Capita. Del resto, siamo il paese dove fino al 1996 (millenovecentonovantasei) lo stupro era ancora ufficialmente un reato contro la morale e non contro la persona, vantiamocene. Quello che personalmente mi sconvolge – e che agli occhi di molte persone mi fa apparire come una troglodita – è che la pena massima (e sottolineo massima) in caso di condanna, sia di 12 anni. Ho avuto una discussione simile con K mesi fa, a proposito dell’illuminata Norvegia, dove la pena detentiva, anche in caso di strage – era questo il caso – non supera i 20 anni. Io, invece, sono una di quelle brutte persone che in determinate circostanze vuole l’ergastolo. Non una vendetta privata, non la morte tra atroci sofferenze. Semplicemente, si fa per dire, la privazione della libertà. Per sempre. Perchè lo stupro non è uno di quei delitti che può capitare accidentalmente. Chi lo commette sa benissimo cosa sta facendo: il minimo che si possa pretendere è che si assuma la propria responsabilità al riguardo, e questo anche per tutelare – sì, lo so, la mentalità arbitrale sbuca da dove uno meno se lo aspetta – tutti coloro che scelgono di non commetterlo. Se decidi di fare una cosa così abominevole non hai scusanti, perciò non trovo affatto illiberale che il colpevole passi il resto dei suoi giorni non – attenzione – a marcire in una cella d’isolamento: credo fermamente nella rieducazione, ma a non poter godere più, mai più, di un bene prezioso come la libertà. Quello che troverei giusto sarebbe che il colpevole si trovasse a dover fare i conti, per tutti i giorni che gli restano da vivere, con quello che ha scelto di fare, perchè è questo che fanno le vittime, solo che loro non l’hanno scelto. Quindi potrei passar sopra ad una misura cautelare difficile da accettare, a patto che la pena non fosse ridicola. La legge del taglione, secondo K., e sempre secondo lui vent’anni, come in Norvegia, sono un’infinità, più che sufficienti a cambiare una persona, anche una che ha fatto una cosa simile. Non son riuscita a spiegarglielo che vent’anni no, non bastano, per la vittima, e la vendetta non c’entra niente.

(ok, erano quattro cose, non tre. E ho scritto troppo. Prendetevela con lo Spazio Odissea che era tutto esaurito per entrambi gli spettacoli)

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2 thoughts on “[cinque minuti]

  1. fightcleb ha detto:

    Sarà ma continuo a pensare che ammazzarsi di discussioni sul perché e il percome dei sistemi di rieducazione/detentivi sia un po’ come discutere dei brufoli per uno che ha il cancro.
    Occorre ritornare all’educazione… che in un Italia di furbetti è proprio come voler curare un tumore a botte di topexan.

    • Outsider ha detto:

      L’educazione consiste nel chiedere allo stupratore “gradisci del topexan?” prima di fargliene bere una tanica.
      (e comunque anche a uno che ha il cancro ogni tanto gli secca se gli vengono i brufoli)

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