[chi c’era e chi non c’era]

Scrivo alla fine di marzo del 2012. Sono passati, dal 12 dicembre 1969, 43 anni, poco meno. 43 anni, poco più, è nel 2012 l’età media degli italiani.
(Però l’età media del governo in carica supera i 63 anni. Todo cambia, ma piano).
Dunque si può ragionevolmente pensare che il 12 dicembre di piazza Fontana – la strage per antonomasia di una storia repubblicana che dovette coniare il tristo nome di stragismo – sia ormai affare di storici e perciò meno lacerante. Il suo ricordo vivo è riservato a una minoranza di cittadini. I più non erano ancora nati, o lo erano da troppo poco per averne memoria. Interrogati su che cosa sia successo quel 12 dicembre, e per opera di chi, danno risposte raccapriccianti.

Così comincia Adriano Sofri nel suo “43 anni”.

Che non ho ancora finito di leggere, premetto. Ma ieri sera ho visto “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana. A parte il titolo, che personalmente trovo inadeguato e depistante; a parte la piacioneria che sembra già proiettarlo senza traumi verso la prima serata televisiva; a parte la beatificazione di Moro (che dopo aver ascoltato lagnarsi per oltre settanta repliche mi fa venire una genuina orticaria); a parte Calabresi che – complice la faccia aperta di Valerio Mastandrea – ne esce inopinatamente senza quasi macchia se non quella di far venire a patti la propria coscienza con la ragion di stato; a parte questo e qualcos’altro ancora, il film ha un merito indubbio, che è quello di far parlare ancora di fatti di cui non si parla, né forse si parlerà mai abbastanza.

C’è chi dice che non basta (nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore parte con una demolizione legittima e con una demonizzazione eccessiva, imho, non tanto del film, talvolta dipinto come il fratello scemo, quando del libro di Paolo Cucchiarelli “Il segreto di Piazza Fontana”). Nella maggior parte dei casi, chi lo dice era adulto, o giù di lì, all’epoca.

E qui casca l’asino.

La maggior parte di noi non c’era. Una parte si è fatta un’idea, cercando di leggere il più possibile, di raccogliere testimonianze dirette.  Il resto, soprattutto – ma non solo – chi è nato e cresciuto nel ventennio berlusconoide, ha preso per buono che l’unico terrorismo mai esistito in Italia sia di matrice rossa.  Parlarne non basterà, ma aiuta. Parlarne in senso critico, tenendo a mente che tanti di noi non c’erano, aiuta ancora di più. Il libro di Cucchiarelli non è certo la bibbia, e mi scuseranno coloro che lo ritengono nient’altro che carta straccia. Ma il punto non è l’ipotesi di doppia bomba. Il punto è che chi lo legge non si aspetta la soluzione, ma si ritrova sgomento davanti alla propria anima pura di scolaro cresciuto col programma di storia che in pratica si fermava alle guerre d’indipendenza e a Garibaldi (perché ti voglio vedere, alla fine di maggio, a sperare che detti scolari si appassionino a qualcosa di più sottile della marea di morti del 15-18 o della bomba atomica). Si ritrova con una voglia di sapere, di capire, che è – se possibile – il doppio di quella che aveva prima.

E se ci vogliamo levare questo, signori miei.

E però quella materia resta incandescente. Forse non occuperà, fra qualche anno, che un paragrafo modesto, di un tempo strano di guerra fredda, di spie infiltrati e provocatori, di golpisti e rivoluzionari, maschere da soffitta. Ma non ancora.

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