[intanto, a villa balorda]

Nove e spiccioli di un martedì sera qualunque.

Arrivo a casa armata di buoni propositi, un crepuscolo degli dei, un sms in cui Paco Cartero insiste per inviarmi “degli oggetti” e di una gaglioffa accaldata che non vede l’ora di ficcarsi sotto la doccia.

I buoni propositi portano una sfiga rara, è cosa nota.

Come metto piede dentro mi rendo conto che Grogu deve aver discusso animatamente con l’ospite, che detta così fa un po’ Irvine Welsh, ma mi sia concesso.

(antefatto: da due notti il gatto della vicina del piano terra straccia i maroni da noi. La prima notte non sapevo che fosse un gatto: cinque del mattino, mi sveglia una Grogu insolitamente ringhiante. Faccio per girarmi e ignorarla e mi ghiaccio per via di un rantolo che riempie il buio. Forte. Spaventoso. Deglutisco – calma, Sider, calma. non un rumore e calma – tasto intorno alla ricerca di un’arma di legittima difesa: al primo giro becco una mutanda, peso specifico: 12 grammi. Non farebbe paura a nessuno manco per il colore. Al secondo giro, il libro di Beigbeder, 160 pagine, edizione supereconomica, se lo lancio resta a mezz’aria da quant’è leggero. Al terzo tentativo, finalmente, mi ritrovo in mano il chopstick che uso per raccogliere la parrucca. Ferocia. Sono la legittima ferocia fatta persona. Chiunque tu sia, stai per rimpiangere il momento in cui hai deciso di invadere quella che davi per scontato essere la dimora di una femminuccia indifesa, o anche solo di una cretina che dorme spesso dimenticandosi la porta aperta. Mi alzo di botto, mi lancio ad accendere la luce  per sgominare, come una guerriera del Pleistocene, quello che ormai ho stabilito essere un maniaco assassino e mi ritrovo alle cinque del mattino, biotta, con un legnetto made in China in mano, la luce che mi aggredisce gli occhi e un’acconciatura – quella sì – terrificante, a fissare un cazzo di gatto asmatico. Fine dell’antefatto)

Quindi l’ospite dev’essere tornato e Grogu deve aver difeso strenuamente il nostro territorio. Le ipotesi che l’incredibile marea di Alexander Key si sia levata fino al terzo piano, senza contare il mausoleo di fronte al cancello, o che un missile più intelligente degli altri mi abbia centrato casa costituiscono alternative sì plausibili, ma meno probabili.

Rilevo, in ordine sparso: una catasta di libri rovesciata sul cuscino, con alcune delle vittime che – orrore! – giacciono squadernate;  il tiragraffi di Grogu capovolto nel quadrante della stanza opposto rispetto a quello dove incrocia di solito, un numero di scarpe dispari disseminato in giro, una federa ex appena lavata che ora pare uscita da un tombino e un paio di limoni sparsi tipo osservatori delle Nazioni Unite. Mi accascio sul letto valutando la possibilità di dormire di traverso pur di non dovermi mettere a tirare su libri.

Mi accascio sul letto e salto su immediatamente con uno strillo: di fianco a me, sul copripiumone, giace mezza lucertola.

Il treno posteriore, per la precisione, con coda e tutto.

Ora, io posso essere sportiva su una serie di cose, ma su alcune resto piuttosto tradizionalista: perciò a letto con mezza lucertola non ci vado. Non insistete.

Tiro via il copripiumone per ficcarlo in lavatrice, ma scopro segni inquietanti anche sul piumone. Rinuncio a malincuore al rogo purificatore e opto per i novanta gradi. Programma di lavaggio, non sodomia nei confronti dei felidi bounty killer.

Il piumone, però, oppone resistenza. Improvvisamente acquista le dimensioni della Siberia, e si rifiuta categoricamente di prendere posto nel cestello. Nel giro di quarantacinque minuti, al grido di “e questa è casa mia, e qui comando io!”, dopo aver rovesciato una bottiglia di grappa, essermi slogata un’anca e aver dovuto riaprire il maledetto sportello perchè ci avevo chiuso dentro un laccio delle scarpe, uno di noi è dentro la lavatrice, e quell’uno non sono io.

Io sono quella sfranta marcia, che dopo aver premuto il pulsante del potere va finalmente a godersi la doccia del giusto.

Esco dalla doccia riconciliata col mondo, con l’animo inondat0 di armonia e buoni propositi, quando improvvisamente un centinaio di mazze ferrate comincia a rimbombare sul pavimento, in mezzo al quale si agita la Linda Blair delle lavatrici. Once they were spin-dryers. Tento il placcaggio, ma lei ha la forza di mille posseduti. In compenso, mentre  salta in giro come un’indemoniata, rilascia tre penne blu e una rossa, un paio di forbici,  due mollette, una chiave per la bombola, sei tappi di sughero, un fusillo crudo, una falena morta, un buono sconto valido per l’acquisto di una confezione da tre di Aperol Spritz, scaduto, cinque grani di pepe verde, sette fili di canapa e un pensionato di Cassano Magnago recentemente assurto agli onori di “Chi l’ha visto?”. Nel frattempo, le mazze ferrate non accennano a smettere, anzi, raddoppiano d’intensità. E nel momento in cui mi preparo ad affacciarmi nel salotto dei vicini attraverso un buco nel loro soffitto, arriva l’inevitabile – ma stavolta legittimo – scampanellio furente. Col vicino ci capiamo a stento, coperti dal fracasso, ma “ìfuga” e “trice” gli danno qualche indizio. Lo vedo rasserenarsi, e dirigersi con piglio deciso da esorcista verso Belzebù, la cui visione, però, lo riporta alla sua condizione di atterrito cronico. Mi atterrisco anch’io, cogliendo con un colpo d’occhio la  scatola delle mutandine commestibili  in bella vista giusto in mezzo al letto. Mi fiondo a nasconderla sotto il cuscino chiedendomi come sia finita lì da sopra l’armadio. Ma sopra l’armadio sembra sia passato un tornado, o una masnada di gatti di Simon, ecco come.

Intanto la mia lavatrice ha quasi reso orfani i due ragazzini del piano di sotto.

Dopo aver cercato di bloccarla in due, senza successo, risolviamo di staccarle la spina. Linda si cheta con un ringhio d’insoddisfazione. Il vicino è esausto, ma non abbastanza per non dirmi che pensava stessi martellando sul pavimento (alle undici di sera, lo faccio sempre) o, in alternativa, che qualcuno dei miei infidi couchsurfer mi stesse finalmente assassinando. Lo ringrazio comunque per l’interesse. Lui, ringalluzzito, decide che si dev’essere rotto il cestello, naturalmente perché ci ho infilato qualcosa di pesante e poco adatto al lavaggio in lavatrice. Nemmeno l’estrazione del piumone e la visione del nudo acciaio lo convincono del contrario. Lo lascio lì a dare del distrutto ad un cestello evidentemente integro ed esco a stendere il piumone, che da bagnato pesa quanto un’intervista a Paolo Coelho. Mi tocca saltare per lanciarlo oltre la fune, e nel saltare mi si spalanca l’accappatoio. Alè. Siamo in piena commedia all’italiana. Considerata la snervante attitudine del vicino a farsi cadere cose di mano ogni volta che mi vede accidentalmente svestita, comunque, sono felice che non mi veda.

E sarà una lunga notte sotto un sacco a pelo, ammesso che lo trovi.

E senza manco un referto fatto.

I buoni propositi portano una sfiga rara, si sa.

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One thought on “[intanto, a villa balorda]

  1. robedikoba ha detto:

    Rotfl!

    (Questo pezzo finirà nello stesso capitolo di quello sullo schizzo di yogurt!)

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