[quando il calcio fa bene]

Se la frase in questione fosse stata “I negri? Spero che in nazionale non ce ne siano”, sarebbe successo il finimondo. 

Massima solidarietà a Balotelli e Ogbonna, condanna universale da parte dell’universomondo sportivo e civile, Prandelli che avrebbe rispedito Cassano in Italia a calcinculo e Napolitano che gli avrebbe preso la carta d’identità e gliel’avrebbe strappata sul muso.

Invece, per fortuna, Cassano ha cercato i froci. 
Mentre aspettiamo con trepidazione aggiornamenti sulla presenza in nazionale di albini, figli unici, mangiatori di pesche con la buccia e altre categorie destabilizzanti (mancini e rossi non li possiamo citare, perché in nazionale ci son già stati, con l’iniziale maiuscola e senza che si creasse alcuno scompenso), la domanda sorge spontanea: cosa diavolo spinge atleti più che dignitosi, di ieri e di oggi (ultima, ma solo in ordine di tempo, l’imbarazzante uscita di Gianni Rivera) ad affannarsi a negare un’evidenza del tutto ovvia e irrilevante? Ma ce li vedete voi i bancari, o i controllori di volo, o i meccanici della Formula Uno, rendersi ridicoli agli occhi del mondo insistendo in anacronistiche quanto fuori luogo arrampicate sugli specchi pur di difendere il loro maschissimo ambiente? O forse un uomo gay non è in grado di parare o segnare come il dio del calcio comanda perché si distrae a guardare le cosce degli avversari? O magari ammettere pubblicamente che si condivide lo stesso spogliatoio, omo ed etero, mette automaticamente in discussione la propria virilità, se si è un calciatore famoso, e questo evidentemente è male e va evitato ad ogni costo?

Certo, poi Cassano si scusa.
Certo, son questioni private.
Certo, la maggior parte dei giocatori, allenatori e compagnia calciante la pensa ben diversamente o almeno ha il buon senso di non esternare davanti a un microfono.
Certo, è un attaccante della Nazionale, a Europei in corso, mica lo si può togliere dalla squadra perché ha detto una cazzata.
Certo, si è trattato di una trappola mediatica.
E poi certo, giovedì c’è la Croazia, pensiamo a giocare.

Però lasciatevelo dire, ragazzi, non è il fuorigioco la cosa più difficile da capire del calcio, se si è una donna.
***
Invece c’è una cosa facilissima da capire, che si sia donna, uomo, coccodrillo, orangotango, due piccoli serpenti o un’aquila reale appassionati di calcio, ovvero che – dopo svariate settimane di bisbigli, messaggi cifrati e comunicazioni carbonare – è finalmente partito Fùtbologia.
Un festival (che si preannuncia strepitoso, e che speriamo non si tenga prima dell’8 ottobre altrimenti mi sparo), ma non solo.
Un sito web, il posto che mancava, ma non solo.
Un blog, da gustarsi e rigustarsi, ma non solo.
Un gruppo di persone che al suono della parola “calcio”, pronunciata con una speciale intonazione magica, hanno drizzato le orecchie, hanno fiutato l’aria e si son cambiate le scarpe.
Un gruppo aperto, che cresce di giorno in giorno, dove arrivi che al massimo conosci qualcuno di vista e dopo mezz’ora ti senti amico di tutti.
Parlare di calcio parlando di tutt’altro, e parlare di tutto parlando di calcio.
Calcio per il gusto di.
Ci voleva. Oh, se ci voleva.
(non fate i dogana. Passate la parola)
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