[it’s times like these 2012]

Lenzuola ancora appese alle porte-finestre. Casino di discreta portata, bicchieri ovunque. La luce impietosa delle due del pomeriggio e il sonno becco non riescono ad annichilire del tutto la sensazione cinematografica.

Nove ore, di cui una di sonno a piombo, dieci litri d’acqua, due missioni a vuoto al distributore per farsi rendere i venti euri inghiottiti sabato, una biblioteca inopinatamente chiusa il lunedì, una cena di famiglia ridotta ad apparizione di Fatima e un altro Canadair che viene a spiegare il perché di questo maestrale da forno dopo, la sensazione è ancora lì.

Insieme a tutti i bicchieri. E a Grogu che dorme sulla sedia dove non c’ero io e a una playlist che se ha intenzione di ordire un complotto basta che lo dica chiaramente.

Fuori, la luna è una banana non particolarmente affascinante, ma almeno fa fresco, finalmente. E posso realizzare che è stato il mio compleanno e non è esploso alcun bidet, Amaranta non ha mai dato forfait, non è scaduta nessuna revisione o altra cosa impossibile da ripristinare, non ho perso aerei né portafogli e non mi sono sentita una donna anziana al cospetto di nessun rocker ultrasessantenne. Per quanto possa sembrare incredibile, e nonostante i tentativi di boicottaggio feroce dell’ultima ora, quest’anno solo cose belle.

Un foglio A4 col mio nome, qualche numero e poche altre parole, ma quelle giuste, anche se sembrano sbagliate.

Certe sorprese di compleanno che arrivano in taxi all’alba. Gente che scendo un attimo a prendere una cosa e si ritrova alle calcagna smutandate che mica le freghi. Gente felice di vedermi ridere di nuovo senza ritegno, che ne conosca o meno il motivo è irrilevante, Vostro Onore. Gente che mi fa ridere, e di gusto, anche se non mi ha mai visto in faccia. Ancora.

Feste di compleanno come la dea comanda, le persone giuste al momento giusto nel posto giusto col budino giusto e il gianduia giusto, soprattutto per chi si è leccato via le ultime tre dosi senza uno straccio di senso di colpa, altro che cattolici astemi.

I cattolici astemi che ricompaiono in scenari esilaranti, poi, come dimenticarli.

Gente che la fa facile, quando è facile.

Grogu che ha la precedenza su tutto e tutti, si sappia, e non sarà certo una porta del bagno chiusa a rendere il concetto meno chiaro.

(Grogu che segue le tracce di un odore che non è il mio su una parte del letto dove non ho dormito, poi si ferma e mi guarda interrogativa)

Stimati professionisti che si tatuano l’ipod su un rene e fingono che le cuffie siano un catetere.

Baci che fanno bene, e gente timida con alter ego sportivi che prendono possesso del loro cellulare quando bevono.

La legge di Murphy e la depilazione.

Farsi venire a prendere da certe discrete facce da cazzo.

Il letto degli ospiti che improvvisamente non sembra all’altezza.

Mirting.

Sapere finalmente che odore hai.

I giorni più caldi della storia.

Scoprire cosa c’è nella parte alta di quel tatuaggio.

Gente timida che si fa coraggio e cede alle tentazioni troppo forti (ma poi è troppo timida per scusarsi e ci impiega quelle 48 ore per riuscirci).

(però è vero che erano dieci giorni che l’idea mi ispirava. E no, non fa parte del pacchetto ospitalità, di solito)

Dimenticarsi di avere la pompa di calore (o comunque si chiami l’aria condizionata dalle vostre parti).

Tuerredda che non è male, alla fine. Alla fine di un viaggio, quasi.

Girare con un reggiseno del costume addosso (la timidezza fa fare cose strane).

Quella sensazione come di essere un’ospite inadeguata che dava per scontato che nei piatti di carne l’aglio non abbondasse.

(aglio, cipolla e prezzemolo, la triade maledetta. Non sentirsi più un marziano non ha prezzo)

Colori che ti stanno bene molto.

Dacci oggi il nostro mirting quotidiano.

Fumare meteoriti fossili (ma forse era solo cryptonite).

La mano sola dal vivo.

Le dita della buonanotte.

Fare il pieno di quell’accento lì (che però dopo è difficile farne a meno).

La sensazione stranissima di essere due superstiti o di aver vissuto le stesse cose.

(ma non ascoltato gli stessi dischi di Joe Cocker, evidentemente)

Gente con dei capelli fighissimi in cui ficcheresti le mani fino a perdercele.

La cui gentilezza nell’offrirsi di portare la borsa gialla, chissà perché, colpisce.

Voglia di ballare scalza in terrazzo, e cose normali che però non lo sai se sono normali solo per te.

(l’hot dog di muflone, normale non lo è in ogni caso)

Cose che sono sempre diverse da come te le immagini.

Chiacchierare bene vincendo la timidezza (poi ricordarsi di essere timidi e assumere espressioni vagamente perplesse).

Chiedersi come sarebbe il Marocco in compagnia.

La musica a volume basso e il catalizzatore di brani.

La vittoria di Alonso.

Simon’s cat a letto.

Quella sensazione di leggerezza che mi mancava. Pace. Chiamatela come vi pare. Ne avevo bisogno.

Certi tramonti spettacolari.

Nessuna partita degli Europei finita ai supplementari, figurarsi ai rigori.

Passare il turno all’ultimo tiro (Pirlo ai porci, Diamanti a noi).

La dichiarazione di ultima sigaretta.

Un paio di altri pensieri piuttosto privati.

E un costume verde inglese che ci stava bene, steso lì.

(e se ora non mi levi il saluto sono anche contenta, mi stanno già punendo a sufficienza le zanzare, adesso che)

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