[the end of the world as we know it]

Via Padova mi scorre davanti come un film.

O meglio, come un manga, visto che scorre da destra a sinistra man mano che ci avviciniamo al centro.

O meglio ancora, come un film per mancini.

Guardo i fotogrammi incorniciati dagli infissi che si illuminano uno dopo l’altro. Luci calde, luci fredde. Tavoli di legno chiaro, scuro, tovaglie a quadri, candele, ideogrammi, menu. Cumuli di neve residua agli angoli dei marciapiedi. Universitari, coppie, giovani professionisti, vecchi amici. Mani che si toccano, risate. Sembrano tutti molto felici, o perlomeno curiosi di scoprire che esito avrà la serata.

E io una sensazione come se stessi tornando a casa, così forte, qui, non so se l’ho mai provata prima.

(tavoli di legno coi graffiti di annate di studenti. Fragole col porto. Porto senza fragole. Erba. Gente molto alta, molto spettinata e molto felice. Cuder. Cuder??)

Cuder si fa largo nel mio flashback con la grazia di un grizzly, mi afferra, mi stritola e mi riporta a: Milano Centrale, dicembre 2012. Gli credo di mostrarmi il dito, e stranamente capisce al volo di quale dito sto parlando. Non accenna neanche a mostrarmene altri che non abbiano roba luccicante intorno. Cazzo, Cuder rammollito dal matrimonio no, vi prego.

Infatti no. Infatti abbiamo Cuder rammollito dal matrimonio e PuntoG che sembra all’esame di guida. Aiuto.

E un professore coi capelli lunghi ottantacinque centimetri minimo, e Tyreal che è un signore e non mi lancia nulla dall’altra parte del tavolo nonostante il mio senso dell’umorismo discutibile. Però pure voi, coi wurstel di pesce fritto.

Non è un locale per etero 2. Non è neanche un locale per gente che ride in maniera umana, se è per questo.

(smettila di pensare quello che stai pensando, Sider. Smettila subito)

– Da quanto tempo guidi la moto?

– Da settembre, perché?

La risposta era “perché sembra che ti sia impalato su un bastone di scopa”, adesso te lo posso anche dire.

Piccole Boogie crescono.

Borse verdi siriane che facevano prima a venire a piedi, ma finalmente.

Cose che hanno dell’incredibile.

E poi l’emergenza, e task force ZC fino alle tre e mezza di notte. E una gran voglia di bacchetta magica, razza di fate madrine diplomate alla Scuola Radio Elettra che non siamo altro.

Fumare in mezzo alla notte, guardando la neve fuori.

(brava, Sider, stai andando benissimo)

Il Parco Olimpia con la neve.

(benissimo, siamo sicuri?)

Bottiglie da finire. Jungfraujoch. Finiamole.

Il bidet al peperoncino (e oh, bottiglie da finire, s’era detto).

Dimensioni parallele a Villa Giuliano (non mi freghi, lo so che sei lì da qualche parte, maledetta carta).

Ludwig van Beethoven, terza sinfonia in mi bemolle maggiore, op.55  per avvocato e orchestra.

Piacere, Luisa.

Non tutte le sorprese riescono col buco.

Preferisco il rumore della saliva.

Un desiderio come di padella per le caldarroste.

Evviva Tamacoldi.

Ludwig van Beethoven, undicesima sinfonia in là maggiore, op.329, detta l”Abitudinaria”. Perché se uno è abituato a parcheggiare sotto casa a Nizza Monferrato, parcheggia sotto casa a Nizza Monferrato anche quando va a bere una cosa a Milano.

Cagliari-Juventus 1-0.

(o del mondo perfetto dove le partite finiscono al 15′ del primo tempo e la tartare è fatta di carne anziché cipolla).

Ludwig van Beethoven, terza sinfonia in mi bemolle maggiore, op.55 (reprise) per quartetto d’astri. Dirige l’orchestra e il dolce vento di foulard il M.° Umberto Tozzi.

Bicchieri.

Ci vorrebbe una canna.

(poi comunque non si capisce cosa ci sia da ridere sull’indirizzo di Sinibaffi)

Alla corte di Siouxsie e Merlino.

La vena creativa di Ugo e le confessioni scabrose di un avvocato.

(avevo solo quattro birre)

Un cane intraprendente al cospetto di Sua Maestà (Simon Tofield non sei nessuno).

Quelle idee grandiose tipo ricordarsi di portare il collo da casa.

Sorridere fra sé e se.

Cose che non sono mai come te le immagini [cit.]. Però un po’ sì.

Feels like home, folks.

Svegliarsi coi Dissidents in testa.

Cose di cui sentivo la mancanza: mattinate pigre sui Navigli.

“Heroes” – canti della Resistenza al Libraccio.

Cambi di programma in itinere. Molto in itinere.

Riprendere conversazioni amabili come se non fosse passato un anno (già).

L’incoraggiamento del Black Rebel Garlaschelli Motorcycle Club (mission: possible).

Finalmente merende lisergiche (tatuaggi dei Blue Oyster Cult al posto dei garofani), o di quando andresti avanti a chiacchierare finché oh cazzo, ma è già gennaio?

Elena Tamacoldi vuole una vita spericolata.

(non è il suo tnove, non è la tastiera, non è niente del genere: è proprio lei che è così. Così vissata)

Trasfertisti prossimi venturi.

Riuscirà il prode Cavaliere del Pandoro a salvare le tonsille della principessa trans, che non a caso si chiama Giuliano?

Cedere a una tentazione per non cedere a un’altra, o dei discorsi lasciati in sospeso: Libraccio, a noi due.

(non la voglio la biografia di Ibrahimovich, fai poco lo spiritoso)

Come si rimorchia a Milano con dei libri in mano, in nessun altro posto.

Prendo il treno dopo.

Forse quello dopo ancora.

Massima solidarietà al copy delle Stay-hip.

Baciare degli sconosciuti in aeroporto (due cretini).

Strapparsi via i vestiti di dosso appena toccato terra di nuovo (escursioni termiche per singoli e gruppi).

Magone.

Magonemagonemagonemagonemagone. Non è così che dovrebbe andare.

I pro e i contro della too much information.

(benissimo un cazzo l’avevo già scritto?)

E poi finisci per farti trascinare a il l’Opoz, e sia lode e gloria alla madonna dello screwdriver e agli occhiali di Lucascanu.

E poi finisci per sentirti più idiota del solito, e ce ne vuole.

E poi finisci per svegliarti perplessa dentro una maglietta di Pornography, e la sosia della Fornero può anche andare al diavolo per ventiquattr’ore.

Certo che se le ventiquattr’ore durassero almeno ventiquattr’ore sarebbe meglio.

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2 thoughts on “[the end of the world as we know it]

  1. unquietnights ha detto:

    Ibrahimovic: Perche non corro mai,

  2. Hurricane ha detto:

    Dito? Quale dito?

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