Sabato mattina, 11.40.

Facendo molta, molta attenzione a non indispettire nessuna divinità, da Jahvè al mago Zurlì, a  non sporcare di sangue in giro mentre sacrifico un armadillo albino e a camminare solo sulle mattonelle nere, con lo spirito leggero e fiducioso nel futuro di chi domani andrà a votare mi accingo ad accendere il computer.

Intanto che quello ronza faccio colazione, carico la lavatrice, mi lavo i capelli, leggo tutto l’Ulisse di Joyce comprese le note, la bibliografia e il catalogo della casa editrice. Le solite cose che uno fa mentre il computer si accende, insomma.

Quando ormai dall’appartamento di sotto inizia ad arrivare un piacevole profumo di lasagne appena sfornate, il logo di Windows mi appare in tutto il suo splendore, insieme a una finestrella che mi informa che oggi è il primo gennaio 2002. Mi guardo allo specchio: per avere poco più di trent’anni me li porto decisamente male. Mi ripropongo di darci un taglio coi bagordi a base di semolino e tisane e, per tirarmi su il morale, decido di fingere che sia invece il 2013 e aggiorno la data di conseguenza. Undici anni son lunghi da passare. Il sistema operativo ce li impiega tutti.

Quando il mio computer è arrivato presumibilmente a maggio del 2006, per non cedere alla frenesia butto un occhio su Facebook dal telefono. Pessima idea: una conversazione deliziosa quanto demodé fra persone che sembrano in grado di produrre periodi articolati oltre le sette parole senza usare la k manco per scrivere “chilometro” sta andando avanti senza di me, e quella peste di Fioraso cerca di sputtanarmi la terza serie di Game of thrones pubblicandone il trailer quando io ho ancora sei episodi della seconda da guardare.  Alla larga. Sciò.

Distolgo lo sguardo e il medesimo mi cade sul pavimento del bagno. Da dove sgorga dell’acqua. Una fresca polla giusto al centro del mio bagno. Io devo smetterla con le tisane e riprendere coi superalcolici. L’idea di dare una botta di silicone sotto la porta e avere finalmente la vasca che spetta a ogni cittadino italiano per diritto di nascita viene archiviata a malincuore, insieme a quella di una graziosa fontana sotto la quale strisciare per arrivare al bidet. Esco a prendere il mocio e scopro di aver dimenticato in terrazzo, ieri,  i materassini che uso come divano. Dopo una notte all’addiaccio, sotto la pioggia, hanno un’aria infelice. Li faccio accomodare in lavatrice (operazione poco meno impegnativa del trasporto a braccia di una balena spiaggiata), scusandomi per lo spiacevole disguido. Son talmente concentrata sul tacciarmi di poca furbizia, ché avrei ben potuto lavarli con la pompa e poi strizzarli saltandoci sopra tipo vendemmia, che non mi accorgo della quantità di detersivo che sto versando.

Nel frattempo il calendario del computer ha raggiunto i giorni nostri. Ci siamo. Dove non ve lo dico per decenza, ma l’indicazione “in fondo a destra” dovrebbe lasciarvi intuire qualcosa. La foto che ho sul desktop è talmente bella che il computer insiste perché non guardi nient’altro, inquadratura fissa come in un video dell’avanguardia neorealista polacca. Chiedo aiuto al mio referente informatico di fiducia, noto cantante e stregone part-time specializzato in danze della pioggia, allettandolo con promesse di manicaretti e prestazioni sessuali acrobatiche. Il mio orgoglio di cuoca sopraffina e amante raffinata ne esce fortemente ridimensionato, ma devo aver beccato la sua giornata trimestrale di buonumore, perché mi aiuta. Cioè, ci prova.

– Che sistema operativo hai?

– Dove lo vedo?

(rumore di sparo a un ginocchio. il suo)

– Quanto-è-pieno-il-tuo-computer?

(rumore di sapone che viene strofinato su una corda)

Questa la so.

– Aspetta che te lo dic…

In un moto inconsulto di gioia sfioro col braccio il cavo di alimentazione.  =FRIGGZZZOT=

Buio in sala.

– Aspetta una mezz’ora che te lo dico.

Scarto un criceto nuovo, lo infilo nel processore, riaccendo e aspetto. Aspetto che casa mia venga sommersa dalla massa spropositata di schiuma che si sta creando nella lavatrice, soffocandomi e ponendo fine alle mie sofferenze informatiche e a quelle delle tre famiglie che abitano sotto di me.

Fortuna che la posso sciacquare via con la sorgente di acqua purissima che ha ripreso a zampillare in bagno.

Grogu chiama la protezione animali.

I materassini guardano il mondo da un oblò.

Io guardo a che ora parte il primo volo per Lourdes. E mi si spegne il telefono. Lo giuro sulla mia pasta ai quattro formaggi, possa soccombere nell’eterna lotta fra il bene e la pelle a buccia d’arancia.

E son solo le sei.

 

[e il sesto giorno creò le impedite]

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One thought on “[e il sesto giorno creò le impedite]

  1. Sovjet ha detto:

    Secondo me, almeno il Mago Zurlì l’hai fatto indispettire…magari non voleva essere definito “divinità”…

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