[the bourne density]

Giornata strana.

Due giorni per organizzare un puzzle quadrimensionale complesso ma preciso al millesimo di millimetro, tutti i pezzi perfettamente combacianti in modo da rendere impossibile financo alla più microscopica particella d’imprevisto di mandare a monte ‘sto po’ po’ di schema tattico.

Le condizioni per far saltare la baracca in maniera fragorosa ci sono tutte.

E infatti. Tempo diciotto minuti dall’inizio del programma a prova di bomba e la prima tessera schizza via come una mattonella sotto un idrante, l’effetto domino dilaga e mi ritrovo faccia a faccia con una ricorrenza quest’anno comoda e confortevole quanto una sedia elettrica.

Che almeno faccia la fatica di prendermi, se ci riesce.

Arrivo al primo chiosco utile camminando nell’acqua e all’indietro per sicurezza. Una ventina di avventori si guarda intorno alla ricerca della troupe, dello squalo, di Ursula Andress in bikini bianco o quanto meno di due infermieri robusti. Invece, dopo averli ammaliati con uno spettacolo pirotecnico di stelline incandescenti e vacche volanti che si possano schiantare da ventimila piedi sui deficienti che lasciano le sedie a sdraio sulla traiettoria dei miei stinchi, vengo raccolta al volo da un collega passante di lì per caso e depositata su un canapé.

Cameriera materializzatasi dal nulla: – Cosa vi porto?

Collega raccoglitore: – Caffè? Due caffè, grazie.

CMDN: – Facciamo anche un’ottima cioccolata in tazza.

Brian Johnson: – DONG! …DONG! …DONG!

Voce flebile proveniente da dentro un cuscino del canapé: – Sarebbe meglio di no…

CMDN et moi: – Chi ha parlato?

VFPDDUCDC: – Sono il collega. Non esco, ho paura.

O: – Va tutto bene. Ci son 20 gradi. Fa troppo caldo, non la prendo la cioccolata. Va tutto bene.

CMDN comincia a servire due mezze minerali e una spatola. Il collega si stacca dal vimini solo dopo aver visto arrivare i caffè, che non si gusta perché resta coi nervi a fior di pelle tutto il tempo.

In realtà la faccenda è molto semplice. È tutto racchiuso in una definizione:

Bartezzaghi, 11 verticale:

DEVE esserlo la cioccolata in tazza. Cinque lettere.

Ora, lasciate stare il Devoto-Oli e tutta la mercanzia che ci sta dentro. L’indice di densità della cioccolata si misura in cucchiaini. Non è difficile.

Cucchiaino conficcato saldo come uno gnomone = il bar resta in piedi.

Cucchiaino modello torre di Pisa = il gestore del bar fa testamento, chiede una sigaretta pure se non fuma e di poter salutare la famiglia un’ultima volta.

Cucchiaino galleggiante come un relitto del Titanic in una brodaglia immonda = gli allievi della scuola alberghiera vengono portati in gita d’istruzione (staccato, d + apostrofo) sulle rovine fumanti del quartiere ove sorgeva il bar e obbligati a guardare le teste di tutto il personale, dei loro parenti fino al terzo grado, dei loro animali domestici, del postino e delle maestre dei loro figli infilzate su una picca affinché siano loro da monito.

Perché io non è che mi alteri, se avviso che la voglio densa e me la portano liquida. Stiglitz me n’è testimone, non mi altero. Sono solo, diciamo, precisa. Ci tengo. La natura intrinseca della cioccolata in tazza è quella, punto. Non siamo in democrazia, non siamo la casa delle libertà.

Densa.

E nessuno si farà del male.

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One thought on “[the bourne density]

  1. nonno ha detto:

    densa, è giapanese dottò. come i condensatori denso, nippon denso.

    ok liberate toni negri!

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