[in principio erano le mutande]

Le provocazioni et moi.

Due universi che non s’incontrano mai, un po’ come Pinta e il calcio. Fredde parallele della vita.

Poi capita che a fare il pomeriggio in stazione ci siano di turno Menozzi e Busoli nel ruolo di deviatori e l’accelerato delle 17.43 finisca sul binario dell’alta velocità.

Sarò breve che c’ho da fare: tanto tempo fa non avevo un’altra religiosità, bensì un lavoro serio.

Giuro.

No, davvero.

Durò due anni, ero appena laureata e prendevo più del doppio di quello che prendo adesso. Versatemi qualcosa di forte prima che mi metta a lacrimare qui sul bancone, presto.

Avevo anche degli orari di lavoro serissimi, da negozio: 9-13, pomeriggio variabile a seconda della stagione, ma comunque sempre tarato in modo da permettermi di prendere almeno una multa per sosta in ZTL a trimestre.

E ci andavo, non dico vestita da persona seria, ma da deficiente tale e quale ad ora, però insaccata dentro indumenti improbabili.

A volte persino dei tailleur.

No, non esistono foto e le persone che frequentavo all’epoca sono tutte morte in un rogo di chiara matrice dolosa perchè non erano furbi come voi.

Comunque.

Mattina prima di andare al lavoro. Cosa fai?

Ti lavi.

Se non è troppo tardi, certo, ma allora capitava ancora di arrivare al lavoro, non dico puntuale, ma nemmeno con l’aria di quella che s’è lavata la faccia in itinere con una bottiglia d’acqua lasciata di fianco alla porta da qualcuno convinto che così i cani non gli piscino l’angolo della soglia. Roba che Lola corre in confronto è composta come la salma della Montalcini.

Prendi un paio di mutande dal cassett – oh. Avete ragione, avrei dovuto avvisare. Ma ormai è fatta. Avrei preferito che veniste a saperlo in maniera diversa, ma è andata così. Ebbene, ho abitato anche in case cassettomunite. Spero che possiate perdonarmi.

Cassetto. Mutande pulite. Doccia.

No.

Capelli ovunque, non abbastanza caldo per uscire con la parrucca bagnata, non abbastanza tempo per asciugarla.

Legare parrucca prima di doccia. Con che? Con un elastico rimasto dillà? Comporterebbe una perdita di minuti preziosi. La parrucca si lega con le mutande pulite per ottimizzare la tappa cronometro.

Lavaggio, asciugatura, ceratura, nel frattempo – eek! – è tardi. Corri a vestirti, dove cazzo sono le mutande, ero sicura di averle prese, fanculo, tardi, ne prendo un altro paio, finisco di vestirmi ed esco.

Per arrivare al luogo di lavoro serio dovevo attraversare praticamente tutta la zona pedonale al centro di Atlantid City, che la mattina dei giorni feriali è sempre piuttosto affollata da un misto di commessi, scolari in vela, militari in ferma volontaria, postini, pattuglie della polizia, venditori ambulanti, gabbiani, mogli annoiate che non sanno come spendere i soldi dei mariti massoni, cani, suore delle Edizioni Paoline, omini che s’incazzano se non gli fai oliare la serranda col bitume, camerieri con vassoi in bilico, piccioni, cartomanti, guardatori di belle picciocche, perditempo professionisti.

La attraverso. A passo spedito, ma impiegandoci comunque quella venticinquina di minuti. Ogni tanto colgo un movimento come di teste che si girano al mio passaggio. Di faccia non ero un granché manco allora, ma con una busta del pane in testa facevo una discreta figura.

Arrivo, saluto i colleghi, arriva quello con le chiavi, arriva quello a cui avremmo fatto la canna col dado Star di lì a qualche mese, ai posti di manovra, la giornata lavorativa comincia. In ascensore noto che una delle mie colleghe – donna impeccabile che mai si sarebbe mostrata manco al gatto senza avere lo smalto abbinato alla borsa, alle scarpe e agli otto chili di bigiotteria regolamentare – mi fissa in maniera intensa.

Non sono bella, ma piaccio.

Arriviamo al quarto piano, lei mi cede il passo. Sento il suo sguardo che indugia alle mie spalle a carpire i miei segreti più intimi. Mi scivola di fianco oltrepassandomi per andare nel suo ufficio e mi scocca un’occhiata assassina.

E’ grossa, fulva e decisa.

Dopo trenta secondi ce l’ho di nuovo davanti. Mi guarda dritto negli occhi e mi chiede, senza giri di parole:

– Ma che cazzo c’hai in testa? Sembra un paio di mutande.

 

Di tutti i tunnel che da Castello arrivano al porto, uno l’ho scavato io in epoca moderna, si sappia.

 

 

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