[the sound of silence]

Dice “che bello il treno con l’area del silenzio, finalmente puoi sparare a vista a tutti quei buzzurri che sembra che lo facciano apposta, stanno a terra e c’hanno una suoneria normale, ma ogni tanto prendono il treno solo per metterla a volume massimo, possibilmente dopo averla cambiata da un dignitoso trillo vintage alla peggio lambada di periferia. E prima di partire avvisano i parenti (per parte di padre, di madre e di fava, fino ai post-cugini il cui grado lo devi calcolare con un’equazione a tre incognite, una delle quali è la madre del fine musichiere che gli ha composto la suoneria) e tutti gli amici di Facebook di chiamarli tra le cinque e le sette che stanno sul treno”.

(A questo punto potete prendere la rubrica bisunta che tenete vicino al telefono, aprirla alla lettera H e cominciare a chiamare Mission Control)

No, perché a me quelli che si fanno chiamare apposta per rispondere che stanno sul treno mi ricorda tanto il periodo in cui i cordless muovevano i primi passi sulla terra, perlomeno su quella che calpestavo io. Caput Mundi, anno domini 1989. La mia seconda casa romana, un appartamento zona Cinecittà in coabitazione con una pazza abruzzese che chissà per quale motivo s’era messa in testa che parlare tedesco fosse ciò che le riusciva meglio nella vita, e il di lei fidanzato, un giovane paziente e di bell’aspetto, che rispondeva al nome di Rosario ma che per brevità chiameremo “il paziente calabrese”. Nota a margine: la pazza veniva da Roseto degli Abruzzi. S’è trovata un moroso di nome Rosario. Ancora oggi, se sono costretta a pensare a lei me la immagino tipo Mosé nel roseto ardente, e non costringetemi a chiosare su quello scotto, signore pietà.

Comunque. Che la tipa era pazza l’ho detto? Fidatevi. Per spiegare i sintomi ci vorrebbe un’altra ora di treno, e fra dodici minuti devo cambiare. Fatto sta che si compra ‘sto cordless. E per due mesi – due mesi – non fa altro che portarselo appresso al cesso (e fin qui) e ivi chiamare gli amici solo per il gusto di dir loro: indovina cosa sto facendo?

(dieci minuti. Mollare la pazza sul cesso che scotta, tornare in treno)

L’area del silenzio sul treno, si diceva. Quella dove, procurando di non eccedere coi decibel (minuscolo), si è legittimati a ridurre in poltiglia chiunque emetta rumori molesti, dal corpo principale o dalle periferiche.

(otto minuti)

Un surrogato di paradiso.

Anzi, di più, perché sul vagone siamo in due, la sottoscritta e una signora che sfoggia il logo Hermès pure sull’interno palpebra. Una di quella di cui non si può dire che abbia la puzza sotto il naso perché la parola “puzza” è troppo volgare per stare nella stessa frase con lei.

(cinque minuti. orcazzozza)

Vabbè, sono al settantacinquesimo palleggio dei miei bei pensieri su quanto è bello stare su un treno con gente civile che non strilla in un telefono tipo macchina della varechina quando un rumore atroce squarcia l’agognato silenzio. Un rumore tipo lamiera che si accartoccia, tipo cartilagini tritate, tipo mucillagini maciullate. Non esattamente il rumore più rassicurante che si voglia sentire su un treno.

(stazione. non sapremo mai come va a finire. addio. vi ho sempre amato, non tutti, ma con alcuni un altro giro me lo sarei fatto volentieri)

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