[what a carve up!]

Vi capita mai di pensare a dove vi trovavate e/o cosa stavate facendo in qualche preciso momento che sarebbe poi entrato nella storia?

Per esempio, io ho un ricordo nitidissimo di dove mi trovavo allo scadere dell’ultimatum delle BR durante il sequestro Moro, al momento del crollo del WTC e della rete di Altobelli all”81′.

Capisco che la cosa catturi il vostro interesse come poche altre al mondo.

Peggiorerò la situazione.

Ho appena finito di leggere “La famiglia Winshaw” di Jonathan Coe.

Un libro spettacolare. Non sarò certo io a rovinarvi il piacere di leggerlo (so che non si direbbe, ma amo le sorprese di un amore supremo). Vi basti sapere che la fascetta che lo accompagnava, quando è stato scoperto dal mio pusher, recava scritto: “Questo libro è stato stampato due anni fa, pochi lo hanno comprato, ancora meno lo hanno letto. Ma è un libro molto bello. Fidati”. Io mi sono fidata della persona che me l’ha suggerito, e non solo perché è geniale come poche altre: voi fidatevi almeno della fascetta. Lasciate stare il fatto che il traduttore andrebbe preso a schiaffi e godetevelo.

Fatto sta che ci ho messo un po’ a finirlo, in parte perché da un certo punto in poi mi rendevo conto che stava per terminare e – come tutte le cose belle – volevo che durasse ancora il più possibile, cosa che potrà essere condivisa dalla maggior parte delle signore all’ascolto; in parte perché, sempre da un certo punto in poi, i ricordi hanno iniziato a fare interferenza con la storia e hanno rallentato la lettura.

Nebbiolanum, 17 gennaio 1991.

Non il giorno migliore per trovarsi in Stazione Centrale con un paio di pantaloni verde militare e gli anfibi. Mentre aspetto il Miguel, fanno in tempo a controllarmi i documenti sei volte. Sono sempre la stessa sciroccata poco più che ventenne con deriva post-punk, ma non si sa mai, controllano. Di quei giorni ricordo tutto: i giornali che titolavano “E’ GUERRA!” come se non vedessero l’ora di rifarsi di un’opportunità indebitamente sottratta a tutti i caporedattori dopo il ’45; il Miguel che osserva tesissimo un nordafricano sulla 90 infilare un borsone sotto il sedile, e mi sussurra in un orecchio “se scende lui scendiamo anche noi”; la panna sulla pizza, che sul Resegone ancora era vista come un’eresia, e non solo perché pensavano ci volessimo quella montata; le lenzuola che di far finta che il divano di sky fosse un letto non ne volevano sapere, e la pelle finta che si attaccava a quella vera così da riempire la notte di rumori da strappo a ogni cambio di posizione; parole a voce bassa, al buio: ma quindi, come la vedi? La vedo bene. Vi vedo bene; due pigiami da uomo seri, la mia schiena e il mio sterno, e una mano stoica; una nave persa a Genova e una telefonata per chiedere una notte in più.

Un anno strano, in cui la figlia di nessuno salita da Roma, quella che non era mai andata a fare la settimana bianca (e, strano a dirsi, non c’è andata tuttora) si levava qualche soddisfazione mica da ridere, tipo non credere alle leggende metropolitane della coinquilina della collega che andava a letto con uno e la sera dopo lo ritrovava a battere all’angolo della discoteca in cui l’aveva incontrato. O essere tra gli unici cinque di tutto il corso ad essere reclutati per un lavoro ultrafigo prima ancora di dare la tesi.

Milano non era ancora ospitale, ci studiavamo con diffidenza.

Il lago era più amichevole, o almeno sembrava.

L’aria primaverile e svariate tinozze di fragole col porto dopo, verso metà maggio, il mondo – Nebbiolanum inclusa – era un posto felice, pieno di baci, di kamasutra da sperimentare ridendo, di esami da arbitro, di progetti e case nuove da vedere insieme.

Un paio di giorni ancora, poi Annus Horribilis 1.0 ci avrebbe fregato tutti e avrebbe cambiato le cose per sempre.

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8 thoughts on “[what a carve up!]

  1. Calippa ha detto:

    Pelle d’oca. Alta come tutta l’oca. Non mi basta mai leggere qualcosa di tuo…

  2. scott ha detto:

    racconto interessante. e che darebbe lo spunto a varie riflessioni.

  3. Piacere Andrea. ha detto:

    Sindrome di Pompei.
    No, non è una roba attinente al kamasutra ridanciano. E’ quella del ricordo di avvenimenti importanti, cristallizzati in un determinato spazio e tempo.
    Ecco. Va a finire che coincide proprio col kamasutra ridanciano, adesso.
    Firulì, firulà…

  4. Vieppiù ha detto:

    Questo firulì non mi è nuovo.

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