L’avete voluto voi.

(voi chi?, diranno i miei piccoli lettori guardandosi alle spalle. Voi, quelli che stanno su Facebook. Se siete tra coloro che leggono solo qui, avete facoltà di rintracciare quegli altri uno per uno, legarli in giardino e costringerli ad ascoltare tutta “La recherche” letta da Cesare Maldini)

Esperienze drammatiche, si diceva.

Pericolosissime.

Anzi, molto pericolosissime, stando all’ultima moda lanciata da Casteddu online.

Metti una colecistectomia, per esempio, che solo per essere riuscita a pronunciarlo senza ridurmi la lingua a una gassa d’amante mi merito un premio.

La colecistesticazzectomia è un’operazione ormai di routine, ma presenta effetti collaterali durante il decorso che possono risultare letali. Tra questi si rilevano episodi di autolesionismo tra i bravi venditori, crisi respiratorie a carico dei lettori abituali di pixel, un richiamo formale da parte dell’Associazione Medici Dentisti Italiani e casi di ipnosi regressiva che colpiscono attempate tenutarie di blog e fanno risalire a galla, dai fondali melmosi della loro memoria, ricordi inquietanti.

Reperto n°1: si diceva che fosse l’estate più calda del secolo. Il mare s’era trasformato in una zuppa di miso, e quella specie di brodo primordiale aveva creato l’ambiente più adatto al proliferare di una specie fino a quel momento aliena dalle coste atlantidee:

la medusa gigante.

Se fosse buona o meno da mangiare, non vi so dire.

(certo, c’era anche chi aveva problemi più seri. Ricordiamo con affetto l’eroico edicolante della 554 e l’ancor più eroico estirpatore di Karote)

Qualunque attività si svolgeva in acqua, dal mangiare alle riunioni di condominio.

Tutti i notiziari ricordavano di consultare l’apposito bollettino prima di spostarsi da un luogo chiuso all’altro per sapere quanti secondi di sopravvivenza erano garantiti in assenza di aria condizionata.

I fenicotteri volavano arrostiti di tutto punto con un trinciante in mezzo alle ali, i profilattici venivano tenuti rigorosamente in freezer, e garantivano quel bell’effetto ritardante per lui, rinfrescante per lei.

Ho reso l’idea.

Sto lì bella (bella?) – sto lì (omissis) in infusione come se avessi tatuato Twinings sulle chiappe, che ondeggio al largo con fare paperesco, quand’ecco che una frusta invisibile mi sferza il costato e una gamba, paralizzandomeli. Provo a guadagnare la riva, ma mi rendo conto che farlo afflosciandomi sul fondo come un palombaro gonfiabile (ognuno ha i feticismi che si merita) non garantisce il risultato.

Il dolore è atroce. Il mio ultimo pensiero cosciente è che, cazzo, m’hanno lasciato da bere solo il sale e si son fottuti la mia tequila con tutto il limone.

Riprendo conoscenza in un chiosco. Sento la proprietaria dire al figlio di tenermi sveglia mentre arriva l’ambulanza, e questo bambino di dieci anni che mi intrattiene raccontandomi che in Australia ci sono le meduse velenose che se ti toccano muori. Faccio il mio primo giro in ambulanza in preda ai brividi e al delirio, il bambino ora è il direttore del Telefono Amico.

Mi scaricano d’urgenza al pronto soccorso. Non so cosa mi abbiano fatto sull’ambulanza, morfina, diacetylmorfina, ciclozina, codeina, temazepam, nitrazepam, fenobarbitale, amobarbitale, propoxyphene, metadone, nalbufina, petedina, pentazocina, buprenorfina, destromoramide, chlormetiazolo. Qualunque cosa sia, fluttuo in uno stato di soffice deprivazione sensoriale che suppongo preceda la morte. Sopra di me, la luce di cui tutti parlano, solo che me l’aspettavo diversa da un disco volante al neon.

E improvvisamente sento qualcuno annunciare che il dottor Carter sta arrivando a visitarmi.

L’ultimo barlume di coscienza vorrebbe indignarsi per lo sfregio di farmi arrivare al cospetto di John Carter giusto in tempo per fargli dichiarare l’ora del mio decesso, ma il resto è andato e il paradiso è un posto pieno di angeli con tuniche bianche aperte sopra casacche verdi. Se sono fortunata incontrerò pure Mark Greene.

In paradiso non mi fanno entrare subito, segno che quelle carogne della Cherubin Intelligence Agency sanno il fatto loro quanto a dossier. Mi ritrovo su un letto singolo in una saletta spoglia. Affianco a me, la mummia di Tutankhamon in scala 1:4. (scoprirò poi che si tratta di un bambino a cui un amichetto, per giocare, aveva tirato una medusa gigante in piena faccia). Mi sento come Hans Gruber dopo trenta piani di morbidezza. Peccato per l’atterraggio. Improvvisamente si apre una porta ed entra un’infermiera.

– Il dottor Carta sta per passare a visitarla per vedere se può essere dimessa. Come si sente?

– Devo avere un’otite. Ha detto che il dottor CartER viene a dimettermi?

– Un’otite, qui non risulta. Il dottor CartA l’ha curata per uno shock anafilattico.

– No, guardi, c’è un errore, io sono in cura col dottor CartER.

– Non abbiamo nessun dottor CarteER, qui. Ma il dottor CartA è bravissimo.

– C’è un errore. Un errore. Sicuramente, c’è un errore. CartER. Errore. Errore. CartER. Errore. Grosso errore. Sicuramente. CartER.

– Non si agiti. Ce la vuole l’oliva nel Lexotan?

[famo du’ calcoli]

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4 thoughts on “[famo du’ calcoli]

  1. scott ha detto:

    pretendere che per curarti arrivasse John Carter da Marte mi sembra un po’ eccessivo.

    • Outsider ha detto:

      No, ma non speravo che arrivasse apposta, pensavo che normalmente prestasse servizio l.
      (Sto facendo un esperimento di risposta extrablog, vediamo se funziona)

  2. Piacere Andrea. ha detto:

    Era Nick Carter. E l’ultimo chiuda la porta, che qui siamo tutti un po’ matti. Anzi, Patsy.

  3. nonno ha detto:

    non era l’oliva, ma il calcolo…INFERMIERAAAAAAA

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