[la figlia di damien hirst]

Quelle serate che giustificano e legittimano la sociopatia.

Periodo nataliz…no, non questo, miei pedantissimi piccoli lettori. Maggio, sì, lo so che è maggio, e so anche che non sembra maggio, ma converrete con me che quelle parcheggiate qui sotto sono navi da crociera, non Rangifer Rover 4×4.

Periodo natalizio, quindi. Quello solito. Mi ritrovo barricata nello studio a casa dei miei, in fuga da bambini urlanti che ti fanno precipitare a cercare sulla rubrica il numero di Erode (che nei preliminari non è mai stato un granché, ma alla fine non si può dire che non faccia sangue) e adulti con uno strano concetto di caccia alla volpe. Non perché abbiano un’opinione eccelsa della mia astuzia – rimbambiti sì ma non fino al quel punto – bensì perché tendono ad inseguirmi per stanarmi armati di piatti, ciotole, vassoi, teglie e altri contenitori più o meno convenzionali, alcuni traboccanti di cibo, altri di pietanze cucinate da mia cognata. A turno, quello che mi ha individuato strilla “E’ qui!” con tutto il fiato che non ha già sprecato per soffiare inutilmente in un corno da nebbia, e l’orda al completo mi assale per cercare di farcirmi oltre la mia capienza. “Voglio tornare a casa”, mormoro coi lucciconi agli occhi pensando alla fantastica serata che potrei passare involta in un piumone in compagnia di Robb Stark, Paolo Rossi e Falcao, anziché star qui in una cantina buia dove pure se respiro piano mi trovano uguale.
Approfitto di un momento in cui l’attenzione generale è catturata dal passaggio di un cerbiatto, un coniglio e una puzzola e mi infilo di soppiatto nello studio di cui sopra, pronta a difendermi fino al volume W-Z della Treccani. Internet e un barattolo di amarene sotto spirito sono i fidi amici con cui affrontare il peggio.
Internet, amarene e un altro oggetto misterioso. Noto infatti su una mensola alla mia destra un barattolo di quelli a chiusura ermetica, tipo da marmellata. Contiene un oggetto nero e marrone bruno, grande quanto il mio pugno, di origine ignota. Di primo acchito, sia che ci vogliano due t o meno, sembrerebbe una di quelle cose che di norma si trovano dentro il corpo umano e non a spasso per barattoli, per quanto il gusto dell’orrido sia ahimé diffuso e il mondo pulluli di psicopatici che conservano i propri calcoli alla cistifellea in bella vista sulla scrivania.
Ma, che io mi ricordi, gli unici calcoli in famiglia sono quelli prodotti da mio padre, nato geometra, che ha imparato Autocad da autodidatta non appena andato in pensione e ora pretende che la via più breve per scrivere la lista della spesa sia realizzare ogni volta una pianta in scala e perfettamente arredata di tutto il centro commerciale, parcheggio e svincolo inclusi.
Dirigo il fascio della lampada da tavolo, opportunamente schermata per rendere dura la vita ai miei inseguitori, dritto sul barattolo. Serve a poco. La luce si riflette sul vetro e su una superficie lucida all’interno. Un trancio di pesce con la pelle e le squame? E perché mai dovrebbe trovarsi su una mensola nello studio di mio padre, che l’unica volta che è andato a pesca in vita sua ha dichiarato – ma solo una volta in mare – che toccare i pesci gli faceva orrore quasi quanto gli faceva schifo l’esca, per cui l’ha finita a reggere altezzosamente una canna intorno alla quale due ancelli si davano da fare per stare appresso al ritmo forsennato con cui i pesci si immolavano davanti al profeta della Findus?
Sento che non dovrei volerne sapere di più, ma il gene della pirlaggine predilige le primogenite.
Avverto una forza oscura emanare da quel barattolo, l’aura di una rivelazione che manderebbe in frantumi le certezze sui miei parenti più prossimi.
Allungo una mano.
E non appena mi ritrovo con le dita intorno al barattolo, un pensiero agghiacciante mi fulmina: il polmone di Zippo.

Zippo è mio fratello e ha un difetto di fabbrica che si chiama pneumotorace. Anni fa fu ricoverato per un drenaggio stupidissimo che molto stupidamente gli mandò in necrosi mezzo polmone. Anziché due buchetti intercostali finirono per aprirlo come un pollo, e considerando che la corporatura media di Zippo dall’adolescenza in poi si aggira su uno standard di 185 centrimetri per un peso variabile di 52-56 chili, a seconda di quanti cacciaviti, spillatrici, metri da cantiere, etichettatrici e rotoli di scotch da pacchi si ritrovi in tasca, potete immaginarvi l’effetto. Potete anche immaginarvi la mia incazzatura: uno dei due, tra me e lui, è sicuramente stato adottato. A tre anni, per verificare che fosse ormai padrone degli incisivi, mi staccò un boccone di pancia con un morso. Io andai con molta calma ad avvisare i miei la volta che lo trovai seduto sul davanzale coi piedi penzolanti giù dal secondo piano. Se qualcuno ha titolo per smontarlo, quella sono io, solo io e nessun altro.
Mio padre, si diceva, è un uomo schizzinoso come pochi. Nonostante abbia accudito due figli piccoli senza distinzioni di sorta fra sè e la di loro madre, prova orrore e ripugnanza per qualsivoglia parte anatomica umana o animale esposta al di fuori della propria sede. Ma Zippo è l’erede, il figlio maschio con cui lui ha potuto sbertucciare una pletora di fratelli e sorelle che sembravano incapaci di produrre altro che mocciose infiocchettate foriere dell’immane rottura di palle di trovar loro prima o poi un marito.
Zippo è Zippo. Il suo polmone è reliquia. Ormai certa che ognuno ha davvero la famiglia che si merita, fletto il braccio fino a quel momento tenuto teso per mantenere la massima distanza tra l’oggetto misterioso e la mia curiosità malsana. Malsanissima. Sono ancora in tempo a riporre l’orrido reperto lì dove stava e a correre a lavarmi le mani con la calce viva, mi ripeto mentendo.
Perché io non lo so mica se ho il coraggio di guardare, e poi son cose private, mio fratello non lo vedo nudo da quand’era bambino, figurarsi l’interno, non voglio saperlo, non voglio saperne niente, e nel momento in cui mi son quasi convinta a rimettere a posto l’orrore pensando a future notti insonni per paura di incubi in cui brandelli di polmone sanguinolento mi vengono estirpati dal naso con una tenaglia rovente, apro gli occhi e lo vedo.

Il bue del presepio.
Giuro.
Ho pure due foto, da qui non riesco ma prometto di postarle appena possibile, a maggior ragione se non ve ne frega un cazzo.
Bue.
Del presepio.
Che non sta nel presepio.
Sta in un barattolo di vetro.

Sapete cosa significa?
Significa che forse quello adottato è Zippo.

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