[fatti non fummo a viver come bruti]

Che la parola femminicidio non mi piaccia l’ho già detto e ripetuto.

Mi direte: deficiente. Intanto che tu fai la sofista sulla terminologia, lì fuori ne seccano una al giorno.

Capisco la reazione. Ma non è per scarsa sensibilità o mancanza di rispetto verso quelle poverette che hanno avuto la sfortuna immensa d’incappare in un criminale che lo ribadisco. Anzi.

È che trovo che alcune precisazioni siano doverose, perché la piega isterica che sta prendendo la situazione non porta e non porterà da nessuna parte. Stiamo ricascando nella solita trappola dell’emergenza: un sacco di chiasso, poca lucidità, scarso coordinamento, zero-virgola risultati.

Innanzitutto non si tratta di un’emergenza.

Ferme.

E fermi anche voi, pochi o tanti che siate.

Emergenza, s.f.

1 – cosa che emerge, che sporge; sporgenza, protuberanza

2 – fig. circostanza grave e imprevista (eccetera)

La violenza sulle donne è un fenomeno emerso negli ultimi tempi? Ni.

È un fenomeno imprevisto? No.

Un solo omicidio è già troppo, su questo siamo d’accordo. Ma non è vero che gli assassinii di donne in Italia, con particolare riferimento a quelli commessi nell’ambito di una relazione preesistente tra la vittima e l’omicida, siano in crescita. Il fenomeno – perdonate la terminologia statistica – è stabile, dati Istat alla mano.

Mi direte: cazzate, lo vedi anche tu che non passa giorno senza che si senta di una donna ammazzata o aggredita da un marito, convivente, amante, fidanzato in carica, deposto o respinto.

Infatti. È aumentata la visibilità, non i reati. Per certi aspetti, l’attenzione che i media dedicano ora alla violenza sulle donne è encomiabile: come per il lavoro nero, solo facendolo emergere è possibile contrastarlo. Certo, sarebbe anche doveroso fare in modo che a chi commette atti violenti (così come a chi sfrutta la necessità altrui) passi la voglia di riprovarci; e altrettanto doveroso sarebbe dedicare lo stesso impegno al supporto psicologico alle vittime che la violenza decidono di denunciarla, perché poche cose più di una denuncia per fatti simili espongono lo spirito già incrinato di una donna a una prova che definire spietata è un pallido eufemismo. Per non parlare del coraggio che serve, proprio quando più si avrebbe bisogno di sentirsi protette e al riparo.

Dall’altra parte, è così che si inventa un’emergenza laddove non c’è: a forza di martellare in maniera autistica, meglio se con risvolti morbosi, utilizzando sempre le stesse formule, la stessa terminologia elementare, talmente semplificata e inquadrata da renderla perfetta per trasmettere un messaggio efficace, e pazienza se non è corretto, il dio dell’audience pretende sacrifici. È il sistema di non-comunicazione che ha dato ottimi risultati negli ultimi vent’anni e spiccioli, perché cambiarlo proprio ora che il 90% della popolazione parla finalmente come una massa di zombie lobotomizzati e bisogna richiedere il porto d’armi per usare un sinonimo?

Mi direte: brava, fai la splendida tu, vagliela a fare ai parenti delle vittime l’analisi del periodo. Intanto quelle bestie continuano ad ammazzare. Dovrebbero morire loro, dal primo all’ultimo.

L’altro effetto spaventoso è l’eco sanguinaria che l’onda emotiva si trascina appresso. Non so a voi, ma a me basta e avanza sapere di appartenere alla stessa specie animale di un omicida per farmene vergognare, non ho bisogno di diventare come lui (o lei). Nella maggior parte dei casi, il moto di reazione violento è un riflesso condizionato, immediato e di breve durata; in altri, innesca e (auto)alimenta una deriva disumana indegna. Non sono buonista, e non appartengo alla schiera di coloro che – più o meno consapevolmente – cercano una giustificazione (schermandola spesso con la più nobile ricerca di una motivazione) per gesti che giustificazione non hanno. Sono vendicativa, e col cazzo che porgo l’altra guancia: ma sono convinta che nessun essere umano meriti di morire.

Sono anche convinta che chi subisce un torto meriti giustizia, e che ogni reato debba essere punito in un modo che non risulti avvilente per la vittima né pericoloso per altre vittime potenziali. E che per alcuni crimini non ci sia altra pena possibile che l’ergastolo, cosa che fa di me una troglodita, ne abbiamo già parlato.

Potremmo stare ore a discutere su ciò che succede quando ci si trova davanti a un’emergenza, vera o presunta che sia, e a squadernarci davanti di tutto, dal Patriot Act al terremoto in Abruzzo.

Oppure potremmo tornare al punto.

Ogni volta che si parla di femminicidio, quella parola orrenda che non fa che titillare l’ego dei delinquenti convinti che le femmine siano oggetti su cui si può rivendicare un diritto di proprietà, ecco, ogni volta che se ne parla è già implicito il fatto che siamo arrivati tardi. A che serve l’indignazione di fronte a un funerale? Sto per dire una cosa impopolare: a poco. Ci son paesi dove il motore a indignazione fa scalare montagne. Da noi non fornisce manco il tanto di energia necessaria per scendere a pisciare il cane.

Qualche sera fa la mia amica Luisa Gervasi ha segnalato questo articolo.

In realtà ha segnalato la replica, ma in questo momento mi interessa più confrontarmi con voi sullo spunto iniziale. A parte l’essere rimasta colpita dall’idea fantascientifica dell’autrice sul rapporto di confidenza che secondo lei lega madri e figlie da Roma in su, e dallo strano concetto di territorialità della violenza (anche qui, se volete, possiamo perdere delle ore a esaminare la casistica e riempire un planisfero di bandierine rosse. Oppure), il punto di partenza è proprio la violenza domestica, familiare, di consuetudine. Quella sulla quale sembra si possa sorvolare perché ancora non c’è scappata la morta. Quella che pare brutto immischiarsi. Quella che a volte non è nemmeno tecnicamente fisica, è “solo” una cappa di piombo che opprime, che sembra richiedere troppa forza per essere infranta, e intanto che la subiamo sfracella malamente le nostre vite, le nostre certezze, le nostre speranze, fino a lasciarci incapaci anche solo di pensare di reagire. A volte è “soltanto” una palese ingiustizia basata sulla decisione arbitraria di terzi. È quella da cui sembra che non si possa sfuggire, se non allontanandosene per non tornare mai più. Resistere in un ambiente difficile, quale che sia, resistere e reagire per educare, richiede un’energia sovrumana, e un sacco di solidarietà. Richiede l’impegno di tutti. È come stare al largo, circondati dagli squali, su una barca con una falla. La costa è lontana, ma non irraggiungibile. Ma se si resta in pochi a remare e ad aggottare, si muore sbranati, tutti quanti: uomini, donne, calabresi e non. Non è vero che tutte son cresciute sentendosi dire “fai silenzio che sei donna e non son cose per te”. È vero che alcune di quelle che se lo son sentito dire hanno risposto che non era così. Hanno combattuto, e hanno vinto, e sono più quelle che hanno combattuto e vinto di quelle che hanno combattuto e perso. Ma ogni volta che una perde, o peggio, che non ci prova neanche, perdiamo tutti, perché le conseguenze non sono territoriali. Ogni padre (padre, sì. Non mi venite a dire che superata una certa età non si cambia, ho le prove del contrario), figlio, fratello, marito, compagno, collega o amico, se non è educato al rispetto degli altri, finiremo per sorbircelo tutti. Ogni madre, sorella, collega o amica che china la testa, o fa finta di non vedere, che pensa che non siano cose che la riguardano o che non possa fare niente, non fa che contribuire ad appesantire la condanna altrui e la propria. E io francamente non ho più voglia di sopportare – per dire – di dividere il bagno in ufficio con un uomo di cinquant’anni, laureato, che si pregia di tenere visivamente tutti aggiornati sul funzionamento del suo apparato digerente perché né la madre né la moglie hanno avuto la fermezza di infilargli lo scopino del cesso nel naso alla terza volta che lui lasciava tutto da pulire perché non è cosa da uomini e tanto ci pensano loro a pulire la mia merda.

La diffusa scarsa considerazione delle donne è composta da una miriade di tasselli, nessuno dei quali è meno importante degli altri. Li ritroviamo nei contesti più disparati: l’ultimo l’ho notato guardando la premiazione della finale di Coppa Italia, dove quattro signorine eleganti svolgevano la cruciale funzione di reggimedaglie un passo dietro gli uomini (rigorosamente, esclusivamente uomini) che premiavano gli atleti, manco fossero dei comodini di design. “Un tocco di bellezza può solo far bene”, mi ha risposto qualche amico quando gli ho chiesto come la vedeva. “Vedere cosa?”, ha aggiunto qualche altro. “Non essere acida”, hanno concluso quasi tutti. Per dire che la cosa è talmente diffusa e nidificata da scivolare – liscia come olio di ricino, direbbe il poeta – senza che nessuno o quasi ci faccia caso. E se l’obiezione viene sollevata, puntualmente viene protetta dalla patina del “si è sempre fatto così”. Infatti le ruote quadrate son comodissime.

Allo stesso modo sono stufa di sentire persone intelligenti, perlopiù donne, pretendere indiscriminatamente la testa di chiunque azzardi una battuta a sfondo sessuale. Vorrei poter vivere in un mondo dove sia possibile ridere liberamente, a crepapelle, di qualunque argomento, quando una cosa fa ridere, e dove la legittima sensibilità personale, il sacrosanto diritto ad avere un senso dell’umorismo diverso non vadano a rivestirsi di metasignificati, sottotesti e integralismi vari. Rilassatevi. Rilanciate. Gli uomini non sono il nemico, ragazze, è solo un animale quasi uguale a noi a cui hanno fatto credere di essere il principesso col pisello. Ci siamo cascate anche noi con quel cicisbeo vestito d’azzurro, dovremmo capirli. E aiutarli a venirne fuori.

Non ne posso più di vedere fiumi d’inchiostro sprecati per una pubblicità in cui si cerca di vendere un panno per la polvere facendo dell’umorismo noir in due versioni, lui-fa-fuori-lei e lei-fa-fuori-lui, solo che la seconda è una normale pubblicità di cui si discute come tale, bella/brutta/funziona/nonfunziona, la prima è un’istigazione al femminicidio. Scusate, ma perché un omicidio (parola che nella maschilistissima lingua della nostra repubblica – quella la cui costituzione, all’art.3, recita “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” – indica la soppressione di una vita umana ad opera di un altro essere umano) dovrebbe essere considerato diversamente a seconda di chi lo commette e chi lo subisce?

Torno al punto.

Tasselli piccoli e grandi. Alla fine si perdono di vista quelli giganti. Tipo la disparità di trattamento, un vero insulto su cui non si muove foglia. Tipo la celebrazione dell’incapacità. Tipo la semplificazione massima, gli stereotipi (ma non esistono gli uomini stitici, miseria ladra?) che finiscono per rendere inclassificabile – e quindi inutilizzabile – chiunque non possa esservi ricondotto. Tipo l’insulto all’intelligenza altrui e il politicamente corretto ipocrita. Tipo le macroscopiche mancanze di coerenza pubblica, perché strapparsi le vesti per il femminicidio in piazza il martedì e poi inneggiare a Berlusconi nella stessa piazza il mercoledì mi fa pensare, onorevoli colleghe, che non abbiate ben chiaro il processo.

Tipo la certezza della pena. Che non significa negare a chi sbaglia una seconda possibilità, ma in certi casi può e deve significare negare la possibilità che qualcuno sbagli la seconda volta (posto che, a costo di ripetermi, faccio fatica a vedere gli atti violenti come un incidente, e mi perdonerete se salta fuori ancora la deformazione professionale da arbitro, ma non si può offrire a un criminale una seconda possibilità facendosi beffe di chi quel crimine l’ha subito, né di tutti gli altri cittadini che non l’hanno commesso). Insistere sull’inasprimento ha senso in alcuni casi, a mio modesto e discutibilissimo parere, perché il massimo della pena per stupro, per esempio, ora come ora è poco più che ridicolo. Ha meno senso insistere sulle aggravanti: difficilmente un naziskin troverà un deterrente nell’aggravante antisionista, se intende aggredire una persona solo perché ebrea. Con ogni probabilità, anzi, ne sarà esaltato, l’impresa risulterebbe epica. Nel caso di una specificazione ulteriore degli atti di violenza, temo che la situazione sarebbe la stessa. Invece, sempre per evitare che il famoso articolo 3 non sia solo una bella filastrocca, dovrebbe essere il crimine in sé ad essere punito: violenti una donna, un uomo, un transessuale, un bambino, un cane? Sempre l’ergastolo ti becchi. Forse ci pensi due volte. Forse non lo fai. E’ questo che dovrebbe essere il senso del principio di uguaglianza.

E’ un discorso lungo. Complicato. Gravissimo.

Ma una cosa è certa, va affrontato alla radice, insieme, pensando e facendo pensare, agendo e facendo agire, possibilmente in maniera intelligente e senza – per difficile che sia – lasciarsi trascinare dal sangue che monta alla testa .

Cercare di tappare un’emergenza, vera o presunta, “a mamma morta” è come pretendere di mascherare la forfora indossando solo giacche bianche. 

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2 thoughts on “[fatti non fummo a viver come bruti]

  1. Ale Sestu ha detto:

    [ma per seguir virtute e canoscenza]

    Esistono diversi metodi che, ad oggi, nel mondo, vengono utilizzati per modificare un sistema politico, ed assieme ad esso anche quello sociale, con una legge.
    Ci sono esempi di imposizioni dittatoriali imposti da una ristretta oligarchia (senza andare troppo lontano: l’unione monetaria è stata applicata in questo modo), ma ci sono anche esempi più evoluti che vedono l’applicazione in forma normativa di una “tendenza” sociale: una società fa un passo in avanti nel cammino dell’evoluzione e la legge non è che la semplice formale applicazione di questo balzo in avanti.
    Quindi non c’è imposizione: c’è un mutamento psico-sociale, frutto di un lavorio lento e continuo, tale per cui il nuovo “sentire” è diventato consuetudine.

    Questa primavera in Bolivia è stata varata una legge contro il femminicidio, molto articolata, che è stata presentata da Morales con queste parole:
    “la violencia feminicida es una acción de extrema agresión, que viola el derecho fundamental a la vida y causa la muerte de la mujer, por el hecho de serlo, y en este sentido tiene que ser reconocido como un delito contra la humanidad.”
    La pena è la reclusione per 30 anni, senza alcuna possibile attenuante.

    Quindi si tiene conto di un aspetto fondamentale: non si punisce il semplice atto di violenza, ma anche l’atto simbolico. Usare violenza verso una donna per il semplice fatto di essere tale è considerato un crimine contro l’umanità.
    Nello stesso modo in cui viene considerato tale un omicidio verso un ebreo, per il semplice fatto che è ebreo, o cristiano, o mussulmano, o nero, o rosso, eccetera.
    Se si verificasse un caso di ominicidio, la pena sarebbe altrettanta.
    Anche in riferimento al concetto sancito dall’articolo 3 che citi.

    Il punto è che si deve creare un humus sociale tale per cui questo concetto diventi consueto, scontato, imprescindibile. In Bolivia ci sono già arrivati. Noi siamo parecchio indietro.
    Per questo è necessario quel lavorio costante, fatto dalle persone, tra le persone. Per questo è importante parlare di femminicidio, senza equipararlo ad un qualsiasi omicidio. C’è l’aggravante.

    La parte complicata sta nel creare l’humus sociale di cui sopra.
    Per farlo si può tentare l’utilizzo di qualche altro strumento legislativo.
    Sempre in Bolivia, assieme al reato di femminicidio, è stato introdotto il concetto di “delitto mediatico”, descritto in questo modo:
    “la perdurante e costante visione di un’idea della femminilità abbrutita che offre una immagine della donna come merce sessuale di scambio degradando la sua umanità di cittadina, che ha il diritto legale di essere considerata alla pari del maschio perché va identificata prima di ogni altro aspetto come persona”.
    Questa potrebbe essere una risposta alla tua sensazione di sconfitta di fronte alle ragazze che reggevano le medaglie, durante la premiazione finale.

    Questo secondo concetto mi sembra importante perché può determinare un cambio di tendenza, iniziata con la tv commerciale di Berlusconi, che ha portato l’oscenità ad essere “consuetudine” e la seduzione ad essere dimenticata.
    L’oscenità è una forma di violenza; la seduzione è una forma di delicatezza. Secondo me dovremmo rieducarci alla seduzione e rifiutare l’oscenità.
    C’è un bel post di Modigliani che approfondisce il concetto come solo lui sa fare (http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2013/06/oscenita-o-seduzione-questo-e-il.html).

    Quindi per concludere: virtute e canoscenza.
    La conoscenza sta nell’accettare con umiltà che ci sono popoli da cui possiamo imparare tanto. La virtù sta nel fare tesoro di quanto appreso e nell’impegno da spendere per trasmettere quanto imparato agli altri.

    • Outsider ha detto:

      La verità è che l’Italia si sta scavando una fossa d’ignoranza da cui non è facile emergere. Così come successe ai tempi della guerra in Bosnia – quando la maggior parte dei servizi televisivi mostrava anziane profughe vestite non troppo diversamente da certe attempate contadine del nostro paese, che a nessuno sarebbe venuto in mente di considerare “zingare” – prendere esempio da un’iniziativa tipo quella boliviana è snobbato da molti come se un paese che vive di produzione e spaccio (sic) non avesse niente di decente da insegnare.

      Confesso che non ho ben chiaro il meccanismo per cui un “femminicidio” e un “ominicidio” dovrebbero essere diversi da un omicidio tout court. Quello su cui mi pare valga la pena insistere è che sembra si impieghino più tempo, neuroni e risorse appresso al “femminicidio” (ovvero quando per la vittima non c’è più nulla da fare) rispetto a quanto se ne potrebbe impiegare perché al “femminicidio non ci si arrivi.

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