[continuavano a chiamarlo el tromba]

Il 3. Stamattina.

Metteteci che non lo prendevo da quando andavo al liceo. Metteteci pure che, per una di quelle coincidenze che non esistono, mi ci ritrovo a leggere un dialogo brillante in cui due ragazzini nerd cyberflirtano in un modo che mi ricorda qualcosa (e a proposito, caro il mio pusher di libri ultrafighi: no, non me l’avevi passato tu, ho controllato. Mi pareva strano). Il risultato è una che si crede a un casting della Durban’s e dispensa una certa inquietudine strisciante negli altri passeggeri. C’è una luce bellissima, l’aria fresca della notte svanisce ondeggiando lentamente come lo strascico di un abito da sera su per una scalinata sinuosa. Il mondo sembra un posto meraviglioso. Uno di quei momenti perfetti che non hanno senso se non arriva subito qualcosa a sciuparli.

S’ode a destra uno squillo di tromba.

“Vajinska mamarùa trumpète”, borbotta truce una signora badantiforme svegliatasi di soprassalto.

Immaginatevi Ramsete I, così come sarebbe ora, con una polo a righine sottili e senza un cantiere da criticare, che sguazza nel primo posto utile dopo le porte davanti. La suoneria dei bersaglieri è sua. Non credetevi chissà cosa, il vostro è il trentaduesimo sopracciglio sinistro che si solleva.

Ma noi siamo fantascienza, non scienza.

A sinistra uno squillo risponde.

Sul 3 saltano sopraccigli come tappi di spumante a capodanno. L’abbiamo riconosciuta tutti, la trombetta più odiata d’Europa, quella che non appena pensi che i tuoi desideri più intimi si siano avverati e tutto l’equipaggio del volo Ryanair su cui ti trovi si sia finalmente impiccato alle proprie corde vocali in modo da farti dormire mezz’ora, viene sparata da ogni pertugio di bordo, umano o meccanico, per annunciarti che anche stavolta siete arrivati in orario.

Posizionato di fronte alle porte centrali, incastrato tra il finestrino da rompere in caso di necessità e un apposito sostegno, c’è un tipo che ha l’aria di stare all’aereo come io sto al mattatoio comunale, solo che io non ho come suoneria un coro di vacche morenti.

Sette e quarantuno del mattino, il treno è partito in orario e sul 3 è sceso il silenzio. Si fa per dire, perché le trombe continuano a trombare alternate che è una bellezza senza che nessuno dei due abbia il gusto di rispondere. Gli sguardi degli astanti corrono da uno squillo all’altro tipo Roland Garros, l’aria s’è fatta torrida, una signora – che a giudicare dallo chemisier che porta (una discreta fantasia di olive nere, nachos giallo cadmio, tam tam verde ramarro affogato in una palude ribollente di gas mefitici e – per motivi attualmente allo studio del SERT – stambecchi lilla. Il tutto su fondo nocciola variegato aquafresh) non si sarebbe detta particolarmente impressionabile – sviene. L’autista frena e s’affaccia oltre il vetro.

I duellanti si fissano, uno con la mano pronta sulla tasca della giacca, l’altro con la mano pronta su quella del pantalone con le pinces. Il maestro Alessandroni fischietta in fondo al bus. Il mio referente informatico allunga una mano verso il proprio telefono, ma un gigante barbuto lo ferma sussurrandogli in un orecchio “Non è per te”. Lo stallo alla messicana ci fa un sontuoso pippone.

Finché un residuato bellico, da dentro una canottiera che deve aver perso tutte le guerre puniche, col tono del miglior Panatta ubriaco di Brut Fabergé, non pronuncia la frase del giorno:

“Quando un uomo con la suoneria delle trombe di Ryanair incontra un uomo con la suoneria della fanfara dei bersaglieri, l’uomo con la suoneria Ryanair scende e il resto se lo fa a piedi”, cosa che il tipo provvede a fare con ignominia mentre il bersagliere gongola che manco passando Porta Pia.

Titoli di coda e tema finale.

Il 3 si perde all’orizzonte in una scia di polvere, cespugli di rovi disponibili su richiesta.

 

(e poi siamo gente poco seria, diciamocelo. L’ultima volta che sono entrata in questo ospedale mi è toccato andare dritta in camera mortuaria. Nonostante i trombettieri di stamattina, ho fatto fatica a tener giù il magone che mi saliva in gola, alla sbarra. A un certo punto non mi veniva neanche più da leggere il libro che mi ero portata. No, ci voleva l’artiglieria pesante. O meglio, leggera. Ho iniziato a ridacchiare con discrezione sulla pagina elettronica che tutto il mondo ci invidia, quella che, se appena appena avete un briciolo di senso dell’umorismo e un pizzico di riconoscenza, non potete non candidare ai Macchianera Award come miglior sito rivelazione, miglior pagina Facebook e miglior sito di incontri ravvicinati dell’ultimo tipo. Alla prima adenoide su per il naso mi guardavano tutti. Alla seconda son dovuta uscire di corsa dalla sala d’attesa. Alla terza s’è affacciata la capoinfermiera e ha strillato incazzosissima “Ma chi è che ha fatto entrare il maiale?!”. Non dire che non c’entri niente, Fra, non ci crede nessuno)

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4 thoughts on “[continuavano a chiamarlo el tromba]

  1. Thunderblue ha detto:

    …ringraziando Dio, almeno non è partito Antonacci

  2. Outsider ha detto:

    In caso di Antonacci, rompere il vetro.

  3. Petunia by nature ha detto:

    Aahahah aahahah ahahahahaha
    “Ma chi è che ha fatto entrare il maiale”? Fa riderissimo!

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