[revisionismo storico]

Si stappino gli otri.

(o-t-r-i, sì, stavolta l’ho scritto giusto. Al primo tentativo, la dislessia s’è impadronita della tastiera e mi ha chiamato la Coldiretti perplessa per capire cos’è che dovevano fare esattamente coi campi coltivati)

No, giù le zampe dal vitello grasso, razza di nevrotici ossessionati dalla prova costume. Esagerati. Coccolate le trippe vostre e siate gentili con quelle altrui.

Va  così, rassegnatevi, c’è dell’euforia nell’aria.

Si stappino gli otri l’ho già detto? Beh, lo ridico.

Amaranta ha passato la revisione.

Sissignori.

Quella che non l’ha passata, a giudicare dalla sua faccia, è la credibilità del mio meccanico. Era un uomo segaligno, spavaldo, con la faccia color del cuoio, anche se i più informati sostengono che “cuoio” non sia esattamente il termine che meglio definisce la sua faccia di. Soprattutto quando si tratta di far passare revisioni. Qualcuno se lo ricorderà, il totorevisione di due anni fa, con tutti quei malfidati che davano Amaranta 64 a 1. Quest’anno i bookmakers non si sbilanciavano oltre un cauto 528 a 1. Quando il meccanico mi ha detto di passare in officina, il mio cuore ha perso un battito. Un tono di voce che manco mio nonno prematuramente mancato all’affetto dei suoi cari nel ’67. Di persona era pure peggio: stravolto, pallido, le spalle curve, l’aria di quello che viene considerato un paria dai suoi simili, senza più altra scelta se non una morte onorevole. Il meccanico, non mio nonno. E’ stato in quel momento che ho sentito che ce l’avevamo fatta. Mi ha teso una busta gialla e ha mormorato con un filo di voce: “è l’ultima volta che faccio passare la revisione a… a…” e poi si è coperto gli occhi perché non lo vedessi piangere. “A una macchina senza ammortizzatori”, ha completato torvo il suo garzone 46enne, entusiasta dello sbocco lavorativo offertogli dalla sua laurea in ingegneria aerospaziale e soprattutto di essere pagato in figurine. Il meccanico è scoppiato in singhiozzi ed è corso a rifugiarsi sotto il telaio di una 126 guaendo “Fosse quello il problema”.

E comunque, per altri due anni siamo a posto. Ora non resta che presentare la domanda per far sì che Amaranta venga riconosciuta come veicolo agricolo d’epoca e siamo a cavallo. Si fa per dire.

In ogni caso: ieri mattina, giro trionfale con la scusa di andare al lavoro. Sì, lo so che “oggi ti paghiamo” incalza “posso smettere quando voglio” e “stai tranquilla, te lo dico quandoooooh” nella classifica delle frasi meno attendibili della storia dell’umanità. Però.

Al primo semaforo, una ragazza rom tenta – senza successo – di lavare parabrezza. Improvvisamente nota il mio e s’illumina. O almeno così mi sembra di capire scrutando tra le tre dita del pastume (ingredienti: polvere, aghi di pino 35% min., guano, resina, sabbia rossa del Sahara, residui cartacei in sospensione, lecitina di soia) che ricopre Amaranta, dal mastice che tiene l’oblò attaccato alla ruggine del tetto fino al tubo di scappamento. Mettiamo pure che il mio parabrezza abbia bisogno di una pulita. Ma cosa ti posso offrire, o ragazza, in cambio del tuo servigio? Mi guardo intorno nell’abitacolo e censisco:

n°1 accendisigaro all’uranio spento;

n°96 biglietti da visita personalizzati di sei, forse otto lavori fa, molto fighi, ideali per bloccare il cristallo del finestrino quando ci si accorge in tempo che sta per scendere nello sportello, troppo spessi per ricavarne filtri;

n°1 pigna;

n°1 rivista di settore contenente n°1 articolo a firma della sottoscritta, ancora sigillata. La rivista, non la sottoscritta;

n°1 manuale di regia su cui è piovuto;

n°1 conchiglia;

n°1 guanto da lavoro spaiato;

n°1 calzettone nero

Facciamo che mi fermo qui e se per caso ritrovo un paio di mutande smarrite da mesi rimane una faccenda privata. Resta il fatto che non posso pagare la lavatrice di vetri in conchiglie. Son cose che di solito fanno gli uomini. Ma lei sorride e si avvicina brandendo la spugna. Le mostro desolata la scarsità delle mie risorse. Lei sorride ancora, scuote la testa e mi fa: “Non preoccuparti. E’ che è davvero troppo sporco, non vedi niente”.

Non vedo niente perché sono sprofondata nella voragine di vergogna che mi si è aperta sotto la pedaliera.

Scatta il verde. Ringrazio. Saluto sentendomi una deiezione animale.

E poi niente, come dicono i veri hipster, stamattina sono andata al lavoro in bici come al solito, e nell’economia globale non servirà a un fico secco, ma vuoi mettere le risate, a farsi prendere per il culo da Ljiuba per il mio parabrezza, sedute su un muretto vicino al semaforo mentre facevamo colazione con le paste e il caffè.

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3 thoughts on “[revisionismo storico]

  1. Thunderblue ha detto:

    Dopo cotale panegirico se non guidi almeno – almeno! – una Ford Escort del 1982 a 3 porte con gancio da roulotte (ma anche da roulette) e 1.100 di cilindrata rimango alquanto deluso.

    • Outsider ha detto:

      Guido con immotivato orgoglio una Fiesta di quinta mano del ’92. Vale pi la marmitta che le ho cambiato quest’inverno di tutto il resto. Fino a due settimane fa – e da qualcosa tipo quattro anni – l’unico modo per entrarci era aprire il cofano e tirare uno spago (recentemente dissoltosi per essiccazione e sostituito col sagolino che salver il mondo) legato al pirulo dello sportello del passeggero. Effetto diligenza garantito, a proposito di old fashioned. Capisci bene che per la roulette il gancio superfluo.

      • Thunderblue ha detto:

        Non del tutto superfluo: detta Escort, esistita davvero, ne disponeva e faceva buon uso con tutta la forza dei suoi 55 cv/motore. L’ equivalente di una Fiat Uno di seconda generazione ma con il doppio del peso di carrozzeria. Fu sul passo del Pordoi che si scoprì, azzardando come consumati biscazzieri, fino a qual punto si potesse usufruire di quel gancio. Dolorosamente, si scoprì.

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