[perchè lui ha confidenza, confidenza col re]

Alle otto di sera, visto dal mare, il mondo è un posto meraviglioso.
Luce spettacolare, acqua ideale, la sottoscritta immersa in entrambe e in un brodo primordiale di beatitudine. Rogne, persone moleste, rate del condominio dimenticate, cubani volanti e pericoli scostanti, tutti belli – si fa per dire – impacchettati insieme e chiusi in una rete legata sotto una boa al largo, coi pesci che rallentano passando tipo automobilisti affascinati da un incidente. Qualcuno azzarda un morso (seguono venti minuti di facciacce brutte tipo quando si addenta uno kniki anziché spararlo); i pescetti più piccoli cercano di sfuggire al controllo delle madri per curiosare, e quelle li tirano indietro adducendo motivazioni plausibili, tipo “non toccare lì che ci fanno la pipì i pescecani”. Peace and love and sex and drugs and rock’n’roll. Vi amo tutti.
Quasi.
Arrivano a metà della ventunesima vasca. Lui, lei, tre marmocchi variamente assortiti, ombrellone, seggioline e ammennicoli di default. Sul momento, ottenebrata dall’amore universale, non colgo. Un po’ perché son la solita pirla che ancora crede nel genere umano (basterebbe abolire ‘sta cazzata del suffragio universale), un po’ perché il tipo indossa con dolo una polo di una roba di giocoleria-palloncineria-magia-ia-oh. E quindi, quando lo vedo piazzare dei paletti di plastica bianchi nella sabbia coi bambini che gli scorrazzano intorno, penso che stia organizzando una specie di percorso.
Beata ingenuotta.
Gli orridi paletti non sono altro che portacanne. E non mi cascate sui fondamentali, per cortesia.
I pescatori da spiaggia sono l’equivalente estivo dell’infame brodaglia incoscientemente spacciata per cioccolata in tazza d’inverno. It is known. E suscitano la stessa reazione: search and destroy, con l’unica differenza che non me li devo nemmeno cercare.
Smettila, mi dico continuando a nuotare. Magari è pensante. Magari non ci prova neanche. Davvero, Sider, perché devi essere così malfidata? La laurea in Scrotoclastia e il master in Supponenza te li sei sudati, d’accordo, adesso rilassati. Guardalo lì, ora si prepara le sue cose con calma, piazza le canne, sistema le esche, poi scava un buco nella sabbia, ci infila la moglie che tanto non ha sprecato mezza parola o uno sguardo per lui ed è fissa al telefono da prima che arrivassero, quindi che ci sia o non ci sia è uguale, poi si siede, si legge un bel libro e aspetta che tu esca dall’acqua per lanciare le sue maledette lenze.
Certo.
Uh, guarda che bello, gli unicorni che giocano a freesbee acrobatico.
Il tipo prepara le sue cose con calma, piazza le canne, sistema le esche, effettivamente sposta lo sguardo alternativamente tra la massa di silicio, carbonio, ossigeno, azoto et al. e la sabbia, riscontrando in quest’ultima una minore percentuale di stronzio e dedicandole quindi molta più attenzione da quel momento in avanti. E poi, proprio nel momento in cui una mia proiezione mentale gli stava consegnando il premio Speranza per l’Umanità 2013, afferra nonchalante la prima canna e si produce in un lancio che nemmeno Sampei contro Moby Dick, con la sottoscritta nel ruolo di Moby e lui in quello del dick.
Davanti. A. Me.
Freeze.
I contatori dell’intelletto umano rotolano verso il basso alla velocità di un parsec/secondo.
Mando un sms al mondo per dirgli che ho bisogno di una pausa di riflessione. Nel frattempo circumnavigo la zona in cui il cretino ha buttato l’amo e mi avvicino a riva. Mi schiarisco la voce in maniera talmente plateale che mi giro da sola per vedere cosa sta succedendo. Il tipo tira indietro la coda di paglia prima che ci arrivi su una scintilla. Mi scuso per l’interruzione che mi accingo a infliggere nei confronti delle sue amene attività e gli chiedo se per caso gli spiace levare la lenza dall’acqua e aspettare che ne sia uscita prima di pescarmi un dito del piede.
Mi risponde: sì.
Il mondo mi manda un sms per dirmi che dobbiamo parlare.
Inspiro. Do la cera, poi la tolgo, e infine mi dichiaro dispiaciuta del suo dispiacere, ma gli faccio altresì presente che vige un divieto per i pescatori a canne mozze di lanciare le lenze in presenza di bagnanti. Questo, ovviamente, al di là dell’elementare norma di buonsenso che nel suo caso dovrebbe trovarsi sotto la scatola del bigattino.
Egli sbuffa. Suggerisce sbrigativo che mi sposti di un centinaio di metri.
Sollevo un sopracciglio mettendo finalmente a frutto gli anni passati a studiare il metodo Paolo Poli per corrispondenza. Gli rinfresco la memoria a breve termine con l’aiuto del mio asciugamano, quello nel quale a momenti inciampava quando ha deciso, per non doversi spostare di un millimetro dalla direttrice delle scalette che portano in strada, di piazzarvi a ridosso la sua batteria di canne da pesca. Il mio insediamento su questa porzione di spiaggia è preesistente a quello della sua stirpe. Ipotizzo che, se spostamento ci debba essere, sia a carico suo.
Egli solleva le braccia chiamando a testimone il cielo dell’idiozia della sottoscritta bagnante, poi se le lascia ricadere sulle cosce con maschio sprezzo del dolore. Invoco il potere della pazienza cosmica, gli spiego che sono di ottimo umore e quindi per questa volta non lo disintegrerò sul posto. Qualcosa nel mio tono sembra convincerlo. Forse una tetta che sbuca dall’acqua, adesso non stiamo a sottilizzare. Propongo che lui abbia la compiacenza di attendere che io abbia finito le mie vasche, e poi potrà insozzare il mare di ogni tipo di porcheria acuminata.
Egli chiede alla mia tetta destra per quanto tempo ancora penso di averne. Mollo di gran gusto un manrovescio all’Antonacci che si è materializzato alle sue spalle e replico che ne avrò per una mezz’ora al massimo. Strabuzza gli occhi, si guarda intorno alla ricerca di un consenso che non trova né nella telefonia mobile, né nell’edilizia abusiva da bagnasciuga e protende le mani ad artiglio verso il mio collo. Gli giuro su ciò che ho di più caro che non ero a conoscenza del fatto che sua madre si chiamasse Massimo e si facesse pagare a mezz’ore.
Egli si blocca. Si guarda intorno come se avesse perso il segnale. Poi lo ritrova e sputa sul banco un “dieci minuti” così, come fosse un gamberetto molliccio di cui dovrei sentirmi onorata. Splat.
E allora vuoi la guerra. Allora vuoi morire tra atroci sofferenze e al colmo dell’umiliazione. Allora non hai capito con chi hai a che fare.
“Allora non hai capito con chi hai a che fare”, glielo dico pure. Il fatto che mi scappi da sogghignare mentre lo dico sembra confonderlo. “Tu non hai capito che io adesso chiamo un paio di amici…”
“Oh, guarda che se mi minacci ho testimon…”. L’ultima sillaba e mezza si sbriciola in un borbottio vago. Effettivamente sua moglie ha posato il telefono e si scruta con perizia lo smalto di un pollice, in cui sono incastonati dei brillantini che paiono fotoelettriche.
“Chiamo un paio di amici e ti faccio dire per quanto tempo posso restare in acqua”. Sottotitolo: somaro. “Possono passare giorni, settimane prima che tu riesca a mettere a mollo le tue esche. Non provocarmi, sono stata in collegio dalle Pibinche. Non puoi farcela. Fammi finire la mia nuotata in pace e poi potrai fare tutto il lenzabondage che vuoi”.
Una luce gli si accende nello sguardo. È quella dello scanner. Sta scorrendo la rassegna stampa specializzata degli ultimi anni, ogni articolo sulla fantomatica scassacazzi che impedisce ai poveri pescatori di prenderle all’amo un occhio riporta una descrizione che si attaglia quasi perfettamente alla scassacazzi che lo fissa dalla battigia. Ad eccezione delle alghe marce fra i denti, dei capelli verdi, della pinna caudale e dell’inconfondibile aroma da guasto in agosto alla cella frigo del mercato ittico, chiaro.
Egli comunque ha recepito il messaggio. Stavolta non c’è stato neanche bisogno della solita pantomima sul chiamare i vigili. Non mi degna di una replica. Si limita ad ostentare la sua insofferenza ciabattando via dalla riva, afferrando con enfasi una spiaggina, sbattendoci sopra il suo corpaccione e mettendomi su il muso.
Ma qualcosa nel suo sguardo non mi convince. Dovrò tornare in acqua, e aspettare una ventina di minuti per comprendere appieno la forza del suo anatema, amplificato dall’energia neuronale di generazioni di pescatori oltraggiati da sguazzatori della domenica, per ricordarmi che il mare contiene anche creature vigliacche, che non hanno capito che se fossero ritenute commestibili a queste latitudini non godrebbero di nessun privilegio. Per fortuna la stronza gelatinosa mi prende di striscio su un ginocchio. Bestemmio, bevo, resisto. Avevo detto mezz’ora? Eh, l’inflazione.
Esco dall’acqua che è quasi buio. Il rosa fluo della sferzata che ho sul ginocchio risalta meglio. Deve essere il suo colore preferito, perché si alza dalla spiaggina dove è rimasto provocatoriamente per tutto il tempo, mi si avvicina e bela con voce che strappa gli schiaffi dalle mani: “Ti fa male?”
“No”. Non ci crede nessuno. Si vede lontano un miglio che brucia da morire.
La merda sculetta intorno alle sue canne. Faccio in tempo a notare la scomparsa della moglie, prima che lanci la prima lenza. Aspetto che le lanci tutte, che si rigiri soddisfatto e che mi dica, falso come una moneta da 500 euro: “Mi dispiace se ti ha preso. Niente di personale, eh”. E poi lo saluto. Lui e la sua funzionalità erettile.
“Figurati. Buonanotte. E bona pisca”.

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5 thoughts on “[perchè lui ha confidenza, confidenza col re]

  1. paolododero ha detto:

    Certo che il pensiero di quella deliziosa famigliola privi di pesci per la cena…

  2. Thunderblue ha detto:

    Vedi? Qui facciamo molto prima: piove e fa pure freschino. Se ci si impegna un po’ si trova pure una cioccolata decente.

  3. Outsider ha detto:

    E comunque è dall’altro ieri che zompetto su questa. http://www.youtube.com/watch?v=eyaf7JOlXts

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