[la senti questa voce]

Certo che questa regola della vocale finale che determina il genere è una cazzata fatta e finita.
Metti Andrea: come nome proprio femminile non mi è mai dispiaciuto, anzi. Per un breve periodo era persino entrato in nomination come Miglior Nome Possibile Se Fosse Una Bambina. Non dite niente. Certo, poi capita che i poveri Andrea maschi debbano accoppiarsi con delle Consuelo femmine per potersi riprodurre (cfr. “Multiple routes to asexuality in Andreae species”, C. Pollera et al., 1995), ma vabbè.
Oppure metti Milano: l’è un gran Milàn una beata fava. Non è un, è una gran Milàn. Perché Milano sta cercando di dirmi qualcosa, e lo fa come fosse una donna. Avete presente, no?

– Cara, cos’hai?
– N – I – E – N – T – E.

Volevate fare quelli premurosi (o anche solo quelli con una coda di paglia che mentre voi scendete dal treno a Mosca quella sta ancora finendo di sistemare le valigie sulla reticella a Vladivostok) e vi ritrovate sepolti da sei pallet di mattoni in caduta libera dall’ottavo piano, e la cosa peggiore è che sapete che quelle sei lettere sono solo il 10% dell’iceberg.
Milano, uguale.

15 giugno 2011. Sette del mattino. Non sto nella pelle. E sono pure in perfetto orario.
Le condizioni per una giornata all’insegna della sfiga perfetta ci sono tutte.

Si comincia con un numero di prestidigitazione: la scomparsa delle chiavi di Amaranta dalla faccia della terra al momento di uscire. Un secondo prima erano lì al limite dell’esibizionismo, un secondo dopo è come se non fossero mai esistite. Ma io sono zen, sono zen e non sto nella pelle. Niente potrà turbare questa giornata di gloria. Comincio a smontare casa con molta dovizia e nessun successo. Ah, ma io sono zen, ma che dico zen, sono Zenone. Il movimento non esiste, la realtà è immobile e quindi le cazzo di chiavi non possono essere andate da nessuna parte. Proseguo nello smontaggio con sempre meno successo e molte più madonne volanti, mi avvisano infastiditi dalla torre di controllo. Ma io sono zen, signori della Corte, ed è con somma quiete che centro in pieno con un bazooka spaziale santa Maria del Buon Consiglio che ha la faccia tosta di digitarmi sul muso “Keep calm and call a taxi”. Il taxi – bontà sua – promette di arrivare quando il mio aereo starà già rullando in pista. Santa Maria del Buon Consiglio plana con la grazia di una piuma di calcestruzzo e incrina sensibilmente la mia calma. Al grido di “siano stramaledette le chiavi – inglesi o meno – Tinto Brass e tutti i filistei!”, schivo l’uppercut incalzante dell’ansia e accendo un cero all’ultima speranza: Ato, il quale, per qualche miracolo ex ante, è appena andato a dormire ubriaco marcio dimenticandosi il telefono acceso. Mi raggiunge alla rotonda sotto casa, dove mi sono avvicinata nella speranza di guadagnare quei dodici secondi di speranza che mi garantiranno di prendere il volo. E’ in pigiama, e mi odia. Io lo amo, specialmente dopo che son riuscita a non imboccare in corsa l’uscita per Ciampino anziché quella per Orio.

Che culo, mi dico ripensandoci un’ora e venti dopo, mentre infilo fiduciosa la mano in tasca onde corrispondere al cocchiere il pedaggio acciocché mi trasporti in quel di Nebbiolanum.
In effetti il culo è l’unica cosa che mi ritrovo nella suddetta tasca, un’inutile paio di chiappe senza alcuna connotazione propizia.

Non può essere.

Non.
Sta.
Succedendo
Sul.
Serio.

(faccio appello alla vostra dignità per evitare commenti di natura fluviale)

Mentre una scritta luminosa compone queste cinque parole, in testa mi scorre la moviola dei miei movimenti da stamattina.
Mi rovisto: niente. Smonto lo zaino preparata a veder saltar fuori – al colmo dell’infingardaggine – le chiavi: niente. Tranne una corbeille di rose rosse che mi viene recapitata con un biglietto da parte di un uomo d’affari appena atterrato da Groznyj: “Tuca Tuca vostro molto sexy. Aspetto questa sera al castello di Monfort strofinare insieme mio Kalashnikov”. Vattènne. Io stasera ho un appuntamento con Dave Grohl che mi esce nudo dalla torta per cantarmi tanti auguri.

Se riesco ad arrivarci.

Sommando gli spiccioli ravanati via da pertugi reconditi riesco a mettere insieme i 5 € di un biglietto di sola andata. Sono zen. Sono molto zen. Niente potrà rovinarmi questa giornata. Neanche una telefonata in cui mio padre mi annuncia che un camionista sconosciuto gli ha appena riportato il mio portafogli al netto del contante appena prelevato, non un istante prima, si badi bene, ma un istante dopo che la sottoscritta ha provveduto saggiamente a bloccare tutto, dal bancomat alla tessera punti di Eurozoo.

(mio padre è un uomo emancipato. Ha smesso di porsi domande stupide sui legami veri e/o presunti tra la sua primogenita e i camionisti sconosciuti e vive felice)

A Nebbiolanum c’è il tipico clima subartico di Singapore a giugno. Piccioni arrosto, per rappresaglia verso il casato alpino, scacciano il Duca d’Aosta beccandogli le dita dei piedi. La piazza viene ribattezzata “Cumenda del Gran Pipùn Che Ghe Fé El Neutro Roberts A Noantres Tel Chi El Napalm Ziocàn”.

E’ quindi senza alcuna difficoltà che l’impiegato della filiale della Royal Bank of Petzalcool presente in Centrale mi riconosce come correntista di vecchia data senza lasciarsi distrarre dal mio aspetto, per così dire, degagé. E mi assicura che la scansione della retina e dell’arcata dentale, il controllo dei valori della bilirubina, il test HIV e il richiamo dell’antirabbica sono procedure standard per un prelievo fuori piazza allo sportello. Mi lascia solo un po’ perplessa il pap-test, ma se è per la sicurezza dei miei risparmi.

Arrivo a Rho seguendo gli scheletri delle carovane che mi hanno preceduto, mi infilo dentro, mi piazzo strategicamente dietro un frigo Toseroni e mi addormento. Mi sveglio sugli Hives e sotto una selva di polpacci tatuati. Subito un coiffeur, un visagista e un massaggiatore si presentano per ricompormi, perché quelli di Hub Music Factory, oh, ci tengono che il loro pubblico sia trattato con ogni riguardo. Anche perché se il rene che mi chiedono in cambio della maglietta che porterò ad Ato per ringraziarlo non fosse in ottimo stato, non se ne farebbe niente.

(gesti delle forbici che si sprecano al mio indirizzo. Lo so, dovrei spuntarmi la frangia)

Arrivo al dunque, ovvero a Iggy Pop (in linguaggio-maga: i BeBop) che fa da apertura ai Foos. Il che è abbastanza singolare, ma soprattutto molto plurale, visto che ormai sono insardinata in eccellente posizione centrale a pochi metri dal fronte palco. Ed è lì, mentre guardo lui, 64 anni, torso nudo e bacino flessuoso, che si agita come un fringuello senza uno straccio di debito d’ossigeno e rocka and rolla scatenato, che mi vedo: una signora anziana con due sacchi di cemento al posto delle caviglie e la spina dorsale a pezzi, sfatta dal caldo, intollerante alla gioventù sudata e pogante, e me lo dico: basta. Sei vecchia. Abituati all’idea che tu con queste cose hai chiuso. Ora ti levi da qui, ti accomodi a lato e ti siedi sul primo sasso che trovi. Non vedrai un cazzo, sentirai e basta e ti dovrà bastare, perché tu con queste cose hai CHIUSO. Un bel discorso, va detto. Onesto, diretto. Bisogna capire quando è il momento di attaccare i cori da stadio al chiodo. E io, se le cose me le spiegano come a un organismo unicellulare, le capisco.

Il problema è farle capire agli altri: la gioventù esagitata s’è infittita, per spostarmi dovrebbero lanciarmi un’imbragatura da un elicottero. In assenza del quale rimango lì pregando che la morte per asfissia sopravvenga immediata e che le mie ceneri vengano disperse in mare fino a che, all’improvviso, Iggy viene portato via di peso da due infermieri, e una voce con accento statunitense sussurra a 200.000 watt: “Hi, Sider, it’s Dave. Great to see you”.

(Sider verrà ritrovata ore dopo in coma estatico nei pressi di piazzale Lodi, e l’unica persona che le darà asilo sarà la dott.ssa Pollera che tanto alle bestie da stalla c’è abituata. Insieme a un giovane titanico condivideranno una settimana di revisioni scadute, batterie azzerate e bidet esplosi, ma questa è un’altra storia)

(purtroppo per voi, continua)

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5 thoughts on “[la senti questa voce]

  1. scott ha detto:

    continua…

  2. Diemme ha detto:

    Ma le chiavi dell’Amaranta, poi, le hai più trovate? 😉

    • Outsider ha detto:

      Sostiene K, il mio ex passato a nutrire Grogu in mia assenza, che le chiavi di Amaranta fossero adagiate in bella vista all’angolo di un certo mobiletto rosso di fronte alla porta d’ingresso, cosa evidentemente impossibile.

  3. Thunderblue ha detto:

    Lo vedi perché poi uno si butta su Tony Santagata?

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