[light my fire (in your…nose)]

Ah, la gioventù. Quel periodo meraviglioso in cui la curiosità è un dovere civile, la sperimentazione un obbligo morale e il criterio è come la minima di Campobasso, non pervenuto. Qualunque nefandezza viene non solo concessa, ma incoraggiata: iscriversi al fan club dei Curiosity killed the cat? Fantastico!  Bere vino con la pepsi? Una delizia. Fare sesso con un astemio? Uhm. Ma neanche il Tavernello? Vabbè, intanto vediamo quel grosso cavatappi che hai in tasca.

Finisci per ritrovarti in situazioni che a ripensarci adesso è tutto un raccapriccio, con sguardi allibiti e coro polifonico di “noooooo!” e “ma che, davèro?” dei tuoi amici (ricordarsi di darsi ultima quando si gioca a “adesso ognuno racconta qualcosa di vergognoso che ha fatto”, sia mai che un meteorite intelligente centri la Terra prima che arrivi il proprio turno).

Con l’età matura, si sa, si diventa più selettivi. E la memoria moderna fa in fretta a rimuovere certi ricordi, <delete file>, click, fatto. Però, dicono quelli bravi, non si possono cancellare del tutto, la traccia resta. E rischia di saltar fuori quando meno te l’aspetti.

Tutto questo ignobile panegirico per dire che:

ebbene sì, da ragazzina ho letto “Uccelli di rovo”.

I lettori del tuo blog YouCanCallMeOutsider sono appena passati da 15.975 a 12.

 

Oh, insomma. Ero molto giovane, e Youporn non esisteva. Una si doveva arrangiare per informarsi, anche se l’idea dei miei di delegare a “L’enciclopedia della ragazza ammodino” l’infame compito della mia educazione  si è rivelata vincente e tutti i dubbi tipici di un’adolescenza irrequieta (“ma si dice vàgina o vagìna?”) hanno trovato risposta.

A parte quel piccolo momento di confusione sul fatto che l’essere eunuco fosse una condizione essenziale per ambire a una carriera diplomatica di spicco, certo.

(la mia preferita era la sezione “Galateo e buone maniere”. Mi è stata utilissima, a posteriori. Posso darmi a pratiche turpi con ministri, segretari di stato, eccellenze, signori si nasce, presidi, presidenti e teste coronate varie senza che nessuno si lamenti del cerimoniale)

In ogni caso, la cosa che mi è rimasta più impressa di tutto il libro è la morte di Chissàchi nell’incendio. Una descrizione terribile, in cui veniva spiegato come il fuoco divori i corpi dell’esterno all’interno, così che gli organi vitali sono gli ultimi a perdere la sensibilità, e una persona – ma anche un animale – resta consapevole fino alla fine della cosa atroce che gli sta succedendo.

Ed era a questo che pensavo nelle ultime trentasei ore. Ho smesso non troppo tempo fa di aver paura del fuoco. Elemento affascinante, certo, ipnotico, sensuale, nelle circostanze adatte. Stare vicino al fuoco con qualcuno che sa maneggiarlo è un segno di grande fiducia, per me, significa che sento di potermi mettere nelle sue mani, in senso più e meno figurato. Da parte mia, è solo da qualche anno che utilizzo fiammiferi e accendini a rotella con nonchalance: prima, solo quelli a pulsante e accendigas. Addirittura un sistema ingegnosissimo di pinze e fiammiferi per le situazioni estreme. Qualche secolo fa mica ti deferivano alla procura sportiva, per eresia.

In caso d’incendio non rompo il vetro: rompo tanto i coglioni. Li rompo prima, quando sono incommensurabilmente pedante ogni volta che colgo qualcuno in procinto di buttar via una cicca accesa, specie se da una macchina in corsa, e li rompo dopo, quando m’incazzo a vedere la notizia liquidata in poche righe, dopo il Milan, dopo il papa che starnutisce, dopo i coleotteri che ballano il tango, dopo la ricetta della panzanella al nero di seppia e fiori di campo. Nessun approfondimento, nessuna presa di posizione ferma (ad eccezione di quella di Michele Piras), nessuna spiegazione di cosa significhi in termini pratici quel dato arido relativo a un numero spaventoso di ettari bruciati. Neanche una promessa ipocrita di educazione (perdonate la parolaccia) antincendio, di potenziamento dei sistemi di vigilanza e di pronto intervento. Tanto ci sono i volontari, pazienza se poi i volontari hanno – appunto – tanta buona volontà e nessuna formazione e rischiano di morire soffocati dal fumo. Perché l’incendio visto in tv non rende. Non lo senti il fumo che ti toglie il fiato, ti stordisce e ti rende incapace di pensare, non ti senti liquefare come cera, non senti la puzza dei tuoi peli incendiati, non senti l’acrilico e il poliestere dei vestiti che si fondono con la tua carne, non vedi le tue cose più care scomparire irrimediabilmente, perché è questo che fa il fuoco, non rende nulla in cui riconoscere le cose che amavi, solo pugni di cenere.

È il solito sistema di gestione delle emergenze in questo paese. Prima si creano le condizioni per il disastro, e poi si mandano due righe di comunicato stampa, dieci secondi e avanti con la prossima arma di distrazione di massa, quelli che hanno da ridire si stancheranno, e poi tanto non contano un cazzo.

E ora scusate ma ho l’F35 parcheggiato in doppia fila.

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10 thoughts on “[light my fire (in your…nose)]

  1. gianni ha detto:

    ardo dal desiderio di farLe il baciamano

  2. Thunderblue ha detto:

    Ricevuto. Se accendo il camino, tu aspetti al piano di sopra

  3. Thunderblue ha detto:

    Ma se io mi allontano provvedI tu o ci tocca il Mac?

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