[brace yourselves]

Suore.

Tz.

Prinz verdi.

Pfui!

Gatti neri che rompono specchi passando sotto scale.

Ma per cortesia.

Signore, signori, è con viva e vibrante soddisfazione che vi informo che l’unica, incontrovertibile, inossidabile espressione della sfiga verace è racchiusa in tre parole.

Che non sono “Sole, cuore, amore”.

Neanche “Cielo, mio marito!”.

E nemmeno “Posso spiegare, agente”.

Nossignori. La triade maledetta, il triangolo che nessuno si preoccupa di considerare, è composta da tre apparentemente inoffensivi – e quindi infidi – lemmi:

Stasera.

Torno.

Presto.

Possibilmente pronunciati socchiudendo le palpebre, sollevando le sopracciglia, con un leggero sbuffo di sufficienza beota nei confronti di qualunque intoppo possa presentarsi e di quei poveracci che non sono capaci di rispedirli serenamente al mittente col timbro “domani”.

Gli intoppi sono permalosi. E non sono mai cani sciolti. Nossignori. Gli intoppi sono una maledetta lobby.

Agiscono in maniera subdola, a valanga. Hanno pure la faccia tosta di seminare indizi, che una parte del vostro cervello coglie come un’immagine subliminale, mentre il resto sbatte, pesta e produce ogni tipo di rumore molesto proprio sotto la crepa nel ghiaccio.

Ore 17.58: – No, ma figurati, certo che vengo a darti una mano quando esco dal lavoro, però tieni conto che al massimo alle otto devo andar via che ho ospiti a casa.

Ore 18.58: – Sì, lo so, non era previsto che passassi qui ad affogare nelle scartoffie invece di rilassarmi sul terrazzo con una birra gelata e in ottima compagnia, ma tanto resto poco, al massimo alle otto vado via che ho gente a cena.

Ore 19.58: – E’ un vero peccato interrompere qui questo lavoro stimolanterrimo che arriva dopo sole altre otto ore di lavoro delirante, credimi, resterei, ma purtroppo devo andar via, ho ospiti a cena.

Ore 20.25: – Ehi, mi hai beccato per un soffio, sto scappando, ho gente a cena e sono in ritardo.

Ore 20.45: – Ma scherzi, ti ringrazio per aver voluto condividere con me il tuo tempo prezioso e soprattutto il racconto dei malanni della tua famiglia dai tempi dei primi insediamenti punici, starei ad ascoltarti per ore, ma purtroppo devo lasciarti perché a casa ho degli ospiti che si staranno nutrendo di bacche e radici, visto che sono ancora qui e non ho ancora fatto la spesa.

Ore 20.55: – Ma porca di quella pala, ci credo che ti ha lasciato per un nazionale di pallavolo cubano se non riesci manco a sentire ‘sto cazzo di verbo senza metterti a piangere, razza di lagna opprimente che non vaporizzo solo perché sono una persona sensibile e dotata di molto tatto, e ora schiodati e lascia che – E LO SO CHE HO DETTO DI NUOVO “LASCIA”, MA SE RIATTACCHI A FRIGNARE TI CHIUDO LE DITA NEL PORTONE, QUANTEVVEROIDDIO! – mi catapulti a casa, dove troverò dei graziosi manufatti a forma di ospiti mummificati e coperti di muffa a forza di aspettarmi.

Cinque minuti.

Mi proietto verso il supermercato più vicino, di cui posso fugacemente ammirare una serranda chiusa che nemmeno Santa Barbara dei Fulmini, sia pur invocata a gran voce insieme ad altre amiche in un rosario fiorito, riesce a perforare.

Tre minuti.

A rotta di collo verso l’ultima speranza. Nello slancio, mi chiudo un lembo della camicia nella catena e faccio il mio ingresso trascinandomi appresso Glorià e il bidone dei rifiuti a cui l’avevo legata. I Tamburi del Bronx chiamano il mio agente e ci offrono bilirubiniliardi perché diventi la loro coreografa. Ma non ho tempo. Frantumo il record olimpico dei 5000 siepi scavalcando cumuli di patate, pile di scottex e transenne di pelati, e alla fine mi spalmo contro il banco dei freschi, che era poi la destinazione finale inserita nel mio gps interno.

Non faccio in tempo a emettere un lamento che alle mie spalle si manifesta Lea Van Cleef vestita da commessa. Sprezzante del pericolo, la ignoro e mi dedico alla mia missione.

E mi rendo conto di avere un problema.

Un grosso problema.

Un enorme problema.

–          Se ha bisogno di qualcosa la prenda in fretta che stiamo chiudendo.

Resisto alla tentazione di risponderle che no, sono entrata di corsa coi barattoli attaccati alle chiappe per capire se posso andarle bene come mezzo di trasporto il giorno delle sue nozze, mica perché mi serve qualcosa.

Resisto perché ho un problema.

–          Temo di avere un problema.

Mi guarda con odio comprensibilissimo. Se non avessi ospiti che mi aspettano in una casa distante cinquanta minuti in bici da qui, e a cui cortesia vorrebbe che si offrisse del cibo, mi odierei anch’io.

–          Mi dica.

Professionale, essenziale, pratica.

Spero non pratica di arti marziali, visto quello che sto per dire.

–          Devo comprare una braciola.

Ho la classica faccia da “terra inghiottimi”. Lei ha la classica faccia da “terra, inghiottila ma prima masticala bene. Se poi volessi sputarla, capirei”.

–          E?

Prendo fiato e applico il Metodo Sider per Farsi Coraggio.

–          Sono vegetariana. Non le so riconoscere.

Mi guarda, indecisa se sbattermi fuori a calci nel culo o strappare di mano lo scopettone con cui il suo collega sta pulendo il pavimento e legnarmi prima. Forse durante.

–          Le sembra l’ora di venire a prendere per il… a scherzare?

–          Glielo giuro.

Mi tolgo il cappello, lo sistemo davanti al muso, abbasso le orecchie e sgrano gli occhioni.

Mi guarda ancora, indecisa se firmare una petizione per la riapertura dei manicomi o cominciare a chiamare il suo avvocato. Alla fine decide che sono una forma di vita aliena ma non pericolosa. Forse. Senza perdermi d’occhio un istante, si avvicina al banco frigo della macelleria, sposta la copertura termica, afferra una malloppa sanguinolenta e fa per porgermela. Istintivamente mi ritraggo. Lei capisce, rimette a posto la malloppa, ne prende una meno grondante, la infila in un sacchetto e me la riporge. La prendo, ringrazio inchinandomi indietreggiando con la grazia di una geisha di Villaputzu, e pedalo verso casa nella notte pensando:

a)      Cristo, ho comprato un pezzo di carne;

b)      l’Apocalisse è vicina;

c)       chissà se la commessa chiuderà la giornata con un “Nonna Isix, Reparto Vai Contro I Mostri Lanciati da Vegan, ore 21.05”

 

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6 thoughts on “[brace yourselves]

  1. Thunderblue ha detto:

    Ma scusa, potevi chiedere a me per la braciola (ma solo una, poi? Avevi invitato a cena la Fracci?), ti avrei ben consigliato io

    • Outsider ha detto:

      Pensa se, di fronte alla commessa gi provata, mi fossi messa a dire “scusi un istante, chiamo il mio amico Thunderblue per un consulto sulla braciola, ha mica le ultime quattro cifre del suo numero?”. (a Villa Balorda erano gi presenti due braciole, ma pareva brutto invitare a cena un terzo carnivoro per poi offrirgli met della mia mozzarella. Brutto e pericoloso, senza manco la Fracci a difendermi)

      • Thunderblue ha detto:

        …Le ultime quattro? Dunque l’altra commessa già aveva le prime sei? Opperbacco!! (Vabbè, dai, te la faccio facile: per me hamburger, che sono semplici da riconoscere)

      • Outsider ha detto:

        Non sottovalutarmi. L’ultima volta che mi è servito un hamburger, son tornata a casa con una roba hamburgeriforme, sì, ma dall’odore che si potrebbe definire “un tipo” e un vago retrogusto – a quanto mi dicono – di cammello.

  2. Thunderblue ha detto:

    Ok, più semplice: hamburger di A) Cavallo B) Manzo C) Pollo D) Tacchino. Basta leggere l’etichetta. Non meno di tre.

  3. Outsider ha detto:

    Surgelati, naturalmente.

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