[lavorare stanca]

Quello che devo fare.

Ingranaggi, momenti meccanici, uno dopo l’altro. Adduttore, ginocchio, polpaccio, caviglia. Pedale, catena, pignone.

Che non lo so se le biciclette ce l’hanno, il pignone, ma da un po’ di tempo a questa parte trovo che pignone sia una parola straordinariamente sexy.

Quindi, pignone.

Che almeno una cosa sexy, in mezzo a questo agglomerato poco urbano di ruggine e carne, è bene ci sia.

Perchè, immaginate lo spot del disincrostante per il water. E quello dello sgrassatore per la cucina. E quello dell’anticalcare per la lavatrice.

(che uno dice ma vaccamiseria, o (vocativo) pubblicitario, che idea hai dell’intelligenza del tuo target per ambientare codeste réclame in set al cui confronto i peggiori porcili di Caracas paiono il Trianon?)

Ma non era un pippone sull’immaginario collettivo deviato dalla pubblicità che volevo attaccarvi. Era solo per dire che mi sento come quel water, quel piano cottura e quella serpentina di lavatrice, tutti insieme appassionatamente.

Zozza. Appiccicosa. Incrostata.

Invitante.

Oh, insomma. Non vedo dodici ore consecutive d’ozio da più di due mesi, e ancora ce ne passerà prima che. L’ultima volta che ho dormito come la dea comanda mi pare fosse febbraio. A dirla tutta, non credo che se mi chiedessero di girare “altolà al sudore” in questo momento ammazzerei la troupe, ma la sensazione è quella. Mi si ponesse la scelta fra Dave Grohl nudo che mi sussurra “fammi tuo” e una vasca idromassaggio a tre piazze traboccante di schiuma, ora come ora non ci sarebbe storia.

E poi, come fa la paperella Dave Grohl.

Ma in assenza della premiata ditta Jacuzzi-Grohl, la cosa più vicina al paradiso è la doccia di Villa Balorda, più qualcosa di buono che riconcili le mie gastropareti con l’equilibrio universale, facendole passare dalla modalità Beirut ’76 a quella Ginevra ’05.

Vedo persino il cartello con la freccia, “Paradiso Città, 15,8 km”. 15,8 km, allo stato attuale delle cose, con le riserve energetiche talmente a zero che l’uso sconsiderato di un congiuntivo potrebbe uccidermi, equivalgono a dover raggiungere New Manhattan a piedi e senza un goccio d’acqua.

Quello che devo fare.

Adduttore, ginocchio, polp…ette.

Polpette?

Polpette. Mai piaciute, ma adesso ci passerebbero pure quelle. E, soprattutto, l’idea di trovarmi davanti Poldo e schiaffeggiarlo con cattiveria mi fa recuperare un etto di forze.

Quello che devo fare.

Adduttore, ginocchio…cosa c’era dopo il ginocchio?

Un sonno becco c’era, dopo il ginocchio.

E’ tardi, è buio, e fa caldo.

Lo so che è fine ottobre. Appunto.

E’ tardi, è buio, fa caldo e sono esausta. Valuto seriamente la possibilità di sdraiarmi su una panchina, cedere all’abbrutimento e addormentarmi. Lo faccio. Fanculo, lo faccio. Lasciatemi morire qui, Grogu si troverà un topo, per stanotte.

Da mangiare, non da trombarsi, animali.

Lo faccio. Non c’è in giro un cane, neanche uno che si chiama Samantha, lo faccio.

Non faccio un cazzo. Dal ripiano più alto dell’armadio delle mie personalità multiple sbuca una specie di cicisbea con la french che si presenta come la Marchesa di Carabas. La cicisbea, non la french. Insiste petulante che una vera signora non si mette a dormire sulle panchine, il che è un ottimo sistema per farmi spanteganare sulla prima che trovo e attaccare a russare con tanto di bolla al naso pure se non russo.

Capisce che non attacca. Allora mi fissa serissima, poi mi sussurra una cosa all’orecchio. Ristriscio in groppa a Glorià e mi riavvio verso Villa Balorda.

Che poi, sia chiaro, non è che mi stia lamentando. Di questi tempi riuscire a trovare due lavori retribuiti in maniera infima, per non dire infame, è una fortuna non da poco, significa spostare in avanti di qualche mese il momento dell’inevitabile sfratto. E non è il caso di stare a sottilizzare sul fatto che non sia possibile svolgere due lavori a tempo pieno nell’arco di una giornata, se uno si organizza è possibilissimo, e il fatto che ciascuno dei due lavori a tempo pieno sia retribuito part-time è un ottimo incentivo per un’organizzazione impeccabile. Di solito non durano più di qualche mese, è vero. Ma tanto neanche il lavoratore.

Non mi lamento affatto. No, è solo per spiegare il perché di qualche comportamento che potrebbe risultare inconsueto. E non mi riferisco tanto al buttare il filtro del tè dopo aver ficcato nella tazza la bustina di carta, quanto piuttosto all’addormentarmi nel corso di conversazioni telefoniche e svegliarmi di soprassalto perché dall’altra parte qualcuno mi fa notare che forse non stavo seguendo, visto che pare abbia risposto “c’è Pinta sulla torta” a un invito a cena con delitto. O al contribuire in maniera significativa alla ridefinizione del concetto di “poco urgente” (devo farlo gratis? non è urgente; devo farlo gratis ma sei un dio del sesso? sarà pronto in settimana, tempo di spelarmi tutte e due le gambe. no, non è irsutismo, è che ho le gambe lunghe, il tempo per spelarne due insieme non ce l’ho; devo farlo gratis ma in cambio mi porti a mangiare giapponese? due ore e sarà nella tua casella dell’elettroposta). E’ solo per scusarmi per le corrispondenze rallentate, per le assenze prolungate, per quelle che sembrerebbero istanze conclamate di menefreghismo, ma non lo sono.

Di solito.

Quello che devo fare.

Sono Roald Amundsen che striscia verso il Polo Sud, sono Armaduk, sono il Troia FC contro l’Achei Associazione Oligarchica.

Sono una cretina che fissa l’orologio appeso all’angolo della farmacia e non capisce se 23:10 è l’ora o la data.

Sono quella che domattina pubblicherà il seguente annuncio: cercasi palo professionista per rapina alla banca del tempo.

Ma che per ora cerca di non precipitare da ponte Vittorio con tutta la bici e – per il potere di Ninetto Davoli! – striscia verso casa fischiettando “Stancheça, per favore vãi via”.

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2 thoughts on “[lavorare stanca]

  1. Thunderblue ha detto:

    No, no. Non essermi imprecisa. Zozza. Appiccicosa. Incrostata. Paciosa. E. Inoffensiva. Senti come suona meglio?

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