[two o’clock in the morning]

Due meno venti di notte.
Direi che basta.
Per essere una che non sa contare, anche oggi ho dato i numeri a sufficienza.

(sì, lo so che tecnicamente sarebbe ieri, ma alla sola idea che un’altra giornata da vietcong sia appena iniziata senza che sia ancora finita quella precedente mi sparo in un ginocchio)

(e no, non ho la forza di difendermi, se qualcuno vuole aprire un dibattito su quella trappola maledetta che è l’espressione “senza soluzione di continuità” sono pronta a soccombere a mani basse)

Chissà cos’è che spinge tutte queste persone così diverse a pensare che io ne capisca di numeri. Due ore di matematica alla settimana per tutto il liceo, potete immaginarvi la difficoltà del programma: beh, son riuscita lo stesso a portarmela un anno a settembre. Davanti alle divisioni a tre cifre mi gasparrizzo. Le tabelline le so fino a metà di quella del sette, che per una donna è già troppo. Le incognite sono un gruppo di vocalist acid jazz. In assenza di un pallottoliere, conto sulle dita senza vergogna. Finite le dita, finito il conto. E non fatemi dire che ben altro tipo di pallottoliere avrebbe il potere di rilassarmi, ora come ora, che mi viene da sorridere e mi crolla il personaggio scazzato.

Mi raccatto alla meno peggio e mi trascino via da questo posto scomodo dove da dieci giorni passo i giorni e le notti, chiedendomi a che pro pagare l’affitto di una casa in cui dall’inizio dell’anno avrò trascorso sì e no trenta ore. Maledette scadenze. Dieci minuti consecutivi di pausa in orario urbano sono un lusso fuori portata. Conto sulla comprensione dei miei amici più cari affinché non mi levino ancora il saluto. Grogu mi ha fatto scrivere dal suo avvocato. Non sento un notiziario da giorni, l’ultima volta che son passata davanti a una tv c’era Alfano che sparava cazzate sulle unioni civili, quindi forse era il 2002. Non mi ammalo solo perché non ho il tempo di rispondere alle telefonate di mia madre.

Lancio in aria un calcolatore tascabile di probabilità per stabilire se ci arriverò, a casa, o la finirò a dormire in macchina esattamente a metà strada, nel punto più strategicamente nefasto dell’intero percorso. Perchè io non ce l’ho la forza di fare benzina. E non ho voglia di finire sul giornale come quella che ha dato fuoco al quartiere europeo perchè si è addormentata con la pompa in mano.
Che grazie a dio non mi è mai successo, e per cortesia datevi un contegno.

Avvìomi con guida sportiva.

Sportiva, sì.

Tressette col morto, adesso mi vorrete far credere che non è disciplina olimpica. Cazzo lo pagate a fare Sky Sport se poi non guardate le cose importanti.

Il morto, neanche a dirlo. Mi manca solo il cartellino all’alluce.

Immediatamente percepisco un lamento. Controllo dietro, alle volte Amaranta non sia stata eletta domicilio da qualche ubriaco amante delle maison de charme. Nessuno, eppure il lamento non solo persiste, ma cresce e si modula. Ad un’analisi più approfondita si direbbe il Pulcino Pio che fa i gargarismi col sugo alla pescatora e una zampa presa in una tagliola, quindi ne deduco si tratti di Gigi D’Alessio che fa scempio di “Imagine”. Convoglio i fumi delle ultime energie nell’indice della mano destra. Faccela, Sider. Cambia stazione. Te lo devi. Foss’anche l’ultima cosa che fai in vita tua, non puoi schiattare su questo schifo.

Facciocela. Lascio Yoko e la Tatangelo a litigarsi i diritti nel fango e mi dedico a questioni più urgenti. Tipo:

a)   la radio ora produce suoni tormentati che lasciano intendere una certa propensione da parte del Vate di Correggio per l’accoppiamento selvaggio col bue muschiato. La dottoressa Pollera mi corregga se sbaglio, comunque sempre di bovini si tratta;

b)   un signore richiama la mia attenzione dal bordo della strada. Stivali alti mediamente fetish. Pantaloni neri attillati. Tutto molto bello, gioia, ma se alla fine non osi il petto nudo e il boa come speri di sfondare? Vuoi davvero passare le tue notti sul ciglio di una strada ad adescare automobilisti? Non sono neanche le cinque del mattino, nè il tuo compare è abbigliato come un capo Sioux.

Eppure sì, sembra che gli piaccia. Agita la paletta in un modo che dà da pensare cose, cose tipo che quand’era ragazzino, a casa sua il Postal Market arrivasse senza le pagine dell’intimo, e che quello che sa sul bricolage l’abbia imparato guardando più gli sbandieratori al palio di Siena che la sezione selfie di Youporn. Sto per scendere dalla macchina e chiedergli se fa anche addii al nubilato, quando lo sciocco rovina tutto come un Peter Devine qualunque e punta la torcia verso uno dei miei punti più intimi.

E no.

Voglio dire, con uno sconosciuto, senza una parola, banzai, però un minimo di savoir faire. Uno straccio di taglio di luce, uno sguardo d’intesa, un vedo-non vedo. Poi sì, il sapore del rischio, avoja, vuoi mettere come rende tutto più piccante, il rischio teschio senza vischio, però ecco, alcune cose son troppo preziose perchè si consumino in macchina così, esposte, che poi “esposto” è un verbo che si addice a un omero fratturato, mica a. Non scherziamo.

Io alle mie cose più care ci tengo. Questa, in particolare, da quando ce l’ho la porto sempre con me.

In una busta.

In borsa.

Insieme a tre o quattrocento bollette scadute, rate del condominio ignorate, estratti conto da Saturday Night Live dei polli e toh, il numero di telefono di Assurbanipal, lo cercavo da mesi.

Si tratta solo di spiegare la situazione all’appuntato Baryshnikov.

Alle due di notte.

Con la faccia rassicurante di una di cui Belfagor va in giro dicendo “è un tipo”.

Sto per inginocchiarmi, scoppiare a piangere e promettere di non abbandonare mai più Carrie Fisher sull’altare se non mi multa, quando dal buio sbuca il collega.

Mi guarda.

Nonostante l’attività cerebrale ridotta a zero lo riconosco: è il dirigente addetto all’arbitro della mia gara di domenica. Quella del n°2 femmina compensato dal negro.

Mi legge la disperazione negli occhi.

Sorride.

Si avvicina.

–       Buonasera, commissario.

Moses Pendleton sospende la ricerca del tagliando perduto.

–       Ah, ma è una ..?

Mi guarda perplesso. L’aspetto da socia der Monnezza ce l’ho tutto.

–       A casa che è tardi, allora, buonanotte.

Vado a casa, che è tardi.

Pensando che dev’essere dura la vita dell’infiltrato nei carabinieri.

Annunci

One thought on “[two o’clock in the morning]

  1. Thunderblue ha detto:

    Ecco, brava, vai a casa. Però poi torna qui

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...