[we are family – extended version]

–          Ciao, sei a casa?

Se ci badate, quando guardate i documentari sui coccodrilli, noterete che ce n’è sempre uno sullo sfondo che pare trovarsi lì per puro caso. Uno anziano, canuto, con l’aria di chi ha fatto il proprio tempo e ormai aspetta serenamente la sua ora facendo la calza e guardando con indulgenza gli esemplari più giovani sbocconcellare turisti incauti aromatizzati all’Autan.

È il più pericoloso di tutti.

Ed è mia madre.

Ci eravamo sentite la sera prima. Dopo venti minuti di aggiornamento clinico intervallato da grandi “uhm” di partecipazione, ho fatto la cazzata. L’ho messa in vivavoce. Per strano che possa sembrare, ero in ritardo, e ho ritenuto che vestirmi usando tutte e due le mani potesse non solo accelerare le operazioni, ma anche evitarmi di essere scambiata per la testimonial di Pitti Immagine Profugo.

Ovviamente la cazzata non è stato farlo, ma dirglielo. L’ha presa benissimo.

– No, no, figurati, vai pure, non voglio mica annoiarti se hai cose più importanti da fare che ascoltare la tua povera madre malata. Ti lascio ai tuoi impegni mondani. Io ora registro un videomessaggio per Studio aperto e poi apro il gas. Divertiti, eh.

Il venerdì 17 non ha levato le mani di tasca fino all’alba, per sicurezza.

Fatto sta che sentirla di nuovo dopo meno di ventiquattr’ore è un ottimo segno, se siete i quattro cavalieri dell’apocalisse e vi piacerebbe sbrigare il lavoro in tempo per farvi una pizza fuori con gli amici, visto che è sabato.

–          Sì, sono a casa.

Sono a casa e sono un’idiota. Essere andata a dormire alle quattro e mezza non è un’attenuante.

(anvedi ‘sta smutandata, diranno i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Per la precisione, il bordo della cassapanca che sta in testa al mio letto, quello sul quale dò craniate a ripetizione – a volte anche di piacere, lo ammetto: immaginate la sensualità del rituale dell’accoppiamento del facocero, il clou dell’azione, un crescendo di grugniti, grufolii e giravolte spaziali, e improvvisamente un sonoro STOCK! di cui nessuno si cura fino a che il parossismo di passione si placa e l’unico turgore residuo è quello del bernoccolo sulla mia nuca.

Ma non era di questo che stavamo parlando.

Stavamo parlando del fatto che da una ventina di giorni Grogu si crede una sveglia. Puntuale come un orologio atomico, alle 04.55 lei suona. Tutte. Le. Sante. Notti. E io la finisco a battere i quarti sul bordo della cassapanca dalla disperazione. Non c’è verso di disinnescarla. Lo snooze non le funziona. Ho provato a resettarla, niente. Spegnerla contro il muro come una normalissima sveglia pare brutto. Perciò l’altra notte ho deciso che sarei rimasta sveglia per non farmi svegliare. Non chiedetemi cos’ho detto, però ha funzionato. Ne ho solo risentito un po’ in lucidità e tempi di reazione, per cui Madre mi fa una domanda appena sveglia e io – in barba a qualunque istinto di sopravvivenza – rispondo la verità)

Una perfetta idiota, quindi.

Nessuna domanda di mia madre è mai innocente, oziosa o casuale.

Nessuna.

Mai.

Se la conosci, inventi una risposta che nulla abbia a che fare con la realtà.

Se la conosci, non ti uccide.

Ma non faccio in tempo a preoccuparmi della visita imprevista di un coccodrillo. Basta cazzate, stavolta è seria.

– Tuo fratello si è fatto male al lavoro. Non sappiamo ancora niente, solo che lo stanno portando al Marino. Stiamo andando lì.

Il peggior déjà-vu del mondo. Qualcuno avvisa qualcun altro che qualcun altro ancora si è fatto male. Qualcun altro si precipita in ospedale senza sapere niente, tantomeno che è troppo tardi. Pelle d’oca a mille, capelli dritti. In tre minuti sono al pronto soccorso che paio un pesce istrice.

Lì, lamenti, lacrime, imprecazioni. Gente incazzata, rassegnata e depressa. Praticamente la curva sud di San Siro. Di Zippo, nessuna traccia.

Non so se ve l’ho già detto, ma Zippo è fratello unico. Da piccolo lo definivano “un bambino vivace e cagionevole di salute”. In effetti di malanni se ne cagionava parecchi, tipo quella volta che decise che pestare con un batticarne sul vetro della finestra era un gioco furbo.

Sì, a casa nostra mio fratello è quello normale.

Quella volta lì il vetro doveva essere difettoso, perché si ruppe; il bambino vivace se la cavò con una scheggia affilata ma intelligente quanto lui, sei punti e una cicatrice due millimetri sopra le vene del polso.

Ora, è vero che la mia esperienza come educatrice si limita a far avvicinare al debito pubblico del Pongo Belga la quota che Cognata devolve mensilmente in tinture per mascherare i capelli bianchi che le faccio venire giocando con Nipote alla piccola pusher. Però se un bambino tende a cagionarsi problemi di salute di questo tipo, persino il metodo Montessori prevede che possa essere curato a papagni dietro le orecchie. Ecco, Zippo di papagni dietro le orecchie non ne ha preso abbastanza, quindi potete capire con quale spirito – déjà-vu a parte – mi appresti a chiedere di lui in un pronto soccorso. E poi è una questione di responsabilità, sono la sorella maggiore, non intendo sottrarmi alle mie. Se c’è da smontarlo, lo faccio con le mie mani.

Dopo tre giri a vuoto dell’ospedale, un piede infilato nella porta del triage e la minaccia da parte della guardia giurata di spararmi se non mi placo, non l’ho ancora trovato. Sono sempre un pesce istrice, solo ora grosso quanto un mammuth.

Finalmente becco un tipo dell’ambulanza che l’ha portato lì. Niente di che, mi spiega, ha cercato di colpire di testa un bancale senza riuscire a mandarlo in rete, e poi il compagno del bancale, vedendolo smarcato in area, gli è crollato addosso. L’arbitro interrompe il gioco, assegna il rigore e fa entrare i barellieri.

Capisco subito che qualcosa non torna, Zippo sul lavoro è sempre stato attentissimo. Nel frattempo si affaccia un’infermiera. “È cosciente”, mi dice. “Se vuole può vederlo”. Son talmente inquieta che evito di risponderle che se è cosciente dev’essere il fratello di qualcun altro.

– Ciao fratellino.

– Ciao sorellona.

Ho un’amica dentista che sulle carie ci campa una figlia e due cani. Credo che il paradiso lo immagini così. Ma la verità è un’altra.

– Brutto stronzo.

– Hai un taglio in faccia.

Convenevoli, spunta come: fatto.

– Prima che arrivino mamma e papà, dimmi la verità. Perché l’hai fatto?

– Fatto cosa? È stato un incidente.

– E io sono Madre Teresa di Calcutta.

Si guarda le mani. La sinistra. Quella dove porta la fede. Stringe le labbra .

– Ma scusa, non avete una rosticceria affianco a casa?

– Tu non capisci. Lei è convinta di essere brava. Martedì…

La voce gli trema. Fissa un angolo del soffitto per un istante che pare eterno, poi manda giù il magone e riprende.

–          Martedì ha rifatto il polpettone. In crosta.

Devo sedermi. Da una radio in astanteria, Renato Zero attacca dolente “Il polpettone va avanti da sè”.

– Mercoledì l’ho usato per stuccare una crepa. Giovedì ci ho concimato il radicchio che, vabbè, s’è seccato, venerdì ne ho dato una fetta al vicino che andava a pesca e aveva finito il trimuligione, ma ce n’è ancora. Mi son detto basta, la faccio finita

– Finita cosa? Ohi, figlio mio, che brutta cera che hai.

Zippo cerca le chiavi in tasca dimenticandosi che non è stato lui a guidare l’ambulanza.

Per un numero imprecisato di ore aspettiamo che gli facciano la Tac. Nostra madre ci intrattiene raccontando di come suo padre sia morto di emorragia cerebrale un mese dopo un colpo preso in galleria, “proprio nello stesso punto dove l’hai preso tu, eh”.

Scopro che al bar del Marino il Cucciolone è al gusto zabaione, cioccolato e speck, non male. Ascoltiamo le partite dalla radiolina della guardia. Mamma ha una parola buona per tutti, un ragazzo con un taglio superficiale alla mano, dopo il suo conforto non richiesto, esce e si butta sotto un camion. Alla fine Zippo viene portato su e risceso dopo un altro paio d’ore insieme a sette radiografie, di cui una non sua.

–          Non ti sei rotto niente?

Mamma, con un filo di delusione.

–          Solo le palle.

Zippo è il figlio ammodo, quello che ha messo su famiglia nella grazia del Signore e ha prodotto Nipote, quindi qualunque cosa gli esca dalla bocca è buona e giusta. Io, se provo a dire “cacca”, mi becco uno shrapnel in mezzo agli occhi. Nel frattempo è arrivata anche Cognata, che subito s’informa sulle questioni vitali.

–          Ora che arriva a casa può mangiare, vero?

Zippo salta in braccio al medico, mezzo metro più basso di lui, creando un elegante effetto jabot.

–          Giusto qualcosa di leggero, signora. Riso in bianco, brodo, cose così.

–          Ma non gli basta, deve ristabilirsi! Ci vuole qualcosa di più sostanzioso!

Lo jabot, nessuno ci aveva fatto caso, ma è scorsoio.

–          Suo marito ha subito un brutto trauma, signora, se l’è cavata per il rotto della cuffia. Non deve affaticarsi, neanche dal punto di vista digestivo.

Cognata lo guarda con la riconoscenza di colei a cui hai infilato una blatta nelle mutande.

–          Quindi fra quanto potrà riprendere con un’alimentazione normale?

Il medico sbircia Zippo con la coda dell’occhio.

– Direi almeno una settimAaah! Una setti…cemia da cibo pesante potrebbe essergli fatale, nel suo stato, temo che a certi piatti dovrà rinunciare per sempre.

Zippo solleva lo scarpone antinfortunio dai calli del dottore.
Cognata telefona alla madre, in lacrime.
Mamma augura buona fortuna a chi è ancora in fila al triage.
Il pesce istrice sente gli aculei rientrare.
Leva i plum cake di Cognata che usa come fermo per le ruote della macchina e se ne va a casa a farsi una doccia bollente per scacciare l’ultimo brivido.

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8 thoughts on “[we are family – extended version]

  1. Thunderblue ha detto:

    Quindi, tutto sommato, ho pescato la migliore cuoca della famiglia. Per fortuna.

  2. Thunderblue ha detto:

    Ma indove sei? Debbo venirti a prendere?

  3. Thunderblue ha detto:

    Per citare il poeta: abito sempre qui da me, in questa stessa strada che non sai mai se c’è (e tu a me no?)

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