[tits and chips]

Passi per le mutande, che sono creature mitologiche.

Tipo gli unicorni, ma non propr…

Cioè, il corno non si inf..

Voglio dir…

No, asp…

Ferm…

Fatemi parl…

AAAAAAAAAAAALT!

Pappalardo vostro senza ritorno.

Le mutande. Le abbiamo sempre ignorate alla stragrande, perché dovremmo iniziare a preoccuparcene ora?

Il record olimpico pertinente, lancio della, è già detenuto dalla nazionale di Villa Balorda, sia nella specialità indoor che in quella outdoor.

I tempi impongono al massimo un cauto ottimismo, tirarle per aria in segno di giubilo si configura come gesto sconsiderato.

(quindi da realizzare immediatamente, ma questo è un altro discorso*).

Mutande.

Basta con la vostra ingerenza nella sovranità delle nostre pudenda.

Mutande.

M’avete provocato, e io me ve magno.

(no, grazie, il cappello mi rende nervoso)

Mutande.

C’è chi dice siate come le password, e infatti tiene la stessa da quando ancora schiacciava la barra del Vic20.

Mutande.

L’ultima volta che mi son resa conto che forse era il caso di riassortire il mio parco medesime sono entrata in un mutandificio sovrappensiero, senza rendermi conto che era la terza domenica di dicembre. Ho comprato queste:

[immagine di mutande improbabili che verrà caricata appena arrivo su un fisso]

solo perchè ho pensato che soffocarmi cacciandomele in gola sarebbe stato più pietoso che morire di stenti aspettando di uscire da quell’incubo che neanche Bosch dopo la peperonata di mezzanotte, quello che alcuni ottimisti beoti si ostinano a chiamare col termine improprio di “parcheggio”.

Mutande.

Servite solo per una cosa.

E difficilmente penso a scrivere, mentre succede.

Reggiseni.

Voi sì che siete gente seria.

Il mio modello ideale è in forma di mano, possibilmente doppia, avvolgente e attaccata a una solida struttura portante. Non ho particolari preferenze tra il tipo a sostegno frontale, meglio se dal basso, e quello invisibile che sbuca da dietro e si chiude sul collo. O meglio, ne ho, son sicura, è solo che per certe cose ho una memoria pessima, e c’è un solo modo per rispolverarmela.

L’unico problema è che accade talvolta che questa soluzione reggisenica non sia praticabile. Non parlo di quando capita di correre appresso all’autobus, in quel caso basta sincronizzarsi, che ci vuole, hop hop, è come il bob a due, solo con una o in più. No, è che magari sei in riunione, o a un colloquio di lavoro, o stai tenendo una lezione a giovani virgulti, e improvvisamente li vedi distratti. Non è che puoi interrompere tutto e chiedere “Mi si vede il reggiseno?”, anche se il reggiseno in questione è lì dietro serio e compunto, concentrato nella sua missione, senza dare minimamente nell’occhio, al limite una pausa ogni tanto per un sorso d’acqua.

Che poi, tutta questa attenzione per una parte del corpo la cui unica funzione è quella di scacciapensieri. Funzione nobile, eh, per carità. Ho visto pensieri allontanarsi alla velocità del suono e disperdersi al largo dei bastioni di Orione financo dalle menti più eccelse, in presenza di quelle due cose buffe e morbide sospese alle clavicole. Gente che fa tutt’altro mestiere scoprirsi una vocazione innata come impastatore/trice, senza riuscire ad arrivare mai al punto in cui la ricetta dice “quando l’impasto comincerà a staccarvisi dalle mani”. Persone con una cultura anatomica solida e incontestabile parlarti guardandoti negli occhi ai lati dello sterno.

Manco fossero due erogatori di margarita alla spina. Per quanto l’happy hour sia garantita ugualmente.

Comunque a queste due robe che viaggiano con me come bagaglio a mano ci sono affezionata. Certe sere ci ritroviamo intorno a un tavolo, davanti a una bella doppio malto corposa, io, loro e la forza di gravità. Quella, con le orecchie basse e l’aria impotente, borbotta che non lo fa apposta, e noialtre fingiamo di crederle. Poi le mandiamo il conto. Delle birre e del reparto corsetteria, e ogni volta quella va a pagare brontolando che le costerebbe meno mandare una sonda a spostare l’orbita del satellite dell’ammmore per farcele star su come a vent’anni.

Ha ragione.

(Il dottor Divago in astanteria, ripeto, il dottor Divago in astanteria)

La fredda cronaca.

Non è stato un gesto compensativo. La mia passione per lo shopping è seconda solo a quella per gli inviti a pranzo di mia cognata. La morte per impiccagione è al terzo posto nella mia lista dei passatempi preferiti, per dire.

Ero reduce da una mattinata ai confini della realtà, ma – giuro – non sono entrata nel negozio in preda a impulso riparatore. Non dico “possino cecamme” perchè non mi pare corretto nei confronti del cane-guida.

No, sono entrata mossa dalla necessità. Tutto questo usare i reggiseni come bavaglio per i detrattori della mia ars gastronomica è logorante. Per i reggiseni. D’altra parte, le museruole per terranova le fanno solo in colori chiari, e a me i colori chiari mi sbattono.

Quindi, giocoforza, mi prendo un pomeriggio libero ed entro.

Son lì da circa due ore che annaspo fra quelli papabili quando dalle mie spalle, su un espositore, si proietta un’ombra.

– Posso aiutarla?

– Bghfazsgnaplafurlv.

La signora mi leva gentilmente di dosso tre quintali di pizzi e ferretti e mi aiuta a riemergere nel mondo dei suoni intelligibili. Un occhio le si illumina di rosso. Mi scansiona il busto, controlla le misure dei reggiseni che ho scelto e fa un segno d’assenso.

– Se mi dice quali di questi vuole provare, glieli avvicino nel salottino di prova.

– Tutti.

Sbianca.

Non aggiungo “Sbernie” perchè ho una dignità, in qualche scatolone in cantina dai miei.

– Gliene posso far provare al massimo quattro per volta…

La voce le muore in gola.

– Sarà una lunga notte.

Mi consegna i primi quattro con le lacrime agli occhi.

Dopo dieci minuti si affaccia nel camerino con la faccia distesa di quella che è corsa a chiedere il trasferimento d’urgenza al reparto casalinghi e le hanno risposto picche.

– Come vanno?

– Male.

– Come, male? Faccia vedere.

Spalanca la tenda e si trova davanti “La misura è colma”, incazzatura su pizzo raschel in cui Picasso ritrae una femmina di stegosauro che lotta contro il lato oscuro della forza. Il seno sinistro dietro l’orecchio e quello destro in fondo al gomito esprimono mirabilmente l’inadeguatezza della natura di fronte allo strapotere dell’elastan.

– Le sta benissimo, mi creda.

A momenti mi cava un occhio col naso. Nonostante il sogno della mia vita sia essere esposta al MOMA, la convinco a portarmi i quattro successivi. Finisco per strapparne due a morsi, col terzo ci posso saltare la corda, il quarto mi vale un’offerta di lavoro presso Le Boukkake Elegant Diner Club Privé di Tangeri. Attendo con pazienza che la signora si manifesti con la terza batteria.

Attendo.

Scorrono i titoli di coda di “Ghandi”.

Attendo.

Bezuchov guarda Mosca bruciare.

Attendo.

In un angolo del camerino, quelli che inizialmente parevano pezzetti di carta si rivelano come frammenti delle ossa calcinate dal neon di chi, prima di me, ha atteso il ritorno della commessa.

Attendo.

Un movimento dietro la tenda mi sveglia di botto. Ma è solo il postino che mi consegna una cartolina che la mia pazienza mi manda dalle isole Fiji.

Smetto di attendere ed esco a passo di marcia a prendermi il resto dei reggiseni da misurare.

Rientro dopo un secondo.

Qualcosa mi dice che le politiche aziendali del noto, spocchiosissimo magazzino potrebbero non gradire che i clienti circolino seminudi per il piano dell’intimo.

Houston.

Da animale poco avvezzo allo shopping, ho scelto l’abbigliamento meno adatto a un’alternanza rapida metti-togli-metti. La sola idea di rivestirmi per poi rispogliarmi mi fa venire voglia di fare harakiri con una gruccia. D’altra parte, una scarsa propensione silviopellica mi induce a evitare di finire i miei giorni in quel camerino, nonostante la superficie calpestabile sia superiore a quella di casa mia.

Nel frattempo, un piacente trentaqualcosenne vaga per il reparto cercando nella visione dei perizoma qualcosa che lo trattenga dal tagliarsi le vene mentre la sua fidanzata si prova sei piani di merce esposta, comprese le tovaglie, le tende, le scarpe delle commesse e gli estintori. Ed è a lui che appare in tutto il suo splendore silvestre una strana creatura spettinata, che emerge furtiva dai camerini coperta solo da un paio di collant coprenti avanzati alle Kessler, stivali e una kefia, per grazia della dea involta intorno agli obiettivi sensibili e non al collo. Intorno, lo stesso vivace viavai che segue a un’ecatombe nucleare.

– Mi scusi, ha visto la commessa?

La creatura aliena è, quantomeno, compita.

– Guh?

L’ultimo umano rimasto, ed è stato cresciuto dagli scimpanzè.

– Io amica. Mercante di copripopi-popi, dove lei?

Popi-popi fa fare contatto ai fili. Mima e onomatopeizza a sua volta per confermare.

-Tanti copripopi-popi colorati. Tu visti?

Egli si limita ad indicare, col dito e altre parti del corpo, il punto in cui la kefia non arriva a celare alla vista tutto quel che dovrebbe.

– E.T. Telefono. Popi.

Tira fuori dalla tasca la sua laurea in ingegneria nucleare e inizia a batterla sul cranio di un acaro della moquette in un crescendo straussiano.

Sono molto impressionata, ma ho una missione da compiere. Individuo il cumulo dei miei reggiseni. Ne afferro una bracciata. Nel movimento, la kefia scivola.

Ed è in quel momento che la voce di un crotalo sibila alle mie spalle:

– Carlo, cosa cazzo stai facendo?

Carlo sta facendo quello che interpreta la slide del blocco dello snodo mandibolare a un simposio di otorinolaringoiatri.

Ricompare anche la commessa, con la faccia cordiale di quella che ha chiesto il trasferimento immediato al reparto Miniere di zolfo e le hanno risposto picche.

– Cosa fa qui? Le ho detto che glieli avrei portati io!

– L’aspettativa media di vita è in crescita, ma sono già oltre la metà, signora mia.

Lo affermo con tutto il sussiego consentitomi dall’avere le chiappe al vento e una kefia intorno alle caviglie.

Ma tanto Commessa e Crotalo son distratte dallo gnomone del povero Carlo.

– Segna mezzogiorno. Sono le tre e venticinque.

– Non me ne parli, continua ad andare indietro e non ha i minuti, non le dico il casino quando devo usarlo come timer per la pasta.

Tiro su con un colpo di tacco la kefia e mi dirigo verso il camerino strisciando lungo le pareti. Solo che questa stanza non ne ha più, al loro posto alberi infiniti e piantagioni di espositori, un gancio dei quali mi si conficca sotto una scapola. Non è il dolore, a farmi scivolare di mano i reggiseni con cui mi coprivo, è la forza con cui invoco san Patroclo vergine e sindaco.

Il tenero Carlo fa cavallerescamente per raccoglierli, ma viene congelato da un urlo.

– SITZ!

Chen e l’occidente intero scappano uggiolando.

Lui muove solo gli occhi. Non ci sono finestre da cui buttarsi.

Un, due, tre stella ci fa un sontuoso pippone: quello bloccato a metà dal colpo della strega, io sansebastianizzata ma senza l’allure da icona gay, Commessa, il cui marito si scopre chiamarsi Lot.

Crotalo afferra il fidanzato per le orecchie e lo trasporta via come un’urna cineraria, dando così un senso nuovo all’espressione “le mie orecchie non sono maniglie”.

Due ore dopo, trascorse per lo più a maledire la non univocità delle modellature, gli incroci magici, i cedimenti strutturali, il destino cinico e baro che fa levare dalla produzione tutto quello che mi va a perfezione, dalla Desirée Algida alla Simone Pèrele, e il comune, fottutissimo senso del pudore, quando sto seriamente pensando di legarmi sul petto due orologi a cucù e risolverla così, da un cumulo di cadaveri, emerge un vincitore.

Non credo ai miei quattro cupi occhi.

– Ah, è l’unico non in saldi. Reni o cornee?

Se rinasco.

Oh, ma se rinasco.

L’omologazione è il male ma, se rinasco, giuro che chiedo due tette di misura standard.

Sarò l’unico scarabeo stercorario con una banalissima terza non differenziata e la tessera fedeltà di Tezenis, e sarò felice.

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