[the sider identity]

Scena: piscina, interno giorno.

Una specie di nido di cicogne su gambe, con ancora il segno del cuscino in faccia, entra nello spogliatoio e resta dieci minuti con una scarpa in mano a fissare un manufatto alieno cupoliforme cercando di ricordarsi cosa bisogna farne.

 

Nel frattempo, due ragazze, evidentemente nuove del posto, cercano una presa per l’asciugacapelli.

Illuse.

 

– È lì, la vedi? Affianco all’ultimo armadietto.

– Ma non va!

– Come, non va?

– Non c’è corrente.

– Che strano…non dirmi che questi puzzoni la tolgono per obbligarti a usare i loro a gettone.

– Ma dai, che miseri…ma ci dev’essere un’altra presa, chiedilo a quella ragazza.

 

Mi guardo intorno, ma ci son solo io, a cui persino il Numero Uno cederebbe il passo urlando “fate passare la vecchia”.

 

– Ma è straniera!

 

Oddio, penso, ci hanno finalmente annesso alla Finlandia mentre dormivo. Chissà come si dice aglio in lappone.

 

– E chiediglielo in inglese!

 

Apro bocca per dire che no, se parlano lentamente l’italiano lo capisco, rispondere magari lo faccio in assiro che lo padroneggio meglio, quando colgo il mio riflesso nello specchio.

 

Gesùgiuseppesantannaemaria.

 

Canadese federale nera. 

Stivaletto nero al piede sinistro, calzino rosa (?) con margherite colorate (???) al destro (con chi cacchio sono andata a letto, ieri notte, con Peppa Pig? Devo smetterla di bere azoto liquido durante le partite, poi la mattina dopo non son neanche capace di riconoscere la mia roba e mi infilo la prima cosa he trovo). 

K-way nero (non piove, ma sai mai. Il servizio meteo è offerto da: Ignazio PeeeEeeeEeerraaaa). 

Ma soprattutto.

Non un Fernet Branca, no, per quanto fior di nutrizionisti lo includano di diritto nella colazione dei campioni.

Soprattutto.

Nel senso che sopra a tutta questa mise ripresa para para dalla copertina dell’ultimo numero di Vogue Cassonèt, che non si dica che quindici anni a lavorare nel rutilante mondo della moda abbiano fatto di me una fashion victim, sopra a tutto questo figura un’acconciatura che si spalanca la porta e Pierre Littbarski in persona, con ancora indosso gli scarpini e la maglia della nazionale sudata ai mondiali dell”82, viene a depositarmi un bacio in fronte dicendo “Ich bin so fier von dir, Saumensch”.

 

– Sorry, do you know where I can take the…come si dice corrente?

-Current.

– …where I can take the current?

 

L’accento di Shankill Road, la parte alta di Shankill Road, quasi all’incrocio con la provinciale per Catanzaro Lido, non aiuta.

Affatto.

Resto talmente basita che rispondo in inglese come un cucciolo di Pavlov.

 

– Ah. Tank you. Hai visto che avevo ragione, ‘sti miserabili tolgono la corrente dalle prese apposta. They are miserable – aggiunge educatamente per non farmi sentire esclusa dall’invettiva – Italy is a shit. Everything is a shit. 

– Però gli armadietti per i caschi ce li hanno.

– Eh?

– Il casco. Non lo vedi com’è vestita, ‘sti tedeschi girano sempre in moto, però il casco non ce l’ha, ci devono essere gli armadietti apposta.

 

(1-0 per Watson)

 

Mentre finisco di cambiarmi mi arrivano flashback di una barca. Un peschereccio. Una cassetta di sicurezza. Una stanza senza finestre. 

Un casco.

Che poi il casco, a ben vedere, è superato.

Un po’ come i becchi e i bigodini, fa tanto anni Ottanta e rovina i capelli.

 

Sigla.

 

 

 

 

 

 

 

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