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Sentirsi cogliona.

Succede.

Al momento di uscire, stranamente in ritardo, mi accorgo che il vento non è mica sceso.

Non che sia poi così forte da rendere una pedalata di 15 chilometri impossibile, per carità, se ne son viste di peggio. Altrochè se se ne son viste di peggio.

È solo che.

È solo.

È solo che una si sente cogliona.

Ma cogliona forte, perché non è che sia così cretina da non saperlo, che il modo migliore per far passare quel vago, vaghissimo senso di inadeguatezza, non è sbattersi il muso a forza contro qualcosa che porta a considerare attendibile l’ipotesi di essere inadeguata del tutto. Lo sai, non sei mica scema. E te lo sarai ripetuto una dozzina di volte, nel corso della serata.

Ma ognuno ha i suoi talenti. Il mio è quello di organizzare sorprese che fanno brillare sorrisi da sessanta megatoni, preparare una pasta ai quattro formaggi da urlo e farsi venire le crisi di insicurezza quando tutto e tutti quelli a cui tieni di più sembrano dire esattamente il contrario.

Cogliona l’ho già detto?

No, non c’entra niente, il vento. E nemmeno la bici, né il posto in cui dovevo andare o quello che avrei dovuto fare.

(me ne sono appena ricordata un altro, di talento. Riguardo al quale posso solo andare sulla fiducia, visto che non posso verificarlo su me stessa. Ma diciamo che mi si dà qualche elemento per fidarmi)

(sorrido mio malgrado. coglionissima)

Sbatto tra casa e terrazzo come una mosca in un bicchiere. Una mosca che non va da nessuna parte, non decolla, zavorrata da un carico di banalità pari al triplo del suo peso. Che sembra poco, ma per una mosca c’è il tanto sufficiente per starsi sul cazzo da sola.

(umile, mosca. obiettiva. essere obiettiva è una cosa che sai fare. renditi conto che l’entusiasmo non basta per tirar fuori qualcosa di interessante, e che se tutto quello che riesci a produrre supera di poco il livello di mediocrità che tu stessa non vorresti mai ritrovarti a leggere o a sentire, è il caso di capire che è meglio star zitta e lasciare almeno il dubbio di non essere un oggetto del tutto insulso)

E poi vien fuori che Atletico-Barça la danno in chiaro.

Cogliona sì, ma fino a un certo punto. La vita è fatta di priorità.

In campo sembra lo sappiano tutti che devono acchiappare al lazo la tua attenzione e tenerla fissa su quel cazzo di pallone per non farla tornare lì dove non ci fa niente. Ci impiegano quasi settantacinque minuti, ma ce la fanno. Diventa una questione personale tra te, che ti senti incollata addosso un’inadeguatissima maglia a strisce che non ti rappresenta, e Neymar, il quale si presta cortesemente a impersonare il motivo principale per cui ti senti così (cogliona, nel caso a qualcuno fosse sfuggito), quello che ti fa alzare le mani con un moto di ammirazione sincera, rendere a malincuore, pesantemente a malincuore, l’onore delle armi e dire ok, io non ci arrivo, resto qui a giocare nel mio campetto spelacchiato solo per il gusto di, senza nessuna pretesa, solo perché non potrei farne a meno neanche volendo, e me ne faccio una ragione.

E poi i colchoneros vincono.

Succede anche questo.

E “farsene una ragione” è un’espressione che mi ha sempre fatto girare le palle.

Succede che questa cosa un po’ ti stranisce. Ok che è l’Atletico Madrid, mica il Real Roccacannuccia B, però ti stranisce. Come se ti si piazzasse davanti R. Lee Ermey a ringhiarti in faccia “Ok, abbiamo scherzato, adesso porta quel culo al di là dell’ostacolo, Palla di Sider! Se Dio te lo voleva far superare senza sforzi, ti miracolava e ti faceva spuntare le ali al culo!” e una grossa mano brobdignacca calasse dall’alto a ripristinare l’ordine in un ingranaggio inceppato.

Intanto il vento non se ne da per inteso.

Decidere in fretta: optare per una salutare (papparaparapapparaparapà!) boccata d’aria, saltare in groppa ad Amaranta, catapultarsi in centro facendo polpette dei limiti di velocità e della barriera del suono, cercare parcheggio per mezz’ora, non trovarlo, chiedere educatamente a San Vercingetorige vigile e martire di polverizzare due Smart per far posto, ottenere un cortese ma fermo rifiuto farcito di “t’attacchi” e “uscivi prima”, andare a prendere in ostaggio il cane di San Vercingetorige vigile e martire, scoprire che non ce l’ha, regalarglielo, aspettare che ci s’affezioni, sequestrarglielo, modellare del das in forma di orecchio canino mozzato, al momento di imbustarlo anonimamente rendersi conto che è venuto unammerda, disfarlo, impastare altro das in forma di dito mozzato, inviarlo, ricevere una telefonata da San Vercingetorige vigile e martire incazzatissimo che ti diffida dal ridurre così anche l’altro orecchio del suo cane MA sortire l’effetto desiderato e trovare improvvisamente parcheggio, precipitarsi al festival sperando di riuscire a beccare almeno l’ultima quaterna di corti e scoprire che, in barba a qualunque usanza civile, non hanno iniziato coi consueti quaranta minuti di ritardo ed è già tutto finito

oppure

stare a casa a incidere una paginetta di “cogliona” nel granito.

Scelgo la busta 1.

Come giro la chiave nel quadro, i ragni nel serbatoio si ritraggono infastiditi. Arrivo al primo distributore utile sulla scia dei fumi, e quelli della benzina son nulla in confronto ai miei quando mi accorgo che la colonnina non prende il bancomat.

Fortuna che in tasca ho cinque euro.

In monete.

Torno indietro modulando un evergreen di Masini.

La punta della freccia è ancora lì, ben conficcata. E c’è un solo modo. Harry Hole che fissa il chiodo no, è troppo figo, siamo più al livello di Tom Hanks che impazzisce dal mal di denti. La guardo con odio, la stronza di cui non sentivo il bisogno, prendo fiato e la spingo a fondo fino a farla uscire dall’altra parte.

Se non guardo la ferita va quasi bene.

Talmente bene che posso concedermi la terza sigaretta della giornata con la coscienza che sarà l’ultima, non come prima, che se avessi dato retta a me mi sarei fatta fuori un ettaro di tabacco dal nervosismo.

È presto, neanche mezzanotte. Limpido, alla facciaccia mia. Ma soprattutto presto. Il Grande Carro esattamente sulla mia testa. Castore e Polluce ai posti di manovra, scendo oltre Betelgeuse e finalmente la ritrovo, dopo giorni che arrivavo troppo tardi per riuscire a vederla. Tre stelle che riportano un sorriso leggero, inarrestabile e pieno, un sorriso che spinge lentamente l’inadeguatezza nel suo cassetto, a pedate. Sun Tzu e una cogliona un po’ meno cogliona e più altro. Perché io quello sono. Altro.

Perché se fossi qualcosa di comparabile a una qualunque altra cosa conosciuta dubito che me ne starei per cinque minuti a fissare il mio frigo mal frequentato e la risolvessi a mangiarmi un toast di pane integrale, zucchine e marmellata di pere pensando che non è neanche malaccio.

 

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