[a song of mountain and hare – episode I]

Siamo io e lui davanti a due birre.

E lui inizia a raccontare.

E quando ha finito di raccontare, in quella maniera affascinante e spaventosamente divagatoria che non è altro che l’ennesima variante della selezione naturale, quella che serve a riconoscersi fra simili e a far scappare gli altri, quelli che quando gli dei hanno consegnato le chiavi di tutti i tappeti volanti erano impegnati a far cose serie e necessarie, tipo fare la spesa e pagare le bollette, quando ha finito di raccontare, senza curarsi di perdere il filo mentre si interrompe ogni cinque minuti – esagerata. ogni tre minuti – per salutare chiunque si trovi ad attraversare la piazzetta e gli venga incontro con un sorriso amichevole – ovvero: chiunque – quando ha finito di raccontare e il suo bicchiere è vuoto senza che l’abbia mai visto prendere un sorso, a quel punto mi abbraccia e si allontana nella sera primaverile.

E io sono dei loro.

 

(c’è una cosa, però, che devo confessarvi, amici monteleprini. Non ho avuto cuore di farlo prima, vi ho costretto a subirne gli effetti senza una spiegazione. Anche se sono certa che alcuni di voi l’hanno sempre saputo.

Le parole che non vi ho detto. Cantiere, giorno 1.

A causa di un malfunzionamento della curvatura terrestre, Montelepre si ritrova ad essere piuttosto vicino a casa dei miei. Pausa pranzo. Bilancino da – uhm, diciamo orafo – alla mano, soppeso: da una parte, la possibilità di un pasto caldo scambiato, come fosse un segno di pace, con un vassoio di devozione filiale; dall’altra, panino, libro in santa pace e la certezza che mia madre è (inconfutabilità granitica dell’indicativo presente vs. traballante possibilismo del condizionale) capacissima di uscirsene con un “non ti fai mai vedere” mentre le sto ancora davanti in scala 1:1.

Vi ho mai detto quanto sono idiota?

L’ultima speranza è riposta nella tecnologia, ma il contatore geiger abbinato al sistema satellitare RDC (Rilevatore di Cognate) lampeggia verde. Non ho neanche quella scusa.

Sette/ottavi di me sono ancora sul cancello quando un lamento strazia l’aere circostante:

–          Ohi, figlia mia!!!!!

Diciotto feriti gravi, ventinove lievi, cinquantadue dispersi e novantasei richieste di risarcimento per i danni causati dalla schegge dei punti esclamativi.

Mater Suspiriorum, Mater Tenebrarum e Mater Lacrimorum, dopo un rapido consulto, decidono che non possono reggere il confronto, appendono l’orrore al chiodo e corrono a presentarsi al casting del Bagaglino. Io mi limito a farmi gelare il sangue nelle vene e a prepararmi al peggio.

–          Perché sei vestita come un muratore?

–          Ma %+@#§***, mamma!

–          OUTSIDER! Dove credi di essere, in una discarica? Asterisco e cancelletto! A tua madre!

 

Non faccio in tempo a obiettare che:

a)      asterisco e cancelletto è il minimo che mi possa scappar detto quando scopro che l’urlo agghiacciante è dovuto a mera divergenza stilistica e non al fatto di essere appena diventata orfana;

b)      che comunque, a pensarci bene, non mi sarei dovuta preoccupare più di tanto, visto che Tony Curtis, l’unico uomo la cui dipartita potrebbe suscitarle una reazione simile, è già morto;

c)       che visto che c’era poteva almeno metterci un po’ più d’impegno e farmi somigliare a Jamie Lee;

d)      che, a proposito di divergenze stilistiche, non mi frega più, l’ultima volta che le ho dato retta mi son ritrovata a girare per cinque anni con una busta del pane in testa dalla vergogna, dato che sulla mia prima carta d’identità figurava una foto al cui confronto la signorina Rottenmeier pareva Nadia Cassini;

e)      che non voglio sapere che discariche frequenta;

f)       e che in ogni caso sono abbigliata secondo l’ultimo grido di Vogue Carpenter come mio solito, roba che a Balmoral se la sognano, signora mia, se la sognano;

 

che alle mie spalle si materializza Zippo.

Zippo un dono ha ricevuto, uno solo: quello di riuscire a sputtanare ai nostri genitori qualunque faccenda che la qui presente sorella maggiore ritenga più opportuno mantenere coperta dalla massima discrezione. Qualunque.

–          È vestita come un muratore perché sta lavorando in un cantiere.

–          Ahia!

Dimenticandomi che, tolte le scarpe e tutti i mazzi di chiavi, i cacciaviti, le pile, i rotoli di scotch da pacchi, il listino dei congelatori, la livella a bolla e il bidone di Haribo gommose a forma di uova al tegamino che si porta appresso ovunque, metti mai scoppi una catastrofe nucleare e lui rimanga senza generi di prima necessità, pesa 54 chili vestito, gli tiro di riflesso un calcio nello stinco e mi faccio male io. Ma non sanguino, e le mie interiora rimangono prudentemente al loro posto, quindi non c’è nessun motivo valido che possa distrarre mia madre dal pronunciare la frase definitiva:

–          Come sarebbe, stai lavorando in un cantiere? I cantieri son posti pericolosi.

 

In sette giorni di cantiere ci è successo di tutto.

Di tutto.

Dal colore mancante (con conseguente segnalazione della sottoscritta alla Digos in qualità di individua sospetta che si aggirava intorno all’isolato del colorificio perché aveva visto una finestra lasciata semiaperta e cercava un modo per scavalcare il muro, infilarcisi dentro e recuperare la latta perduta) al superponte che ha reso complicato trovare negozi aperti e desiderosi di scambiare merci con vile denaro, prestazioni sessuali e pizze di fango del Camerun, e che ci ha costretto a dipingere 12 mq con un rullino grande quanto lo spazzolino da denti di Barbie, ma in compenso nient’affatto rullante; dalla pioggia ai funerali imprescindibili che hanno bruciato pomeriggi critici; dal tira e molla sul finanziamento dell’impresa, con tutte le rimodulazioni del caso, alla decisione di portarla a termine comunque (anarchy in Montelepre).

Non sapevo come dirvelo, amici monteleprini, da cosa dipendeva.

Non era la mia sciarpa viola.

È che mia madre ha il nome di un colore anche lei, ma evidentemente al viola gli fa un sontuoso pippone.

Ce l’abbiamo fatta, nonostante tutto, perciò sarebbe carino se, ora che lo sapete, non mi bruciaste casa durante la notte.

Anche perché le cronache delle nostre gesta sono appena iniziate)

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