[otto volante]

Otto, ce l’avete presente.
Otto passerotto, fa rima e c’è, diranno i miei piccoli lettori.
Bravi.
Non era quello.

Otto Gabos.
Quell’incosciente che si dice contento se il Cagliari dovesse giocare le partite in casa a Reggio Emilia.
(Reggio Emilia è una città pericolosissima. A parte che ci girano Menozzi e Comifab a piede libero, ma una volta hanno pure cercato di assassinarmici)

(la faccio breve: sono a Reggio Emilia per non so più che cosa. La città è piena, ma la segreteria del non so più che cosa riesce a trovarmi posto in albergo. Alla reception, al momento di darmi la chiave, un impiegato invita il collega a sistemarmi nella dépendance dei terroni, testuale. Sopraffatta dall’accoglienza calorosa – che ricambio con altrettanta cordialità regalando al concierge una stimmata mentre gli rendo sul dorso della mano la penna con cui ho appena firmato il registro – prendo possesso della mia stanza ed esco a cena.

Prima di me, in segno di benvenuto, viene servito qualunque cittadino residente, pure se sta a casa sua e aveva già preparato; poi è il turno di Isabelle Autissier. Infine, quando anche l’ultimo mozzo di Melpomene ha ricevuto un pasto caldo e un sorriso, arriva la mia cazzo di pizza. Direttamente dal Camerun.

Ci bevo su dell’ottimo olio di semi tiepido e, riposte sul piatto le posate in parallelo a segnalare all’oste che la mia visita alle bellezze turistiche del luogo può dirsi conclusa, guardo il foglietto che mi ha deposto sul tavolo. Con un filo d’imbarazzo, gli dico che sono lusingata, ma il mio cuore batte per un altro (fidanzati della Sider, c’è chi ne parla come creature mitologiche e chi sostiene non solo che siano esistiti, ma di averli pure avvistati) e fra noi non potrà mai esserci altro che una tenera e innocente amicizia, preferisco essere chiara. Lui sembra non cogliere, mi mostra un dito (l’anulare, razza di malfidati) e indica la cucina, dove riconosco uno splendido esemplare di Erignathus barbatus. Io son tradizionalista, lo sapete, cose a tre con animali non me la sento. Moderate gli attestati di stima nei confronti dei miei ex.

L’oste strofina indice e pollice nel gesto universale che sottintende un certo disprezzo nei confronti del baratto. E sì che all’epoca si pagava in lire.  No, ribadisco, neanche in cambio di denaro, la signora è un bel pezzo di pinnipede ma il mio fidanzato ancora non ha cominciato a preferire Age of empire a una giovane dea nuda che lo supplica di farla sua. A proposito di denaro, però, com’è uso e costume – son certa – anche di quelle lande, gradirei saldare il conto del mio desco, prima di accomiatarmi. L’oste mi guarda stupito. Volto il foglietto dove mi ha scritto il suo numero di telefono, peraltro senza prefisso, e lo invito a indicarmi quanto dovuto. Lui rigira il foglietto dalla parte del numero. Basisco. Gli spiego che non intendo rilevare il ristorante. Lui suggerisce che la forza propulsiva delle sue pedate possa farmi raggiungere la mia prossima destinazione, qualunque essa sia, in metà tempo, ma io preferisco privarmi dell’incandescente movida reggiana e rientrare in albergo senza indugio e sulle mie gambe.

Il calar della sera mi sorprende a domandarmi se davvero sia il caso di trasferirmi nell’accogliente cittadina. Mentre dibatto vivacemente sul tema, la quiete è rotta da un picchiare forsennato alla porta. Una porta, si badi bene, per cui non si è badato a spese: carta velina finissima, che non si dica che nella dépendance dei terroni si lesina sulla qualità.
Ora, immaginatevi uno sconosciuto che urla in corpo 72:
– GAETANO! GAETA’! LO SO CHE SEI QUI, VIENI FUORI!

Tutta la buona volontà di questo mondo, ma nemmeno in mutande e con uno spazzolino da denti schiumoso in mano riesco a passare per un qualsiasi Gaetano.

– GAETA’! VIENI FUORI, CHE TI ACCIDO!
Ma tu guarda ‘stu fetente ‘e Gaetano, un messaggio così invitante e quello che fa? Si nasconde.

Provo a comporre il numero della reception per chiedere spiegazioni.
Il telefono è muto. Collegato, ma muto.
Provo con lo 0, col 9, con tutti i numeri e le lettere dell’alfabeto.
Più muto di una d muta.
Provo a fare il 113.
Bernardo in confronto è un chiacchierone.
Comincio a innervosirmi.

– GAETA’!
Contro la mia povera porta si stanno scatenando un ariete da sfondamento a cui hanno infilato un piranha nel culo, King Kong e Godzilla nemiciamici e tutti quelli scartati alle audizioni dei Tamburi del Bronx negli ultimi vent’anni.

– ATTENZIONE! E’ ARMATO!
E John Rambo.

Voi capite che il ritrovarsi in mutande, senza poter chiedere aiuto, a fronteggiare uno sconosciuto armato e incazzato con un tipo che pensa di trovare nella vostra stanza non facilita la presenza di spirito.

Mi levo le mutande.

Nel frattempo il cacciatore di Gaetani si sposta al piano di sopra (la dépendance è strutturata come una casa di ringhiera, però fatta di oro saiwa inzuppati). M’infilo una felpa, infilo la porta e scappo verso la reception, dove un lungo, pacato e forbito dialogo col concierge finirà per produrre magicamente la chiave di una suite con vista sull’interno dello stadio)

La prossima volta che dico “la faccio breve” abusate pure di me con un gatto a nove code. O viceversa.

Otto Gabos, si diceva.
Un uomo che non ha bisogno di presentazioni. Però se capita di incontrarlo si presenta, ché mica è cafone.

Ha un blog molto interessante, e non poteva essere altrimenti, che risponde al nome di Radio Herzberg.

Su Radio Herzberg, trovate, tra le altre cose, un’operazione che si chiama “Facce da libro”. Parla di facce e di libri, e funziona così:

“Penso a un personaggio di un libro di narrativa che ho letto e lo ritraggo a matita in un blocco di carta poverissima (…). A volte, quando esistono tra le pagine descrizioni più o meno dettagliate, mi confronto, a volte le lascio da parte piegando testo e personaggio alla mia immaginazione. Non tutti i personaggi sono protagonisti, a volte sgomitano tra le seconde linee, fanno massa silenziosa o quasi nel chorus line, a volte sono solo di passaggio. Inoltre non tutti  fra quelli che sto ritraendo appartengono a libri memorabili o che mi sono piaciuti nella totalità delle loro parti. I personaggi però loro sì che mi sono piaciuti. Loro sì che nel mio piccolo pantheon di ricordi letterari occupano un posto a sedere. Avrei poi potuto postarli senza l’alleanza delle parole, ma poi mi è sembrato bello affiancare delle riflessione, schede minime, suggestioni trasversali. Poca roba, quasi un appunto di un diario, un consiglio di lettura. Un gesto leggero di condivisione. “

Potevo non appassionarmici?

No che non potevo. Fa venire voglia di leggere i libri di cui parla e che non hai letto, fa venire voglia di ritrovarsi davanti a una birra a raccontarsi di altre facce e altri libri, fa venire in mente altre storie, che forse un giorno saranno disegnate e forse no. Fa viaggiare l’immaginazione, addirittura anche oltre i confini di Reggio Emilia.

L’idea, poi, era quella di postare 365 disegni, praticamente uno al giorno per un anno. Uno di quei progetti velleitari che solo quelli nati sotto il segno dei Gemelli possono inventarsi. Perché non è mica vero che siamo inaffidabili, signori della Corte, produciamo solo molte più idee di quante il nostro chassis possa supportarne.

[the sound of silence]

Dice “che bello il treno con l’area del silenzio, finalmente puoi sparare a vista a tutti quei buzzurri che sembra che lo facciano apposta, stanno a terra e c’hanno una suoneria normale, ma ogni tanto prendono il treno solo per metterla a volume massimo, possibilmente dopo averla cambiata da un dignitoso trillo vintage alla peggio lambada di periferia. E prima di partire avvisano i parenti (per parte di padre, di madre e di fava, fino ai post-cugini il cui grado lo devi calcolare con un’equazione a tre incognite, una delle quali è la madre del fine musichiere che gli ha composto la suoneria) e tutti gli amici di Facebook di chiamarli tra le cinque e le sette che stanno sul treno”.

(A questo punto potete prendere la rubrica bisunta che tenete vicino al telefono, aprirla alla lettera H e cominciare a chiamare Mission Control)

No, perché a me quelli che si fanno chiamare apposta per rispondere che stanno sul treno mi ricorda tanto il periodo in cui i cordless muovevano i primi passi sulla terra, perlomeno su quella che calpestavo io. Caput Mundi, anno domini 1989. La mia seconda casa romana, un appartamento zona Cinecittà in coabitazione con una pazza abruzzese che chissà per quale motivo s’era messa in testa che parlare tedesco fosse ciò che le riusciva meglio nella vita, e il di lei fidanzato, un giovane paziente e di bell’aspetto, che rispondeva al nome di Rosario ma che per brevità chiameremo “il paziente calabrese”. Nota a margine: la pazza veniva da Roseto degli Abruzzi. S’è trovata un moroso di nome Rosario. Ancora oggi, se sono costretta a pensare a lei me la immagino tipo Mosé nel roseto ardente, e non costringetemi a chiosare su quello scotto, signore pietà.

Comunque. Che la tipa era pazza l’ho detto? Fidatevi. Per spiegare i sintomi ci vorrebbe un’altra ora di treno, e fra dodici minuti devo cambiare. Fatto sta che si compra ‘sto cordless. E per due mesi – due mesi – non fa altro che portarselo appresso al cesso (e fin qui) e ivi chiamare gli amici solo per il gusto di dir loro: indovina cosa sto facendo?

(dieci minuti. Mollare la pazza sul cesso che scotta, tornare in treno)

L’area del silenzio sul treno, si diceva. Quella dove, procurando di non eccedere coi decibel (minuscolo), si è legittimati a ridurre in poltiglia chiunque emetta rumori molesti, dal corpo principale o dalle periferiche.

(otto minuti)

Un surrogato di paradiso.

Anzi, di più, perché sul vagone siamo in due, la sottoscritta e una signora che sfoggia il logo Hermès pure sull’interno palpebra. Una di quella di cui non si può dire che abbia la puzza sotto il naso perché la parola “puzza” è troppo volgare per stare nella stessa frase con lei.

(cinque minuti. orcazzozza)

Vabbè, sono al settantacinquesimo palleggio dei miei bei pensieri su quanto è bello stare su un treno con gente civile che non strilla in un telefono tipo macchina della varechina quando un rumore atroce squarcia l’agognato silenzio. Un rumore tipo lamiera che si accartoccia, tipo cartilagini tritate, tipo mucillagini maciullate. Non esattamente il rumore più rassicurante che si voglia sentire su un treno.

(stazione. non sapremo mai come va a finire. addio. vi ho sempre amato, non tutti, ma con alcuni un altro giro me lo sarei fatto volentieri)

[aprile per noi]

(il mese di aprile è volato. Non sparito, niente affatto. E’ stato denso, farcito di cose fino a scoppiare. E di cose piacevoli, per giunta. Di quei piccoli, immensi piaceri che sarebbe troppo difficile, o lungo, o inopportuno spiegare, e che probabilmente alla maggior parte di voi non direbbero granché. Tipo stare in piedi in un vialetto di Villa Borghese che fino a trenta secondi prima pareva insignificante, e improvvisamente diventa l’epicentro della felicità (dice: ti accontenti di poco) (no. fidati),  per – minuti? ore? la questione del tempo che fa un po’ quel cazzo che vuole è rimasta in sospeso, ma andrà riaffrontata, prima o poi – a fare niente se non sorridere e sentirsi in vacanza, e imprecare contro i gruppi di turisti attempati che si attardano intorno ai minibus, gli venisse un bene o un raggio di smaterializzatore, a scelta. Tipo fare il tour guidato dell’Auditorium Parco della Musica, e concordare sul fatto che a noi non ci fregano, sulle porte di comunicazione fra una dimensione e l’altra. Tipo sacrificarsi per fare il collaudo de Il campo Rom e porre finalmente la parola “risolta” sull’annosa questione delle ostriche. Tipo che ai Di Meo dovrebbero dare il ministero della famiglia, a Blo quello dell’accoglienza e a Dottorini quello dei letti a scomparsa, la sua. Tipo farsi guardare con sospetto e apprensione dai portinai di corso Italia. Tipo sghignazzare con la bocca piena della stessa pizza. Tipo che ai compleanni importanti non si può mica mancare. Specialmente quelli che durano due giorni. Tipo che sentire Tamacoldi ripetere per sei ore “grazie di avermi portato qui, adoro le spezie”, solo quello valeva il viaggio. Tipo scoprire che Dellaca’ è molto più bello dal vivo, che il caffè della Petunia non si beve alla mattunia, tipo dimenticare una sottoveste di seta nera dopo una notte con Sam, tipo i braccialetti tattici di Betty e i perché di Lens, tipo che Ferrua ha fumato più di Ugo, tipo due mani sul collo e il dubbio – fondato – che volessero strozzarmi, tipo le class action di Sinibaldi, e l’assenzio, e Stella in posa per Helmut Newton, e le poesie di Lelio, e quel povero tassista, per carità d’Iddio. Tipo andare a tastoni tipo cieca di Sorrento alla ricerca degli occhiali misteriosamente scomparsi a Villa Sguinzo, e il materializzarsi di uno dei peggiori incubi di un miope, quello  di doversi mettere in viaggio senza vederci un cazzo. E tipo un sacco d’altra roba, che io lo sapevo che non dovevo manco iniziarla, la premessa, e in realtà dovevo solo scrivere: il mese scorso ho avuto un sacco da fare, ‘sto post era qui da un po’, ma siccome stasera fanno le ultime repliche di “Dark room” e se non ci siete andati siete ancora in tempo, ecco, ve lo beccate così”)

Aria di primavera, finalmente. Dopo una serie di prove tecniche cadute nel nulla, finalmente.

Aria di primavera + belle serate particolari.

Prima regola di “Dark room”: non si parla di ciò che succede in “Dark room”.

Non ne parlerò, infatti. Mi permetterò solo di dire che se non ci fate un giro vi private di un’esperienza molto particolare, in cui sensualità, libertà e curiosità la fanno da padrone, e il buio diventa una dimensione da esplorare. Con cinque sensi, ma non i soliti, perché l’immaginazione prende il posto della vista. La parola d’ordine è: lasciarsi andare. Lasciarsi andare anche a un sorriso, pensando alla nota che la Compagnia B ha dovuto aggiungere strada facendo, ovvero che “si tratta di una performance di teatro sensoriale intitolata “Dark room”, non di una vera dark room”. Che a me personalmente m’ha fatto venire il mente quelli che si bevevano il Tantum rosa, ma è un problema mio.

(altre cose mi ha fatto venire in mente: Mucca, Omar che chiede se può uscire e tre voci che gli rispondono “no!” in coro, il mio compleanno, un sorriso che mi manca e non sto a dirvi quanto)

E poi Skepto. Di Skepto si può parlare, eccome. O meglio, se ne potrebbe parlare se questo post non avesse ormai assunto le dimensioni di un brontosauro, e quindi mi limiterò a segnalare alcuni dei cortometraggi che mi hanno colpito di più nel corso di questa edizione:
 

Desayuno con diadema, di  Óscar Bernàcer

Finale, di Balazs Simonyi (purtroppo il link porta solo al trailer)

Perfetto, di Corrado Ravazzini

Non mi son trovata per niente d’accordo con la giuria riguardo al premio come miglior corto d’animazione, ma proprio per niente, ma magari ne parliamo un’altra volta. Intanto, per chi volesse curiosare:  www.skepto.net

[baci sulle bocche]

Come ti conquisto l’outsider, si diceva.
O meglio, lo si borbottava imprecando contro la connessione che non ne voleva sapere, a 8 miglia dalla Corsica. Poi si buttava un occhio fuori dalla vetrata e la si guardava bene in faccia, la Corsica, nella luce del crepuscolo del 31 dicembre, mentre tre piani sotto, su un palco a luci rosse, un gruppo di amici terminava il soundcheck.
E si pensavano cose melense tipo “quanto amo questo lavoro”.
 
Prima di annegare in un barile di melassa, però, nel consueto ordine – e quando dico il consueto ordine intendo il consueto ordine – le frasi con cui gli uomini più affascinanti del 2012 hanno illuminato di momenti esaltanti un anno altrimenti perdibilissimo.
Sia lode e gloria a voi, miei cari.

– Inesorabilmente.
– Ma piantala.
– Stellina.
– (la foto di un braccio tatuato, senza parole)

– Ah, tu sei quella dell’utero perfetto?
– Lo siamo già, e chissà da quanto.
– non fare la vaga. Ce ne hai messo di tempo a chiedermelo
– andiamoci
– ha notato che non la ho chiamata Brooks?

***

 
Dopodiché non restava che lasciar calare la notte, cenare, lasciare che il concerto seguisse il proprio còrso, minacciare con fermezza le peggio torture per coloro che non avessero reso la mia unica penna, cercare di mantenere un contegno di fronte a un hobbit, alle sue teorie sui concerti di Capodanno e ai suoi trascorsi con la brunetta dei Ricchi e Poveri, prendere parecchio freddo, farselo passare, fare in modo che il CdA dell’NPN al completo approvasse il luciaio luciferino, infilare un rosario di orazioni suine realizzando che la penna non sarebbe mai tornata, farsi qualche domanda vicino al mixer e inveire con veemenza contro il tempismo bislacco dell’anno appena finito.
E fumarsi la prima sigaretta della buonanotte alle sei del mattino, sul balcone di una camera d’albergo, senza cincischiare.
 
E poi dare inizio all’anno nuovo inseguendo una felpa di Pulp fiction per la Gallura e mangiando due fieste rubate sulla marcia di Radetzky.
Speriamo bene.
 

[the end of the world as we know it]

Via Padova mi scorre davanti come un film.

O meglio, come un manga, visto che scorre da destra a sinistra man mano che ci avviciniamo al centro.

O meglio ancora, come un film per mancini.

Guardo i fotogrammi incorniciati dagli infissi che si illuminano uno dopo l’altro. Luci calde, luci fredde. Tavoli di legno chiaro, scuro, tovaglie a quadri, candele, ideogrammi, menu. Cumuli di neve residua agli angoli dei marciapiedi. Universitari, coppie, giovani professionisti, vecchi amici. Mani che si toccano, risate. Sembrano tutti molto felici, o perlomeno curiosi di scoprire che esito avrà la serata.

E io una sensazione come se stessi tornando a casa, così forte, qui, non so se l’ho mai provata prima.

(tavoli di legno coi graffiti di annate di studenti. Fragole col porto. Porto senza fragole. Erba. Gente molto alta, molto spettinata e molto felice. Cuder. Cuder??)

Cuder si fa largo nel mio flashback con la grazia di un grizzly, mi afferra, mi stritola e mi riporta a: Milano Centrale, dicembre 2012. Gli credo di mostrarmi il dito, e stranamente capisce al volo di quale dito sto parlando. Non accenna neanche a mostrarmene altri che non abbiano roba luccicante intorno. Cazzo, Cuder rammollito dal matrimonio no, vi prego.

Infatti no. Infatti abbiamo Cuder rammollito dal matrimonio e PuntoG che sembra all’esame di guida. Aiuto.

E un professore coi capelli lunghi ottantacinque centimetri minimo, e Tyreal che è un signore e non mi lancia nulla dall’altra parte del tavolo nonostante il mio senso dell’umorismo discutibile. Però pure voi, coi wurstel di pesce fritto.

Non è un locale per etero 2. Non è neanche un locale per gente che ride in maniera umana, se è per questo.

(smettila di pensare quello che stai pensando, Sider. Smettila subito)

– Da quanto tempo guidi la moto?

– Da settembre, perché?

La risposta era “perché sembra che ti sia impalato su un bastone di scopa”, adesso te lo posso anche dire.

Piccole Boogie crescono.

Borse verdi siriane che facevano prima a venire a piedi, ma finalmente.

Cose che hanno dell’incredibile.

E poi l’emergenza, e task force ZC fino alle tre e mezza di notte. E una gran voglia di bacchetta magica, razza di fate madrine diplomate alla Scuola Radio Elettra che non siamo altro.

Fumare in mezzo alla notte, guardando la neve fuori.

(brava, Sider, stai andando benissimo)

Il Parco Olimpia con la neve.

(benissimo, siamo sicuri?)

Bottiglie da finire. Jungfraujoch. Finiamole.

Il bidet al peperoncino (e oh, bottiglie da finire, s’era detto).

Dimensioni parallele a Villa Giuliano (non mi freghi, lo so che sei lì da qualche parte, maledetta carta).

Ludwig van Beethoven, terza sinfonia in mi bemolle maggiore, op.55  per avvocato e orchestra.

Piacere, Luisa.

Non tutte le sorprese riescono col buco.

Preferisco il rumore della saliva.

Un desiderio come di padella per le caldarroste.

Evviva Tamacoldi.

Ludwig van Beethoven, undicesima sinfonia in là maggiore, op.329, detta l”Abitudinaria”. Perché se uno è abituato a parcheggiare sotto casa a Nizza Monferrato, parcheggia sotto casa a Nizza Monferrato anche quando va a bere una cosa a Milano.

Cagliari-Juventus 1-0.

(o del mondo perfetto dove le partite finiscono al 15′ del primo tempo e la tartare è fatta di carne anziché cipolla).

Ludwig van Beethoven, terza sinfonia in mi bemolle maggiore, op.55 (reprise) per quartetto d’astri. Dirige l’orchestra e il dolce vento di foulard il M.° Umberto Tozzi.

Bicchieri.

Ci vorrebbe una canna.

(poi comunque non si capisce cosa ci sia da ridere sull’indirizzo di Sinibaffi)

Alla corte di Siouxsie e Merlino.

La vena creativa di Ugo e le confessioni scabrose di un avvocato.

(avevo solo quattro birre)

Un cane intraprendente al cospetto di Sua Maestà (Simon Tofield non sei nessuno).

Quelle idee grandiose tipo ricordarsi di portare il collo da casa.

Sorridere fra sé e se.

Cose che non sono mai come te le immagini [cit.]. Però un po’ sì.

Feels like home, folks.

Svegliarsi coi Dissidents in testa.

Cose di cui sentivo la mancanza: mattinate pigre sui Navigli.

“Heroes” – canti della Resistenza al Libraccio.

Cambi di programma in itinere. Molto in itinere.

Riprendere conversazioni amabili come se non fosse passato un anno (già).

L’incoraggiamento del Black Rebel Garlaschelli Motorcycle Club (mission: possible).

Finalmente merende lisergiche (tatuaggi dei Blue Oyster Cult al posto dei garofani), o di quando andresti avanti a chiacchierare finché oh cazzo, ma è già gennaio?

Elena Tamacoldi vuole una vita spericolata.

(non è il suo tnove, non è la tastiera, non è niente del genere: è proprio lei che è così. Così vissata)

Trasfertisti prossimi venturi.

Riuscirà il prode Cavaliere del Pandoro a salvare le tonsille della principessa trans, che non a caso si chiama Giuliano?

Cedere a una tentazione per non cedere a un’altra, o dei discorsi lasciati in sospeso: Libraccio, a noi due.

(non la voglio la biografia di Ibrahimovich, fai poco lo spiritoso)

Come si rimorchia a Milano con dei libri in mano, in nessun altro posto.

Prendo il treno dopo.

Forse quello dopo ancora.

Massima solidarietà al copy delle Stay-hip.

Baciare degli sconosciuti in aeroporto (due cretini).

Strapparsi via i vestiti di dosso appena toccato terra di nuovo (escursioni termiche per singoli e gruppi).

Magone.

Magonemagonemagonemagonemagone. Non è così che dovrebbe andare.

I pro e i contro della too much information.

(benissimo un cazzo l’avevo già scritto?)

E poi finisci per farti trascinare a il l’Opoz, e sia lode e gloria alla madonna dello screwdriver e agli occhiali di Lucascanu.

E poi finisci per sentirti più idiota del solito, e ce ne vuole.

E poi finisci per svegliarti perplessa dentro una maglietta di Pornography, e la sosia della Fornero può anche andare al diavolo per ventiquattr’ore.

Certo che se le ventiquattr’ore durassero almeno ventiquattr’ore sarebbe meglio.

[punka is not dead]

Avessimo organizzato la trasferta durante la settimana del baratto, questo post si sarebbe intitolato “Paura e delirio nel Monferruato”. Invece.

(no, dico, ve l’immaginate il baratto? Con un balletto stile Full Monty di tutti i maschi presenti avremmo potuto avere pernottamenti gratis per un mese)

Invece ci siamo accontentati di festeggiare sobriamente il compleanno di un attempato ideatore di réclame, sorbendo succo d’uva e disquisendo di arredamento e orologeria. E quindi.

Giovedì a Milano. Sta entrando nel palinsesto.

Arrivare al Naviglio Pavese passando dal Sudafrica.

Passare una serata tra le braccia di un uomo alto, bello, figo, colto, biondo, con gli occhi azzurri e sposato. Cosa vuoi di più dalla vita?

La cessione del quinto del wurstel.

(che potrebbe anche essere la risposta)

Non abbiamo parlato molto, ma sono certa che siate delle persone bellerrime (anche se non sapete ballare il sirtaki).

Vuoi salire da me a vedere la mia cabina armadio?

Il comunicato.

Tramare nell’ombra (novantadue minuti di risate sataniche).

Il maledetto comunicato.

I am a dj, I am what I play.

Il cazzo di comunicato.

Fare da chaperon a una famiglia di turisti israeliani.

Professional Ugo.

(Tutto) quello che devo fare.

(tipo chiacchierare ininterrottamente per otto ore. Forse nove. Due feriti lievi)

Un posto dove tornare a mangiare.

Girare per Milano in macchina.

Ritrovarsi in mutande in piena Cadorna.

I pirati della malvasia.

Granturismo Pedroni – Lost 4-3.

Petunia.

Petunia.

Petunia.

(tasso alcolemico medio rilevato alle cinque del pomeriggio nei pressi di Albarossa: 96)

Da Caput Mundi con sorpresa.

Da via sant’Agnese con sorpresa.

Dalla busta di Stella con sorpresa.

Redbull, red heat.

Le camere più romantiche.

(bestie strane in quella in cima alle scale. Ma non volevamo spaventarvi, amici bacarozzi. Diglielo, Sam)

In sostanza Ferrua fa il bullo sistemando una vecchia.

Dimenticare Venezia (invece vi siete dimenticati Cagliari).

Aremma Ayala.

L’unico gobbo buono è il gobbo cardo.

Felice di rivedervi.

Gente senza tabù: introducing the hardline according to Lelio Semeraro.

Smorzacandele più brutte del mondo.

(troppa roba. non ce la posso fare)

Shooting Tamacoldi.

Pestare il Kalle alla Volpato.

Senza mirto.

(ma il manichino in camera di Lelio?)

La colazione dei campioni (Sinicaldi 2, la vendetta).

E il mistero del salame scomparso.

Party girl. Con una ruota a terra, ma party.

Super-stiti.

La scarsa familiarità di Lentini col coccodrillo.

Finalmente mirto.

Una coppia solidissima (Motel connection).

A spasso col triumvirato.

Giovedisti, venerdisti, sabbatici. E un frate domenicale.

Intervista col procione.

(so io dove ha perso il mezzo chilo, ma non posso dirlo)

Main riff:

e ---------------------------------------------------------------------------|
B ---------------------------------------------------------------------------|
G -----------------9--------9--------9---------------------------------------|
D -----------------9--------9--------9---------------------------------------|
A --------5----5---7--------7--------7---------------------------------------|
E --(5)>7----7-------0-0-0----0-0-0------------------------------------------|

(1969 rulez)

Preliminari da competizione, prestazione eccellente, post-coitum rilassato il tanto che basta… vi va se ci rivediamo?

Anche perché ormai voglio giocare a tabù con voi tutta la vita.

Finché panca non si separi.

Una settimana fa, a quest’ora, una losca figura si aggirava per una città che non era la propria, inquietandone gli abitanti a suon di risate sotto i baffi.

Controllare per puro scrupolo dove diavolo si trova la balera (auf Tamacoldisch: galera) e come diavolo ci si arriva.

Comprare un biglietto di ritorno senza sapere se ci sarebbe mai stata un’andata.

(il metodo Sider per prendere le decisioni che si vogliono prendere)

Osservare una perfetta macchina disorganizzativa all’opera.

Vedersi sparire sotto il naso il volo di andata.

(madonne volanti a torre di controllo)

Un piano a prova di bomba.

Esagerare con le sorprese (fortuna che c’è il Pescamalva).

Resistere alla tentazione di spifferare tutto per 600 stracazzo di commenti.

(resistere, resistere, resistere)

(aaaargh. resistere)

Arrivare in aeroporto in orario e trovare parcheggio immediatamente: un esorcista all’uscita 4.

Rischiare il TSO perché non c’è niente da ridere, a Linate. Eppure.

Lo strano concetto di freddo di Samantha Giuliano.

Cinque o sei vite fa (il mondo visto dalla 73).

Controllare ogni trenta secondi eventuali cambiamenti di programma.

Il terrore che qualcuno possa aver dato forfait.

Sorrisi raggianti agli ignari passeggeri del 24.

Giuliano chiede l’aiuto da casa via Whatsapp sulla differenza fra orgia e gangbang. Senza sapere che la casa è a trenta metri da Maometto.

(spaventare un passante scoppiandogli a ridere in faccia in preda a ilarità inconsulta)

Aprite quella porta.

La certezza di essere nel posto giusto.

Chi cazzo è questa.

Chi cazzo è questa, sarà Betty Codeluppi, piacere, Andrea.

A bocca aperta (film porno per odontotecnici).

Il piacere di chiamarsi Ugo.

(ci sono tutti. e sono proprio uguali)

92 minuti di abbracci.

Destri che rollano sigarette per mancini.

(esilaranti conversazioni surreali)

Lo gnocco fritto.

(in fondo ero venuta per quello)

Gente che parla. Milanese, leccese, napoletano, nizzamonferratese, veneziano.

Gente che non parla. Genovese.

Figli di trofia.

Non riuscire a capacitarsene.

Due cazzone che si commuovono dal vivo.

Scene da un matrimonio.

L’articolazione temporo-mandibolare di Paolo Lentini.

You can call me parcheggio perfetto.

Pacchetti rossi.

Caffè, burro, marmellata e Sinicaldi. La colazione dei campioni.

Avvocati termovalorizzanti.

(piacere, Andrea)

Sguinzo Night Live.

Anabattisti ed eretici.

(è solo questione di Q)

Il fantasma di Biagio Antonacci.

(se vi stavo sulle palle bastava dirlo)

Il grande Ugo chiama.

Se potessi tornare indietro per vedere un concerto.

(gli Who, i Pooh, siamo lì)

Bru Note.

Springsteen telefona per dire che ha visto Sam in concerto diciotto volte (e ha tutti i biglietti).

Cenerentole.

Cenerentoli.

(fortuna che ci siamo noi zoccole dure a portare a casa la serata)

Motorette celebri dal vivo.

(la grazia di Lentini nello scendere da)

Due scostumate in rossonero.

Tempo per noi.

Il Kamasutra del gelato.

La misteriosa sparizione della carta perfetta.

Aperitivi in contumacia.

Tropico dello Spritz (Elena Tamacoldi incontra il Pescamalva).

Fini umoristi al tavolo 5 (o tempura, o mores).

Vecchie facce.

Il Generale nella sua labirintite (buonezza, per favore vai via).

Rovinare la reputazione di Tyreal.

Storie di uomini.

Svegliarsi con la strana sensazione di essere in tournée.

Distributori out o’matici di sorrisi.

Una famiglia in ogni porto.

Gente che semina il panico dicendo che passa, poi scrive che viene e vengono tutte.

Il testimone dello sposo.

Betty Codeluppi s’incazza (piacere, Andrea).

Toccata e fUgo.

Regali ai genitori (e la conferma di una mezza idea).

Never was a Cornwell girl.

Perdere la bussola.

Mi dispiace, devo andare (il mio posto è là. Proprio sotto il cetriolo).

In the midnight hour she smiles more, more, more.

Mariti balconati.

Gente che non sa fare la ola.

Il ritorno delle crystal ball.

Non è un locale per etero.

Mangiare a quattro ganache.

Lentini vibra.

Lelio gioca d’azzardo e batte tutti.

Sentirsi a casa.

Pietre miliari.

Per me un caffè d’Orio.

Le polaroid che mi porterò dentro (e che assorbono un po’ l’amarezza del tornare a casa e trovare un vuoto in testa al letto e un terzo della biblioteca di Villa Balorda impacchettato e pronto per essere portato via).

Quelli che ho visto.

Quelli che non ho visto.

E quelli che mi hanno retto il gioco ancora una volta in maniera impeccabile.

(Io. Tu. Pannelli solari. Pannelli solari? Pannelli solari. Altre domande stupide?)

Sarebbe un grazie. Help yourselves.

[indovina chi viene a cena]