[e intanto jean reno non sbaglia un film]

Che poi, a Oslo non è che faccia poi tutto ‘sto freddo.

Ecco. Siate gentili, ritagliate questa frase seguendo le linee tratteggiate e abbiate l’accortezza di sbattermela in faccia da qui a due mesi, quando cercherò di uccidere un bue muschiato a mani nude per fregarmi i suoi mutandoni di lana che pungono.

Comunque.
Seriamente, ora non è che faccia freddo. È la lobby malefica delle parafarmacie aeroportuali che fa scempio del viaggiatore tropicale. Pagano fior di mazzette per tenere l’aria condizionata a una temperatura polare, ma tu non ci stai, non ti pieghi alle loro sordide logiche, tu, fiera vedetta della resistenza degli oppressi e dei vessati, non ti renderai complice di chi ruba ai poveri per dare ai ricchi.

E arrivi a casa cod le darici boquettate, bestebbiaddo la badre di tutti i vicks sidex.

Perché il vicks sinex è un animale subdolo. La sua indole malvagia lo porta a intralciare qualunque manovra per 360 giorni l’anno. Devi condire l’insalata? Sperona la bottiglia dell’olio e fa in modo di finire al suo posto sotto la tua mano tesa e distratta dallo spiegare che no, la cicuta non ce l’hai messa, stavolta. Cerchi a tastoni il collirio in quella nebulosa di Poppins che è la tua borsa? Troverai sempre e solo lui, e al sesto tentativo userai la borsa medesima per battere il record mondiale di getto del peso e ti terrai la ghiaia sulla cornea. E se in un momento di intimità particolarmente intima lui si lancia improvvisamente in una danza cambogiana della fertilità che, per suono e movenze, ricorda più un calcio di punizione tirato apposta per non dare un seguito alla progenie dei difensori in barriera, mentre tu scopri di essere stata scritturata a tua insaputa per il remake di un vecchio spot delle caramelle Polo, e tutti e due vi scoprite improvvisamente devoti di san Cunegondo abside, ecco, quella è la volta che si è sostituito al lubrificante.

Per tacere di quando ti capita di scambiarlo con l’angostura.
Che, come tutti sanno, non è un animale.
Intelligente.

Comunque.
Sta sempre, sempre, sempre, sempre in mezzo, il vicks sinex. Poi, appena ti serve, si volatilizza. E sì che in casa tua non ci sono infiniti posti dove una cosa può sparire. È l’unico modello al mondo di casa cassettopriva, tutto è a vista.

Il frigo.
– Mavattene, il frigo, quando la giri sulle iperboli sei davvero leziosa, Sider.

Leziosa, come no. Leziosa un par di palle. Chiedetelo alla Pollera, cosa c’è nel mio frigo. Tanto ci sono le stesse cose che ci ha trovato quando è stata qui l’ultima volta, tre mesi fa. Compresa la banana lasciataci da Tamacoldi, credo fosse aprile, ma lo sapremo con certezza dopo l’esame autoptico.
Della banana, non di Tamacoldi.
In ogni caso, nel frigo ci sono – appunto – le solite cose: yogurt, muschio, shampoo, la banana di Tamacoldi, ghiaccio, altro ghiaccio, una busta di piselli surgelati, uh, il cd della Badu, ecco dov’era finito, una bottiglia di gewürtztraminer, un preservativo nuovo, uno usato, burro, ghiaccio.
Il vicks sinex, cobe fosse la bidiba di Bolzado.
E a qued punto subettra la disperaziode. Perché lo sai che ti aspetta uda dotte idsodde e torbedtosa.

Quando sei disperato hai due possibilità:
a) comporre un brano memorabile
b) chiamare lei. La Depositaria Di Ogni Rimedio (Pazienza Se Ogni Tanto Si Confonde).
L’opzione c) è sempre valida, ma ansimare col naso otturato non dà la stessa soddisfazione.

– Petu’, ce l’hai un rimedio per stappare il daso?
– Il raffreddamento va scaldato. Zenzero come se piovesse, nei cibi e grattugiato in una tazza di acqua bollente. Lo annusi per 10 minuti e poi te lo bevi. Anche il wasabi è molto efficace per liberare il daso.
– Sicura, veh, Petu’? Non è che la finisco come la volta che avevo un appuntamento di lì a un’ora e ti ho chiesto un rimedio rapido per tirarmi su la faccia che mi cadeva a pezzi dopo una nottata in bianco e son rimasta venti minuti col muso spalmato di una roba che poi si è scoperto serviva per lucidare i candelabri d’argento?
– Vai tranquilla.

La gente furba, quando si sente dire “vai tranquilla”, scappa a gambe levate senza manco chiudere la chat.
La gente furba è brutta, antipatica e gli puzzano i piedi.

– Petunia, io ti voglio bene. Ricordati solo che credo a qualunque cosa. Sappi che se mi stai prendendo per il culo e mi mummifico la lingua col wasabi, gli spiriti dei pom…delle fellatio che non potrò più fare ti perseguiteranno in eterno.
– Tesoro, non ti prenderei mai per il culo. E men che meno mi metterei contro gli spiriti dei pom…delle fellatio.

(noi fiori dell’aristocrazia educati alla Royal St.Paul School. Le vostre tasse, umili mezzadri, non sono state spese invano)

Barra a dritta sul bidone dello zenzero.
D1, colpita e affondata. Il bidone si rivela per quello che è.
Tra i vari difetti che ho in dotazione, senza i quali non sarei altro che una noiosissima Paolo Lentini in gonnella, c’è quello di conservare tutto. Non lo faccio perché sotto sotto spero che la Pollera cambi specialità ed entri in clausura a Psichiatria (per i nuovi lettori di questo blog, la dottoressa Pollera è la mia veterinaria curante. Ed è afflitta da un morbo tremendo che la porta, per esempio, a dare di matto se, stendendo le mutande, non trova due mollette dello stesso colore. Immaginatevi il dramma della povera donna ogni volta che viene a trovarmi).
No. Lo faccio perché ci tengo ad essere l’idolo dei trovarobe.

– Sider, ho Scorsese che viene qui a girare fra mezz’ora e ha bisogno di un paio di stivali neri, 37 ½, con la zeppa, sfondati, ma solo quello destro. Gli ho giurato che ce li avevo, ma non è vero, ti prego, aiutami!

– Sider, mi serve uno scontrino in cui figuri la spesa media di qualcuno con un’alimentazione da disadattato per la copertina di “Se potessi avere 80 euro al mese”, ma non uno scontrino con gli euro, me ne serve uno vecchio, in sesterzi, guarda bene che ce l’hai.

– Sider, siamo a pari punti con la squadra delle Giovani Moffette nella caccia al tesoro parrocchiale, ci manca una gelatiera guasta e una figurina doppia di Odoacre Chierico per vincere, solo tu puoi salvarci!

Il giorno che a qualcuno di voi servirà un bidone di zenzero vuoto per l’allestimento di “Antigone speziata”, io sarò la vostra donna.
Nel frattempo, sodo solo uda cretida che dod respira.
Però una cretina che non butta niente.

Il frigo.
– Arifacce co’ ‘sto frigo, Sider, piantala, sei stucchevole.

A parte il fatto che non dovreste usare parole di cui non conoscete il significato per riempire le crepe nei vostri muri, nel mio frigo c’è la soluzione a tutto, anche al quesito della Susi.
Infatti.
Tre bustine di zenzero e due di wasabi accuratamente serbate dall’ultima cena giapponese da asporto. Mai più trovato un giapponese buono come a Iwo Jima. Apro, rovescio in una tazza: il presunto zenzero sembra più una buccia rimasta nel piatto di Hannibal Lecter. Controllo meglio le bustine: scritte in giapponese, l’unica cosa che capisco è “continua”.
Continuo.
Verso acqua bollente su qualcosa che spero non avesse impronte digitali, una volta, aggiungo il wasabi e mi concentro sull’inalazione. I due tappi di damigiana saldamente conficcati nelle narici non collaborano.
Un miagolio da fuori:
– Non per sapere i fatti tuoi, ma stai sodomizzando un rinoceronte mannaro che scuoia una foca o ti è andata a puttane la sintonia della radio?

Dod è coppa bia.
Vabbè che Petudia aveva detto dieci biduti.
Dopo cinque arriva un PLOM! dal telefono con sollecitazione di segni vitali. Avercene.
Accenno alla situazione in tre parole: naso tappato. Zenzero. Wasabi.
E.T. e Jean Reno decidono di darsi agli oppiacei.
La replica arriva inaspettata:
“Cioè hai infilato del wasabi nelle nari? Adesso? Posso avere una foto?”

Ohibò.
Ci sarà tempo per una serie di considerazioni sulle amicizie che ciascuno si merita. Ciò che mi si spalanca davanti è una voragine dubitativa:
Petunia. Fermi tutti. Petunia ha parlato genericamente di wasabi. Sono io che l’ho assimilato al protocollo zenzero e ne ho fatto un tutt’uno con l’acqua bollente.

ECCO PERCHE’ NON STAVA FUNZIONANDO!
Non avevo capito una cippa.
Strano.
Meno male che ci sono gli amici.
Amici veri.
Che mi vogliono bene.
Che mai e poi mai si prenderebbero gioco di una citrulla credulona che, pellizzara suo malgrado, allo stremo delle forze, col neurone che rantola “ipossia, ipossia canaglia”, le proverebbe tutte pur di tornare a respirare. Tutte.

Amici.
Il wasabi nel naso.
Brucia.

[una cosa divertente (insomma) che non farò mai più]

Ok.

Adesso mettiamoci comodi che dobbiamo parlare.

– Ho capito bene, ha detto “scappare”?

– Chi ha detto “scopare”? 

– “Scappare”, nonno, “scappare”. 

– Nonno lo dici a tu’ zio, io c’ho quarant’anni portati splendidamente. 

– Allora c’hai un chiodo fisso. 

– Non mi piace lo stoccafisso, prenderò un hamburger di cammello e un chinotto, grazie.   

 

Qualcuno di voi già lo sa, qualcuno l’ha intuito ma è stato così educato da non fare domande indiscrete. Ringrazio di cuore per la delicatezza. Le cazzate, per una volta, stanno a zero.

E’ che non pensavo che sarebbe successo.

Non ci pensavo proprio.

Voglio dire, alla mia età, suvvia.

Tutti i tuoi begli equilibri, la tua pace interiore, le tue convinzioni, anche sbagliate, per carità, ma lo sa il demonio se a qualcosa ti sei dovuta aggrappare, in certi momenti.

E poi, di punto in bianco.

Avete presente quegli oggetti alieni semoventi che fanno un sacco di chiasso, sparpagliano le vostre certezze, pretendono un sacco di attenzioni, mandano in malora le vostre più in/sane abitudini, sembrano incapaci di compiere da soli operazioni ridicole, arraffano le vostre cose più care e preziose, compresi voi stess*, e ve le restituiscono ridotte a una malloppa esausta, zozza e decomposta che risulterebbe irriconoscibile persino alla prova del DNA?

Non i fidanzati, no.

Nemmeno i cani.

Per quanto uno dei fondamenti su cui si è felicemente basata finora la mia esistenza veda protagonisti proprio i cani e le entità aliene di cui sopra.

Esatto.

I bambini son come i cani.

Vi sfido a dimostrare il contrario.

I cani e i bambini non sono adorabili in quanto tali. Non sono creature pucciosissime che qualunque cosa facciano, dal ridurre a brandelli la vostra collezione di Nathan Never al cagarvi sul divano, si configura immancabilmente come la nona meraviglia del mondo e bisogna stupirsi moltissimo se qualcuno di estremamente insensibile non la prende come tale, e anzi.

I cani e i bambini sono esseri fondamentalmente stronzi che vanno guardati con sospetto.

Obiezione: loro non c’entrano, la colpa è dei genitori/padroni.

Accolta.

Una madre che, la mattina a colazione, come prima cosa, dice al figlio cinquenne “hai visto che papà non ti ha chiamato neanche oggi mentre è in vacanza con la sua nuova famiglia, vuol dire che non ti vuol più bene” va presa e volata dal quinto piano senza rimorso e senza condizionale. Presente indicativo, se non imperativo.

Ma se il cinquenne ti piscia deliberatamente sul terrazzo per cattiveria pura che tanto sa bene resterà impunita, la segue a ruota.

Cani. Mocciosi. Se li conosci, li eviti.

Per anni, gli unici a costituire l’eccezione a questa regola sono stati i miei ex nipoti, che uno sforzo educativo sovrumano (oltre che di saldo impianto mitteleuropeo) è riuscito a trasformare da materia bruta a uno zero virgola di speranza nel futuro.

Anche gli esperimenti condotti da amici considerati affidabili hanno dato esiti discordanti: dalla realizzazione della bambina-patella (la cui madre esasperata – ma non abbastanza – ci ha sempre fermato all’ultimo dopo averci supplicato in lacrime di schiodargliela di dosso anche impiegando coltelli spuntati e arrugginiti) alla messa su strada di individui miniaturizzati il cui unico problema di essere nati figli di ingegneri non basta a spiegare certe risposte inquietanti (“Guarda, Leonardo, quelle sono piante di cappero, quelli che mangi sulla pizza” “Non esattamente, babbo, quelli che mangiamo sulla pizza appartengono alla sottofamiglia della Capperacea Barattoliformis, mentre questi sono esemplari di Capperum Selvaticus Muraglionis. Essi sono in grado di misurare il tasso di umidità in queste mura tufoidee realizzate dai pisani nel XII secolo, e ivi si insinuano, una volta stabilito che il ph del terriccio che si ritrova nelle crepe è compreso in un range ascrivibile al quadrato costruito sull’ipotenusa di Heisenberg e…babbo, dove vai? Guarda che in questo punto le mura non sono abbastanza alte per garantire morte certa, in più l’angolazione delle pietre, orientate a 37,9 gradi sulla scala Richter rispetto alle porte di Tannhäus…babbo? Babbino?”).

Grazie al cazzo, mi direte, tu figli non ce n’hai.

È vero. Per una serie di motivi che sarebbe lungo e tedioso spiegare, e che in buona parte farebbero sembrare la piccola fiammiferaia l’animatrice di un Club Med, non ce n’ho. Ma se lì fuori c’è gente che s’incazza per un fuorigioco non concesso sulla linea mediana, che sostiene che il tè altro non sia che insulsa acqua calda e che Fabio Volo sia uno scrittore, io potrò ben sparare fregnacce sull’educazione della prole altrui.

(e comunque casa mia è ordinata tale e quale come avessi sei figli)

Ma torniamo a noi.

Per una serie di circostanze fortunate, negli ultimi tempi mi è capitato di conoscere persone che sulla loro progenie stanno svolgendo un lavoro talmente encomiabile che la mia fiducia delle generazioni future è salita fino a sfiorare la fantascientifica percentuale del 3%.

Il che ha, evidentemente, abbassato le mie difese.

Non si spiega altrimenti.

Quando meno te lo aspetti.

Eh.

Lo so che sto ciurlando nel manico, ma non è mica facile. Ho aspettato diverse settimane prima di decidermi a raccontarlo, continuavo a ripetermi che non è mica chissà che, milioni di persone nel mondo, tutti i giorni, fanno la stessa cosa senza vederla come un evento straordinario, anzi, è una cosa naturale, e poi insomma, finché si tratta di far la cazzara d’accordo, racconto senza pudore questo mondo e quell’altro, ma sulle cose personali superare una certa riservatezza non è facile.

La fredda cronaca:

qualche settimana fa. Sono ospite per qualche giorno di un’amica che vive fuori città. Nel bel mezzo della mia permanenza, lei si becca il colpo di coda di un virus che la manda completamente al tappeto. Il piano A – bagordi come non ci fosse un domani viene sostituito dal piano B – non sto in piedi manco sdraiata e vomito pure l’acqbleurgh.

Dettaglio insignificante: la mia amica si è riprodotta. E neanche poco. Detiene la mia quota mezzopollo trilussico, la mia e quella di altre due o tre che hanno optato per la non proliferazione. Quindi siamo io, lei – vispa come un opossum investito da tre giorni – e bambini.

Tanti bambini.

Roba da dire “tutto qui?” guardando con sufficienza la famiglia Bradford.

(in realtà sono meno di dieci. Ma si muovono. Parlano. Chiamano. Si arrampicano. Piangono. Ridono. Chiedono cose. Escono dalle fottute pareti. Quindi sembrano molti di più)

Mi direte: e non ce l’hanno un padre, ‘sti marmocchi?

Certo che ce l’hanno, la mia amica è una tradizionalista. Ma in questi giorni è fuori per lavoro. A dire il vero, nel momento in cui viene a sapere che la sua compagna è fuori combattimento e i suoi pargoli si ritrovano, all’ora di cena, in balia di una specie di disadattata che pensa di dar loro delle verdure e una frittatina invece dello stinco di bue muschiato con cipolle e cozze che sembra costituire il loro mangime preferito, corre a cercare il primo volo per tornare a casa.

Ma non lo trova.

Disordinato anche lui, mica no.

Arriva invece la mamma di lei, santa donna, che cena la tribù e se ne porta via una carrettata per la notte.

E quindi siamo io, lei – stordita da un antisalcazzo per bisonti e finalmente assopita – e due mocciosi incerti sulle gambe.

Alle otto d sera.

L’ora in cui normalmente questi tizi vanno a letto. Mentre ora giocano a Peppa Poker, fumano (“Fumano??” “Cazzo, avevo lasciato il tabacco sul tavolo e pure questo grumo bavoso che una volta erano. I miei. Filtri. E le mie. Cartine”) e trincano Bailey’s (“Bailey’s??” “Eccerto, c’è la crema di latte, siamo pur sempre bambini”) senza accennare al minimo cedimento.

Le otto e mezza.

Vabbè, mica moriranno se stanno svegli mezz’ora in più.

Le nove.

– Bimbi, la volete la favola della buonanotte?

– Leggitela te, noi stiamo guardando “Maiali senza gloria”.

Che poi che ci vuole, li pigli, li schiaffi a letto e spegni la luce.

Ah, già.

Le scarpe.

Tiro fuori la piccola dal lettino per levarle le scarpe e lo sento. Lo sento perché qualunque essere vivente, ma anche non vivente, a cui non abbiano infilato due carciofi nel naso non può non sentirlo.

Le fogne di Calcutta?

No.

Il reflusso gastroesofageo di Alien?

Macchè.

Un’arma chimica di natura che mi piacerebbe definire ignota, e invece, ahimè, è chiaramente determinabile.

E non proviene da lei, il che la dice lunga sull’intensità, visto che l’entità emanante si trova due stanze più in là.

Spoglio la piccola, ravano in un armadio alla ricerca di qualcosa somigliante a un pigiama, non lo trovo, la insacco in una calzamaglia rosa che deduco solo dopo avercela infilata appartenere alla sorella maggiore, faccio un nodo in cima perché non ne esca e la rimetto a letto.

E poi torno dillà ad affrontare l’inaffrontabile.

La mia amica ha un salone grande. Ma grande. Grande più di tutta casa mia da un estremo all’altro. L’inaffrontabile guarda la tv a circa un chilometro da me, sereno come fosse seduto in mezzo a un campo di violette.

Sarebbe facile: apro la porta senza far rumore, me la chiudo alle spalle e m’imbarco sul primo cargo battente bandiera liberiana di passaggio.

Ma non posso. Ho una coscienza (nonostante tutto). Voglio bene alla mia amica come a poche altre persone, e lei ora giace tramortita in un letto di microbi e in più mi sta pure ospitando. E questa specie di gnomo ha tre anni scarsi e dice tre sole parole.

La prima è mamma.

La seconda è banana. Non chiedete perché, preferite restare anche voi nella spensieratezza dell’ignoranza caprina come faccio io.

La terza è il mio nome.

La quarta parola la dico io, ed è un’invocazione a San Medardo protettore delle mucose nasali infiammate quando provo a raggiungere lo gnomo e una parete invalicabile di tanfo tremebondo mi respinge indietro.

Epperò ce la devo fare. Per forza. Valuto una serie di opzioni:

  • opzione A: cercare un autolavaggio aperto 24 ore nei paraggi, spogliare lo gnomo con un rampino, dar fuoco ai vestiti, inchiodarlo alla rampa, attivare gli spazzoloni e ritirarlo all’uscita pure cerato;
  • opzione B: comprare dal cinese qui di fronte una chiatta di sabbietta per gatti e panarcelo;
  • opzione C: idranti.

E poi, l’illuminazione:

qual è il problema principale?

Questa  puzza disumana.

Come si sconfigge la puzza disumana?

Col profumo.

Quindi basta che io mi tenga sotto il naso un batuffolo di cotone imbevuto di profumo ed è fatta. Che ci vuole.

Sacrifico metà della mia boccetta di Eau de baccell intense de vanille purissimà raccattée à main par les enfants de Bangalore dans une nuit de demi eté su un dischetto di cotone, me lo sbatto sotto il naso e parto a passo di carica a prendere l’inaffrontabile.

E mi accorgo che mi manca una mano.

Sterminatore di re, io ti capisco. Non è una sensazione piacevole.

Mi ricordo che anni fa, pur se con tutta calma e con ogni probabilità nemmeno in un bar, mi capitò di leggere un racconto che Baricco scrisse per l’edizione di quell’anno della Smemoranda. Trattava di lui, novello padre, alle prese con la stessa esperienza traumatica che mi trovo ad affrontare adesso.

(il che mi ha sempre fatto sospettare che in un momento di confusione mi sia stata assegnata una dose di istinto paterno invece di quello materno, ma questa è un’altra storia)

Fatto sta che, tra le altre cose, si raccomandava di fare molta, ma molta attenzione all’istinto trotesco degli infanti, che li porta a sgusciarvi via dalle mani e a cascare a capofitto dal fasciatoio, con conseguenze devastanti per loro ma ancor più per il proseguimento di normali rapporti sessuali tra i novelli padri e le novelle madri.

Ora, al di là dei rapporti sessuali che è sempre cosa buona e giusta intrattenere con le giovani madri, e vieppiù con i giovani padri, a me questa cosa m’è rimasta impressa al punto da tornarmi in mente ora a distanza di anni.

E comunque non se ne esce:

cambiare una potenziale anguilla  > necessità della piena disponibilità di almeno due mani

disponibilità nominale di due mani > disponibilità reale di una sola, in quanto l’altra è impegnata a reggere sotto il naso il cotone impregnato di profumo

mollare il cotone impregnato di profumo > morte certa

morte certa > impossibilità di cambiare l’anguilla

A meno che.

A meno che non mi leghi il cotone sotto il naso con qualcosa.

A volte son talmente geniale che mi faccio paura da sola. E di solito ho ragione ad averne.

Setaccio la casa alla ricerca di uno spago. Di un laccio da scarpe. Di un fil di ferro. Di una cintura d’accappatoio. Di un rotolo di gaffa. Di una tagliatella all’uovo. Di una cazzo di cosa qualunque per legare un’altra cazzo di cosa qualunque.

Niente.

Di niente, di niente, di niente.

Non posso credere di essere finita in casa di gente così noiosa da non avere nulla con cui legarsi.

Infatti no.

Intorno a mezzanotte, quando anche la famiglia PIg s’è messa una zampa sulla coscienza e ha deciso di darmi una mano a cercare pur di andarsene a letto, la trovo.

Nello studio.

In fondo a un bidone di giocattoli.

Una stella filante.

E oh, i gusti son gusti, se questi lanciandosi coriandoli e frustandosi con le stelle filanti ci han tirato fuori ‘sto fracco di ragazzini si vede che gli sta bene così.

– No, ragazzi, stasera non resto a calcetto, torno a casa che la mia ragazza mi aspetta vestita da Colombina e ha promesso di farmi le frappe.   

Schiaffo.

Lego.

Torno dalla bomba chimica mentre il comitato di quartiere finisce di raccogliere i soldi per pagare un Canadair che li innaffi tutti di Chanel n°5 prima che i danni al sistema neuronale e all’apparato riproduttivo diventino permanenti.

Bomba chimica mi guarda assai perplesso, come se non avesse mai visto una rimbambita spettinata con un metro cubo di cotone tenuto legato sotto il naso da una stella filante gialla e viola.

Faccio tutto quello che devo fare.

Lui sopravvive.

Io pure.

E questa era la prima volta in cui persino io ho cambiato un bambino.

In un senso diverso dal solito.

 

– Buongiorno, vorrei cambiare questo bambino. 

– Ma certo, con cosa posso sostituirglielo? Ho dei bei portieri nerboruti, arrivati stamattina dalla Spagna, un ex nazionale di hockey su ghiaccio, un po’ incidentato, ma fa la sua figura, e forse ancora qualche pallavolista cubano bello succoso. Fanno tra i 75 e gli 80 kg l’uno, che faccio, lascio?    

[the mesianos]

Siamo io, lui e un bidone di gelato a un gusto assurdo e lezioso tipo “pralines et vattelapêche”.

Una cosa ignobile.

Un gusto per niente maschio e senza l’ombra di un fischio.

Otto anni in Francia, e guarda come mi si è ridotto, soprattutto considerando che l’ultima volta che abbiamo condiviso del cibo smembravamo una pizza a mani nude.

Dal cartone.

Sul cofano di un’Amaranta cui si era appena suicidata la cinghia.

In piena Golconda.

Riparati nel piazzale di un distributore, tempo venti secondi e il titolare del distributore medesimo si manifestò, con quel simbolo internazionale di pace e amicizia che è la doppietta a tracolla, a vedere chi cazzo fossero quei tre capelloni sconosciuti che infestavano la sua immacolata stazione di servizio, il più rassicurante dei quali era il tipo che ora ravana nel bidone con un cucchiaio leccato alla ricerca delle ultime pralines.

(non puoi trovarle, ciccio. sono nipote di minatore, imperatrice galattica degli scavi nel gelato. e non faccio prigionieri. me le son fatte fuori tutte mentre eri impegnato a controllare che le tue figlie non si dessero fuoco ai capelli)

Che tu pensi: come l’ha saputo?

(non del fatto che io sia maglia rosa di stronzaggine, del fatto che tre tossici strafatti di capperi tenevano un rave nel suo piazzale)

Semplice.

Radio Maria.

Radio Maria è potentissima. Arriva ovunque. Soprattutto se la Maria in questione è Maria Cràstula Buccoperta, 56 anni di onorata carriera come ripetitore.

 

E comunque siamo io, lui e il bidone. Le rose faceva un po’ troppo teatro, e poi non le sa distinguere dall’oleandro.

E festeggiamo.

Perchè ne abbiamo da festeggiare.

Festeggiamo innanzitutto che ci vediamo dopo un sacco, ma un sacco di tempo.

Tipo, tre bambini fa.

Una dei quali (Roxanne? Charline? Cosa diavolo le hanno inventate a fare le stampe sulle magliette se poi non gliene appioppate una col nome ciascuna? le mocciose cresceranno convinte di chiamarsi Hello e Kitty, vi uccideranno nel sonno prima di compiere sei anni, e saranno insignite dell’Ordine del Telefono Azzurro) ci sta mostrando il corretto uso del melone.

Il corretto uso del melone è: palleggiarlo.

 

– C’est pas un ballon, ça.

 

La madre, bellissima e dedita al consumo di sostanze psicotrope dalla più tenera età. Non si spiega altrimenti come si possa accompagnare a un elemento simile. Pralines et caramel. Bah.

 

-Oui, c’est un ballon.

Ne scherzons pas. C’est rond. C’est un ballon. Non so a quanti anni si cominci a votare, in Francia, ma fino ai tre le idee sono ancora ben chiare.

 

-Non, c’est pas un ballon, c’est un melon.

 

Ah. Donc “melon” c’est le mot avec lequel les italiens appellent le ballon. Ils sont fous, ces italiens.

Roxanne o Charline riprende ad allenarsi per i mondiali 2030 al grido di “Thierry Henry ou mort!”.

 

Festeggiamo anche il fatto che la sottoscritta sia ancora a piede libero.

 

(cinque ore prima. al momento di noleggiare la loro auto, dopo tre quarti d’ora di fila e non un minuto prima, dopo averla cercata persino all’interno dei pannolini e delle capsule dentali, tocca arrendersi all’ineluttabilità del fato: Soi ha perso la patente.

 

– Pas mal. Dò la mia.

La prima volta che lui ha pronunciato le parole “pas mal” è stato nel ’96 al momento di prenotare le vacanze. “C’est dommage que les îles Fijii sont déjà toutes reservées, mon amour. Pas mal, j’ai trouvé ce dernier minute just à côtè, Mururoa ça s’appelle, on va etre une vacance avec le bot”.

 

– Signor Mesiano, la sua patente è scaduta.

– Ah sì?

L’impiegata dell’autonoleggio ha il raggio gamma selettivo. Scansa il piccolo di quattro mesi di cui lui si fa ignobilmente scudo e gli frigge le sopracciglia.

– Da due anni, signor Mesiano.

Lui sorride tronfio.

Così, giusto per far capire chi porta i pantaloni in casa.

 

Prima che l’impiegata prema il pulsante eject si gioca l’ultima carta.

– Per puro caso c’è qui una nostra amica.

Posa il figlio piccolo, mi afferra come fossi un’anfora e mi poggia sul bancone prima che possa dire “monpetitlapinensucre”.

– Non sia indiscreta sul come, ma sappia che ha conseguito una regolare licenza per condurre quadrupedi motorizzati. Noleggeremo l’auto a nome suo. Ho detto.

– Quindi la signora vi farà da autista per tutta la durata del noleggio?

– Non capisco questo velato scetticismo. Manco la nostra amica avesse sulla testa un cartello recante la scritta “COL CAZZ” …oh. In ogni caso sarà solo per due giorni, mercoledì sarà mia cura rinnovare la mia patente.

Sia l’impiegata che l’anfora hanno il buon gusto di non chiedere il mercoledì di quale anno.

– Il noleggio deve essere caricato sulla carta di credito del conducente, però.

Agevolo la mia carta.

– Bene, la tariffa comprensiva di franchigia è di 62 reni al giorno per 15 giorni, più 70 cornee per i seggiolini dei bimbi per l’intero periodo e 500 fegati di cauzione.

– Al cambio con le fettine di culo quanto fa?

 

Scuoto la carta.

Ne escono una graffetta, un tappo di Desperados, due filtri, un’agenda della Royal Bank of Balordistan del 2004 e un elastico cotto dal sole.

– Abbiamo tre bambini piccoli, cinque bagagli, un passeggino doppio e una specie di noce di cocco imbottita per infanti. Siamo senza latte nè pannolini. Dobbiamo fare la spesa. La casa che abbiamo affittato è a 35 km da qui e la strada è tutta tornanti. La bambina ha vomitato prima ancora di vederla. Nella macchina della nostra amica non ci staremo mai manco a castello. Le cavallette! La tintoria! Una tremenda inondazione! Abbiamo bisogno di quest’auto!

Un impronta di scarpe n.42 sul culo indica le uscite di sicurezza a tutti e sei, bambini compresi.

 

Nonostante la naturale riluttanza a metter piede oltre una soglia dove campeggia la scritta “polizia”, andiamo a denunciare la scomparsa della patente di Soi nell’assurda speranza che possa servire a far dar loro una macchina. Mandiamo avanti lei con le gemelle, l’immagine della maternità e della dolcezza. Segue quella della paternità incerta, soprattutto a giudicare da come è venuto fuori il terzo ragazzino. Chiude il corteo la rappresentazione plastica della sensualità ferina.

 

Aggiro la Venere nera che si è inavvertitamente infiltrata nel nostro entourage e faccio sì che l’emblema della femminilità selvaggia (che fa molto più figo di “quella che non si pettina”) possa ricongiungersi al nostro nucleo familiare espanso e pararsi insieme ad esso di fronte a

 

Lurch

 

per incomprensibili motivi di sceneggiatura (si vocifera di uno scambio alla pari con lo staff creativo di Beautiful) insaccato dentro una divisa della polizia di stato.

 

Dolcezza materna: -Bonjour, vorrei denunciare lo smarrimento della mia patente.

Lurch: – Eeeeeeeeehhhhhhh.

 

E per lui il discorso sembra chiuso.

A questo punto sono consapevole di avere una linguetta, ma non c’è ancora nessun dito infilato dentro e pronto a tirarla.

 

Paternità incerta: – Sì, perchè dovremmo noleggiare un’auto.

Fa un gesto ampio col braccio a comprendere tutta la responsabilità di un padre e marito di fronte a una casa delle vacanze irraggiungibile anche volendo agganciare tutti i trolley l’uno all’altro e trainarli monopattinando sul passeggino per trentacinque chilometri.

Lurch: – Eeeh, ma la denuncia…no, è impossibile.

Scuote la testa contrito. Gli avessimo chiesto se potevamo prendere in prestito la sua pistola d’ordinanza e sparare ad alzo zero nel parcheggio, sì. Ma una denuncia di smarrimento, siamo seri.

A questo punto, cinquanta chilometri sotto i miei piedi, il magma incandescente comincia a sobbollire.

 

Ci guarda stupito di trovarci ancora lì e decide di dare maggior lustro alla divisa compitando una frase più elaborata.

– Ma proprio oggi la deve fare? La faccia fra un paio di giorni.

Ora, effettivamente l’ufficio potrebbe essere più vuoto e ozioso di così. Se per esempio uscissimo e lo lasciassimo libero di levarsi le scarpe, stendere le gambe sulla scrivania e inclinarsi all’indietro sulla sedia non lo costringeremmo a girarsi faticosamente i pollici in posizione eretta.

A questo punto sto facendo appello a ventitre anni di onorata carriera arbitrale e prosciugando telepaticamente le riserve zen di un migliaio di monaci buddisti.

Lo sapevate voi che i monaci buddisti tendono a innervosirsi quando devono denunciare lo smarrimento della patente e si trovano davanti un poliziotto ottuso e lavativo che prima di compilare uno stracazzo di modulo si farebbe impiccare?

Nemmeno io.

Non prima che lo spirito del Dalai Lama in persona si impadronisse del mio corpo e, con voce pacata per non turbare i minori presenti, tirasse giù a colpi d’azza l’albero genealogico del poliziotto presente e quello dei suoi superiori, dei loro vicini di casa, dei loro animali domestici, dei loro mezzi di trasporto e dei loro robot da cucina, dei loro conduttori televisivi preferiti e delle loro insegnanti del catechismo, tutti alacremente dediti a pratiche poco discrete e ancor meno igieniche con buona parte del regno animale, vegetale e minerale purchè morfologicamente atto a procurare, se non un misto di piacere e dolore, almeno infezioni, emorragie interne e fastidiosi pruriti intimi. Chiusa la parentesi aperta due giorni fa)

 

Lo osservo mentre sgranocchio le ultime pralines alla faccia sua. Negli ultimi venti minuti l’ho visto stappare una birra reggendo il terzogenito sotto l’ascella e farne finire il tappo (della birra, non del terzogenito) in un bicchiere solo per riscuotere uno sguardo d’amore puro da parte delle figlie; lavare il terzogenito medesimo a starnuti dopo che le altre due teppiste gli avevano infilato un pastello a cera ciascuna nel naso (a lui, non al terzogenito); fare la scarpetta nel sugo con l’orecchio di un cane di peluche di nome Bob. Se quest’impiastro è amico mio ci sarà un perchè. E il perchè è presto detto.

 

– Papa, papa, à côté de la toilette il y a un tout petit lavandin. C’est pour les enfants, oui?

– Oui, mon amour. Les italiens son trop avant.

– Ils sont fous, ces italiens.

 

[with a little help from my friends]

Dice “venti rinforzati dal quadrante nord-occidentale”, dice.

E non parla di una comitiva di irlandesi in sospensorio.

(che pure danno il loro contributo a quella maschia eleganza che fa fremere noi fanciulle)

No, venti di quelli che potevo fare a meno di mettermi la camicia, prima di uscire.

Visto che appena svoltato l’angolo mi è stata strappata via a forza. Addio, amica mia. Mi mancherai. Primo perché mi piacevi molto e mi stavi pure bene, cazzarola, e poi perché da qui a stasera faranno in modo di farmelo notare in tanti, che mi manchi. Ti ricorderò così, a vagare leggera come uno sbuffo di lino sopra il Mediterraneo.

– Ahmed, ma cos’è ‘sta zozzeria? Quante volte devo dirtelo che gli stracci che usi per spolverare il cruscotto del cammello non me li devi stendere vicino al bucato pulito?

E quindi son lì che pedalo bestemmiando che manco Bartali sul Pornoi, perchè sono in reggiseno ma se continua così manco più quello, e la mamma di Eolo riscuote consensi fra tutti gli altri nani, “a saperlo prima che potevamo avere di meglio di quella sciacquetta in gonnellone giallo”, quando sulla mia sinistra colgo un movimento.

Assurbanipal.

Non uno che gli somiglia, non uno per dire “un uomo vecchissimo”, uno di quelli incartapecoriti dal tempo, levigati da, ossidati da, resi coriacei da.

No.

Proprio lui, in persona.

Come faccio a riconoscerlo, dite.

Er.

Ecco, io.

Come dire.

Ammetteròllo prima che intervenga Cùder con una delle sue teorie fantasiose sui miei trascorsi: dalle foto.

Ebbene sì, anch’io dal parrucchiere leggo Novella 630 a. C. Vergognandomene, ma senza poter resistere, come tutti. Anche voi, non fate gli innocentini. Almeno io non mi abbasso a comprarlo in edicola nascondendolo dentro Supersex per non dare adito a pettegolezzi.

E comunque.

Vento da NNO con raffiche da 95 km/h, si diceva. Roba che dice “uh, guarda, piove, eppure c’è il sole”.

Non è pioggia, sono i sassaresi che pisciano controvento tutti insieme.

Apposta.

Roba che stamattina da queste parti non volano gabbiani, no, volano caribù fuori rotta.

Dice, ma i  caribù mica volano.

Se è per questo manco gli orsi polari, le foche e le madonne delle nevi, eppure non è che quelli che volteggiano da due ore cercando invano di planare sian qui per turismo.

Ok, le madonne delle nevi le sto facendo volare io, è vero.

Assurbanipal, invece, non vola.

Assurbanipal pedala.

Senza sforzo, come se invece del tifone che cerca di estirpare duodeni ai passanti ci fosse una brezzolina rinfrescante ordinata apposta per attenuare il solleone. Dei sei capelli che ha in testa, non uno è fuori posto, e già questo basterebbe a rendermelo inviso.

(inviso, una parola, tuttattaccata. A voi leggere Supersex vi fa male)

Mi si accoda, poi mette freccia a sinistra, entra nel mio campo visivo e mi supera.

Ora, non è che io mi creda Eddy Merckx, per carità. Però capite bene che farsi superare da uno che, a occhio, ha qualcosa tipo 2600 anni più di me non aiuta la mia autostima.

Lascio giù i jeans, un polmone e la madonna del Ghisallo per alleggerirmi, pigio sui pedali, mi trito una rotula ma lo riprendo. Lui mi mostra un dente. Nel dubbio, lo prendo per un sorriso.

– Bella giornata per uscire in bici, eh?

Ora, io sono fluent in assiro. E’ solo che sul momento mi sfugge se vaffanculo sia una parola piana o sdrucciola, cascare sulla pronuncia mi secca molto. Mi limito a guardarlo. Lui, un gentleman in tenuta gialla e verde fluorescente capace di stendere un bisonte a 300 passi, distinto, composto, compatto. Sudato? Ma non scherziamo. Io, la figlia naturale di Medusa e di Gatto Silvestro a fine centrifuga.

– Non sarà affaticata?

Ma certo che no. E’ che ho un casting per “La grande stanchezza”, stamattina mi son truccata apposta.

Lui, brutto figlio di Assahaddon, ha la sfrontatezza di ridermi in faccia.

Ohè.

Calmino, neh, Assu. Che tu avrai pure diritto al rispetto dovutoti per l’anzianità, ma io sono una signora, non ci metto niente a spianarti le rughe a colpi di tiraraggi.

Egli nota il mio palese disappunto e, per non esacerbarlo, passa dal ridermi in faccia allo sghignazzare senza ritegno.

Ringrazia che sono in debito d’ossigeno, Assu, e non ce la faccio a superarti e a tagliarti la strada, altrimenti assisteresti a una migrazione di denti tra te e il tuo pignone che manco le rondini a primavera.

– Vuol sapere qual è il mio segreto?

No. Non lo voglio sapere. Non me ne importa una beata cippa del segreto tuo, di quello di Fatima e nemmeno di quello di Lady Gaga, che per inciso dice che sta tutto negli orgasmi e negli spinaci, dal che si evince chiaramente che quell’Olivia era proprio una figa di legno. In due ore ho percorso 63 centimetri, praticamente sono ancora sul cancello di casa mia. Sto per chiamare Grogu e chiederle di avvicinarmi il colbacco, i guanti da sci e la sciarpa, visto che se continua così non arriverò a destinazione prima di Natale.

– Adesso glielo faccio vedere.

Ammica, l’impudente. E prima che io abbia il tempo di dire “Signore, ti prego fulminami, ora!”, si infila una mano in mezzo alle gambe.

Mi è toccato mollare il manubrio per coprirmi gli occhi con tutte e due le mani mentre nella corsia opposta arrivava l’autobus, a momenti non ero qui a raccontarla.

– Ma no, cos’ha capito, guardi!

Lui, piedi a terra, mano saldamente in mezzo all’orrore.

– Ma non voglio!

Io, piedi a terra, occhi ancora tappati, l’eco di un saluto a mia madre da aprte dell’autista del bus.

– Si fidi, una cosa così non l’ha mai vista!

Non faccio in tempo a puntualizzare che “una cosa così non l’hai mai vista”, se non si è ben sicuri del fatto proprio, non è mai una frase saggia da dire a una donna, quando lui, con un movimento lesto del polso, riempie l’aria di un ronzio potente.

– Ha visto? C’è il trucco. Alla mia età, senza un aiutino certe prodezze non si riesce mica più a farle.

E se ne riparte garrulo, controvento e senza sforzo sulla sua cazzo di motoretta a pedali.

[the bends]

– Buongiorno, vorrei del raso nero, doppia altezza, per favore.

– Ne tengo uno bellissimo alto tre metri. Diegarmando, vallo a piglia’ per la signorina.

L’accento partenopeo racchiude in sé lo spirito del commercio. A tutti i livelli, dal trasformare questo locale commerciale 400mq più servizi, luminosissimo, centralissimo, due vetrine fronte strada nelle viscere del Grand Bazaar di Istanbul, alla tratta dei bianchi operata quotidianamente sui traghetti da e per le isole.

Come se non bastasse l’essere stata appena dislocata geograficamente in almeno altri tre posti diversi dalla sola forza di una cadenza e di un’associazione di idee, la prospettiva dei tre metri d’altezza mi spalanca davanti uno scenario talmente meritevole di attenzione che mi sfugge completamente la domanda successiva. Solo quando Diegarmando torna con il rotolo e lo sbatte sul banco con l’inesperienza dei suoi diciassette anni, plano e capisco di essermi persa un pezzo.

– Dico, per-cosa-vi-serve?

Il mercante sa il fatto suo. Oltre ad essere curioso come una scimmia, sa che si viene qui perché non rifilerebbe mai un articolo inadatto pur di concludere la vendita. Ripete la domanda, perfettamente logica e prevedibile.

Di quella prevedibilità logica che coglie perfettamente impreparati.

Ciononostante, apro la bocca seguendo l’impulso primordiale.

Realizzo.

Mi blocco.

La chiudo.

Io ci provo, a star seria, ma sulla linea delle mie labbra ferve un movimento che manco sulla tolda dell’Hispaniola o nello studio del marito della Daniela Garnero: tira su, no, tira giù, cazza la randa, molla il pappafico, finché la forza di gravità capisce che la battaglia è persa, molla gli ormeggi e lascia che gli angoli della mia bocca si sollevino e puntino, inarrestabili, a bucare il soffitto.

E mica ti può andar bene sempre, cocca.

Il mercante di rasi non si scompone. È un omino arzillo sui sett…ott…novecentotrentasei anni, mese più, mese meno.
Mantenuto in forma dal manipolare quotidianamente le esigenze di dozzine di donne di tutti i tipi, tutte le età, tutti i colori e non è escluso che in alcuni casi abbia approfondito anche il versante sapori.
Aduso a soddisfare le richieste più strane:

– Mi serve del percalle per un bouquet.

– Il percalle lo usa per le lenzuola del corredo. Che tipo di bouquet deve confezionare?

– Di calle.

– Scemo io.

 

– Questo pile qui, ce l’ha anche con disegni di altri animali?

– Quello ce l’abbiamo con cagnolini, gattini, coniglietti, topolini, pulcini, elefantini e ranocchie.

– Iguane no? Devo fare il cappottino per la mia iguana, mica le posso mettere addosso un altro animale, si offende.

Da gentiluomo qual è, però, non può non apprezzare le sfumature della discrezione.
D’altra parte, il mercante di tessuti è come il medico, se non gli dici tutti i sintomi non può darti la cura giusta. Quindi.

– Devo fare delle bende.

Tecnica. Seria e professionale, gli angoli della bocca hanno smesso di treninare “brigitte peugeot peugeot” per il negozio trascinando matrone dallo scampolo facile e sarte segaligne poco inclini a scollare, e son tornati al loro posto.

– Delle bende tipo…mummia?

Il mercante si fa cauto.

– Nonno, quelle sono bianche, di lino. Queste le deve fare nere. Come quelle dei condannati a morte.

Diegarmando, una testa non del tutto sprecata a far da sostegno a barili di gel.

Ma è giovane.

È giusto che chi ha un potenziale abbia uno scopo, ma se procede prima del dovuto si smarrisce; se invece trova una guida e la segue otterrà il suo stesso beneficio (propizia è perseveranza).

Il mercante lo guarda con affetto, sorride e gli legge il futuro attraverso.

– Diegarma’, quella la signorina ha intenzione di farli morire, ma mica fucilandoli.

Mercante di rasi 4 – Resto del mondo 0.

O rei è ben saldo sul trono, Diegarma’.

[tits and chips]

Passi per le mutande, che sono creature mitologiche.

Tipo gli unicorni, ma non propr…

Cioè, il corno non si inf..

Voglio dir…

No, asp…

Ferm…

Fatemi parl…

AAAAAAAAAAAALT!

Pappalardo vostro senza ritorno.

Le mutande. Le abbiamo sempre ignorate alla stragrande, perché dovremmo iniziare a preoccuparcene ora?

Il record olimpico pertinente, lancio della, è già detenuto dalla nazionale di Villa Balorda, sia nella specialità indoor che in quella outdoor.

I tempi impongono al massimo un cauto ottimismo, tirarle per aria in segno di giubilo si configura come gesto sconsiderato.

(quindi da realizzare immediatamente, ma questo è un altro discorso*).

Mutande.

Basta con la vostra ingerenza nella sovranità delle nostre pudenda.

Mutande.

M’avete provocato, e io me ve magno.

(no, grazie, il cappello mi rende nervoso)

Mutande.

C’è chi dice siate come le password, e infatti tiene la stessa da quando ancora schiacciava la barra del Vic20.

Mutande.

L’ultima volta che mi son resa conto che forse era il caso di riassortire il mio parco medesime sono entrata in un mutandificio sovrappensiero, senza rendermi conto che era la terza domenica di dicembre. Ho comprato queste:

[immagine di mutande improbabili che verrà caricata appena arrivo su un fisso]

solo perchè ho pensato che soffocarmi cacciandomele in gola sarebbe stato più pietoso che morire di stenti aspettando di uscire da quell’incubo che neanche Bosch dopo la peperonata di mezzanotte, quello che alcuni ottimisti beoti si ostinano a chiamare col termine improprio di “parcheggio”.

Mutande.

Servite solo per una cosa.

E difficilmente penso a scrivere, mentre succede.

Reggiseni.

Voi sì che siete gente seria.

Il mio modello ideale è in forma di mano, possibilmente doppia, avvolgente e attaccata a una solida struttura portante. Non ho particolari preferenze tra il tipo a sostegno frontale, meglio se dal basso, e quello invisibile che sbuca da dietro e si chiude sul collo. O meglio, ne ho, son sicura, è solo che per certe cose ho una memoria pessima, e c’è un solo modo per rispolverarmela.

L’unico problema è che accade talvolta che questa soluzione reggisenica non sia praticabile. Non parlo di quando capita di correre appresso all’autobus, in quel caso basta sincronizzarsi, che ci vuole, hop hop, è come il bob a due, solo con una o in più. No, è che magari sei in riunione, o a un colloquio di lavoro, o stai tenendo una lezione a giovani virgulti, e improvvisamente li vedi distratti. Non è che puoi interrompere tutto e chiedere “Mi si vede il reggiseno?”, anche se il reggiseno in questione è lì dietro serio e compunto, concentrato nella sua missione, senza dare minimamente nell’occhio, al limite una pausa ogni tanto per un sorso d’acqua.

Che poi, tutta questa attenzione per una parte del corpo la cui unica funzione è quella di scacciapensieri. Funzione nobile, eh, per carità. Ho visto pensieri allontanarsi alla velocità del suono e disperdersi al largo dei bastioni di Orione financo dalle menti più eccelse, in presenza di quelle due cose buffe e morbide sospese alle clavicole. Gente che fa tutt’altro mestiere scoprirsi una vocazione innata come impastatore/trice, senza riuscire ad arrivare mai al punto in cui la ricetta dice “quando l’impasto comincerà a staccarvisi dalle mani”. Persone con una cultura anatomica solida e incontestabile parlarti guardandoti negli occhi ai lati dello sterno.

Manco fossero due erogatori di margarita alla spina. Per quanto l’happy hour sia garantita ugualmente.

Comunque a queste due robe che viaggiano con me come bagaglio a mano ci sono affezionata. Certe sere ci ritroviamo intorno a un tavolo, davanti a una bella doppio malto corposa, io, loro e la forza di gravità. Quella, con le orecchie basse e l’aria impotente, borbotta che non lo fa apposta, e noialtre fingiamo di crederle. Poi le mandiamo il conto. Delle birre e del reparto corsetteria, e ogni volta quella va a pagare brontolando che le costerebbe meno mandare una sonda a spostare l’orbita del satellite dell’ammmore per farcele star su come a vent’anni.

Ha ragione.

(Il dottor Divago in astanteria, ripeto, il dottor Divago in astanteria)

La fredda cronaca.

Non è stato un gesto compensativo. La mia passione per lo shopping è seconda solo a quella per gli inviti a pranzo di mia cognata. La morte per impiccagione è al terzo posto nella mia lista dei passatempi preferiti, per dire.

Ero reduce da una mattinata ai confini della realtà, ma – giuro – non sono entrata nel negozio in preda a impulso riparatore. Non dico “possino cecamme” perchè non mi pare corretto nei confronti del cane-guida.

No, sono entrata mossa dalla necessità. Tutto questo usare i reggiseni come bavaglio per i detrattori della mia ars gastronomica è logorante. Per i reggiseni. D’altra parte, le museruole per terranova le fanno solo in colori chiari, e a me i colori chiari mi sbattono.

Quindi, giocoforza, mi prendo un pomeriggio libero ed entro.

Son lì da circa due ore che annaspo fra quelli papabili quando dalle mie spalle, su un espositore, si proietta un’ombra.

– Posso aiutarla?

– Bghfazsgnaplafurlv.

La signora mi leva gentilmente di dosso tre quintali di pizzi e ferretti e mi aiuta a riemergere nel mondo dei suoni intelligibili. Un occhio le si illumina di rosso. Mi scansiona il busto, controlla le misure dei reggiseni che ho scelto e fa un segno d’assenso.

– Se mi dice quali di questi vuole provare, glieli avvicino nel salottino di prova.

– Tutti.

Sbianca.

Non aggiungo “Sbernie” perchè ho una dignità, in qualche scatolone in cantina dai miei.

– Gliene posso far provare al massimo quattro per volta…

La voce le muore in gola.

– Sarà una lunga notte.

Mi consegna i primi quattro con le lacrime agli occhi.

Dopo dieci minuti si affaccia nel camerino con la faccia distesa di quella che è corsa a chiedere il trasferimento d’urgenza al reparto casalinghi e le hanno risposto picche.

– Come vanno?

– Male.

– Come, male? Faccia vedere.

Spalanca la tenda e si trova davanti “La misura è colma”, incazzatura su pizzo raschel in cui Picasso ritrae una femmina di stegosauro che lotta contro il lato oscuro della forza. Il seno sinistro dietro l’orecchio e quello destro in fondo al gomito esprimono mirabilmente l’inadeguatezza della natura di fronte allo strapotere dell’elastan.

– Le sta benissimo, mi creda.

A momenti mi cava un occhio col naso. Nonostante il sogno della mia vita sia essere esposta al MOMA, la convinco a portarmi i quattro successivi. Finisco per strapparne due a morsi, col terzo ci posso saltare la corda, il quarto mi vale un’offerta di lavoro presso Le Boukkake Elegant Diner Club Privé di Tangeri. Attendo con pazienza che la signora si manifesti con la terza batteria.

Attendo.

Scorrono i titoli di coda di “Ghandi”.

Attendo.

Bezuchov guarda Mosca bruciare.

Attendo.

In un angolo del camerino, quelli che inizialmente parevano pezzetti di carta si rivelano come frammenti delle ossa calcinate dal neon di chi, prima di me, ha atteso il ritorno della commessa.

Attendo.

Un movimento dietro la tenda mi sveglia di botto. Ma è solo il postino che mi consegna una cartolina che la mia pazienza mi manda dalle isole Fiji.

Smetto di attendere ed esco a passo di marcia a prendermi il resto dei reggiseni da misurare.

Rientro dopo un secondo.

Qualcosa mi dice che le politiche aziendali del noto, spocchiosissimo magazzino potrebbero non gradire che i clienti circolino seminudi per il piano dell’intimo.

Houston.

Da animale poco avvezzo allo shopping, ho scelto l’abbigliamento meno adatto a un’alternanza rapida metti-togli-metti. La sola idea di rivestirmi per poi rispogliarmi mi fa venire voglia di fare harakiri con una gruccia. D’altra parte, una scarsa propensione silviopellica mi induce a evitare di finire i miei giorni in quel camerino, nonostante la superficie calpestabile sia superiore a quella di casa mia.

Nel frattempo, un piacente trentaqualcosenne vaga per il reparto cercando nella visione dei perizoma qualcosa che lo trattenga dal tagliarsi le vene mentre la sua fidanzata si prova sei piani di merce esposta, comprese le tovaglie, le tende, le scarpe delle commesse e gli estintori. Ed è a lui che appare in tutto il suo splendore silvestre una strana creatura spettinata, che emerge furtiva dai camerini coperta solo da un paio di collant coprenti avanzati alle Kessler, stivali e una kefia, per grazia della dea involta intorno agli obiettivi sensibili e non al collo. Intorno, lo stesso vivace viavai che segue a un’ecatombe nucleare.

– Mi scusi, ha visto la commessa?

La creatura aliena è, quantomeno, compita.

– Guh?

L’ultimo umano rimasto, ed è stato cresciuto dagli scimpanzè.

– Io amica. Mercante di copripopi-popi, dove lei?

Popi-popi fa fare contatto ai fili. Mima e onomatopeizza a sua volta per confermare.

-Tanti copripopi-popi colorati. Tu visti?

Egli si limita ad indicare, col dito e altre parti del corpo, il punto in cui la kefia non arriva a celare alla vista tutto quel che dovrebbe.

– E.T. Telefono. Popi.

Tira fuori dalla tasca la sua laurea in ingegneria nucleare e inizia a batterla sul cranio di un acaro della moquette in un crescendo straussiano.

Sono molto impressionata, ma ho una missione da compiere. Individuo il cumulo dei miei reggiseni. Ne afferro una bracciata. Nel movimento, la kefia scivola.

Ed è in quel momento che la voce di un crotalo sibila alle mie spalle:

– Carlo, cosa cazzo stai facendo?

Carlo sta facendo quello che interpreta la slide del blocco dello snodo mandibolare a un simposio di otorinolaringoiatri.

Ricompare anche la commessa, con la faccia cordiale di quella che ha chiesto il trasferimento immediato al reparto Miniere di zolfo e le hanno risposto picche.

– Cosa fa qui? Le ho detto che glieli avrei portati io!

– L’aspettativa media di vita è in crescita, ma sono già oltre la metà, signora mia.

Lo affermo con tutto il sussiego consentitomi dall’avere le chiappe al vento e una kefia intorno alle caviglie.

Ma tanto Commessa e Crotalo son distratte dallo gnomone del povero Carlo.

– Segna mezzogiorno. Sono le tre e venticinque.

– Non me ne parli, continua ad andare indietro e non ha i minuti, non le dico il casino quando devo usarlo come timer per la pasta.

Tiro su con un colpo di tacco la kefia e mi dirigo verso il camerino strisciando lungo le pareti. Solo che questa stanza non ne ha più, al loro posto alberi infiniti e piantagioni di espositori, un gancio dei quali mi si conficca sotto una scapola. Non è il dolore, a farmi scivolare di mano i reggiseni con cui mi coprivo, è la forza con cui invoco san Patroclo vergine e sindaco.

Il tenero Carlo fa cavallerescamente per raccoglierli, ma viene congelato da un urlo.

– SITZ!

Chen e l’occidente intero scappano uggiolando.

Lui muove solo gli occhi. Non ci sono finestre da cui buttarsi.

Un, due, tre stella ci fa un sontuoso pippone: quello bloccato a metà dal colpo della strega, io sansebastianizzata ma senza l’allure da icona gay, Commessa, il cui marito si scopre chiamarsi Lot.

Crotalo afferra il fidanzato per le orecchie e lo trasporta via come un’urna cineraria, dando così un senso nuovo all’espressione “le mie orecchie non sono maniglie”.

Due ore dopo, trascorse per lo più a maledire la non univocità delle modellature, gli incroci magici, i cedimenti strutturali, il destino cinico e baro che fa levare dalla produzione tutto quello che mi va a perfezione, dalla Desirée Algida alla Simone Pèrele, e il comune, fottutissimo senso del pudore, quando sto seriamente pensando di legarmi sul petto due orologi a cucù e risolverla così, da un cumulo di cadaveri, emerge un vincitore.

Non credo ai miei quattro cupi occhi.

– Ah, è l’unico non in saldi. Reni o cornee?

Se rinasco.

Oh, ma se rinasco.

L’omologazione è il male ma, se rinasco, giuro che chiedo due tette di misura standard.

Sarò l’unico scarabeo stercorario con una banalissima terza non differenziata e la tessera fedeltà di Tezenis, e sarò felice.

[two o’clock in the morning]

Due meno venti di notte.
Direi che basta.
Per essere una che non sa contare, anche oggi ho dato i numeri a sufficienza.

(sì, lo so che tecnicamente sarebbe ieri, ma alla sola idea che un’altra giornata da vietcong sia appena iniziata senza che sia ancora finita quella precedente mi sparo in un ginocchio)

(e no, non ho la forza di difendermi, se qualcuno vuole aprire un dibattito su quella trappola maledetta che è l’espressione “senza soluzione di continuità” sono pronta a soccombere a mani basse)

Chissà cos’è che spinge tutte queste persone così diverse a pensare che io ne capisca di numeri. Due ore di matematica alla settimana per tutto il liceo, potete immaginarvi la difficoltà del programma: beh, son riuscita lo stesso a portarmela un anno a settembre. Davanti alle divisioni a tre cifre mi gasparrizzo. Le tabelline le so fino a metà di quella del sette, che per una donna è già troppo. Le incognite sono un gruppo di vocalist acid jazz. In assenza di un pallottoliere, conto sulle dita senza vergogna. Finite le dita, finito il conto. E non fatemi dire che ben altro tipo di pallottoliere avrebbe il potere di rilassarmi, ora come ora, che mi viene da sorridere e mi crolla il personaggio scazzato.

Mi raccatto alla meno peggio e mi trascino via da questo posto scomodo dove da dieci giorni passo i giorni e le notti, chiedendomi a che pro pagare l’affitto di una casa in cui dall’inizio dell’anno avrò trascorso sì e no trenta ore. Maledette scadenze. Dieci minuti consecutivi di pausa in orario urbano sono un lusso fuori portata. Conto sulla comprensione dei miei amici più cari affinché non mi levino ancora il saluto. Grogu mi ha fatto scrivere dal suo avvocato. Non sento un notiziario da giorni, l’ultima volta che son passata davanti a una tv c’era Alfano che sparava cazzate sulle unioni civili, quindi forse era il 2002. Non mi ammalo solo perché non ho il tempo di rispondere alle telefonate di mia madre.

Lancio in aria un calcolatore tascabile di probabilità per stabilire se ci arriverò, a casa, o la finirò a dormire in macchina esattamente a metà strada, nel punto più strategicamente nefasto dell’intero percorso. Perchè io non ce l’ho la forza di fare benzina. E non ho voglia di finire sul giornale come quella che ha dato fuoco al quartiere europeo perchè si è addormentata con la pompa in mano.
Che grazie a dio non mi è mai successo, e per cortesia datevi un contegno.

Avvìomi con guida sportiva.

Sportiva, sì.

Tressette col morto, adesso mi vorrete far credere che non è disciplina olimpica. Cazzo lo pagate a fare Sky Sport se poi non guardate le cose importanti.

Il morto, neanche a dirlo. Mi manca solo il cartellino all’alluce.

Immediatamente percepisco un lamento. Controllo dietro, alle volte Amaranta non sia stata eletta domicilio da qualche ubriaco amante delle maison de charme. Nessuno, eppure il lamento non solo persiste, ma cresce e si modula. Ad un’analisi più approfondita si direbbe il Pulcino Pio che fa i gargarismi col sugo alla pescatora e una zampa presa in una tagliola, quindi ne deduco si tratti di Gigi D’Alessio che fa scempio di “Imagine”. Convoglio i fumi delle ultime energie nell’indice della mano destra. Faccela, Sider. Cambia stazione. Te lo devi. Foss’anche l’ultima cosa che fai in vita tua, non puoi schiattare su questo schifo.

Facciocela. Lascio Yoko e la Tatangelo a litigarsi i diritti nel fango e mi dedico a questioni più urgenti. Tipo:

a)   la radio ora produce suoni tormentati che lasciano intendere una certa propensione da parte del Vate di Correggio per l’accoppiamento selvaggio col bue muschiato. La dottoressa Pollera mi corregga se sbaglio, comunque sempre di bovini si tratta;

b)   un signore richiama la mia attenzione dal bordo della strada. Stivali alti mediamente fetish. Pantaloni neri attillati. Tutto molto bello, gioia, ma se alla fine non osi il petto nudo e il boa come speri di sfondare? Vuoi davvero passare le tue notti sul ciglio di una strada ad adescare automobilisti? Non sono neanche le cinque del mattino, nè il tuo compare è abbigliato come un capo Sioux.

Eppure sì, sembra che gli piaccia. Agita la paletta in un modo che dà da pensare cose, cose tipo che quand’era ragazzino, a casa sua il Postal Market arrivasse senza le pagine dell’intimo, e che quello che sa sul bricolage l’abbia imparato guardando più gli sbandieratori al palio di Siena che la sezione selfie di Youporn. Sto per scendere dalla macchina e chiedergli se fa anche addii al nubilato, quando lo sciocco rovina tutto come un Peter Devine qualunque e punta la torcia verso uno dei miei punti più intimi.

E no.

Voglio dire, con uno sconosciuto, senza una parola, banzai, però un minimo di savoir faire. Uno straccio di taglio di luce, uno sguardo d’intesa, un vedo-non vedo. Poi sì, il sapore del rischio, avoja, vuoi mettere come rende tutto più piccante, il rischio teschio senza vischio, però ecco, alcune cose son troppo preziose perchè si consumino in macchina così, esposte, che poi “esposto” è un verbo che si addice a un omero fratturato, mica a. Non scherziamo.

Io alle mie cose più care ci tengo. Questa, in particolare, da quando ce l’ho la porto sempre con me.

In una busta.

In borsa.

Insieme a tre o quattrocento bollette scadute, rate del condominio ignorate, estratti conto da Saturday Night Live dei polli e toh, il numero di telefono di Assurbanipal, lo cercavo da mesi.

Si tratta solo di spiegare la situazione all’appuntato Baryshnikov.

Alle due di notte.

Con la faccia rassicurante di una di cui Belfagor va in giro dicendo “è un tipo”.

Sto per inginocchiarmi, scoppiare a piangere e promettere di non abbandonare mai più Carrie Fisher sull’altare se non mi multa, quando dal buio sbuca il collega.

Mi guarda.

Nonostante l’attività cerebrale ridotta a zero lo riconosco: è il dirigente addetto all’arbitro della mia gara di domenica. Quella del n°2 femmina compensato dal negro.

Mi legge la disperazione negli occhi.

Sorride.

Si avvicina.

–       Buonasera, commissario.

Moses Pendleton sospende la ricerca del tagliando perduto.

–       Ah, ma è una ..?

Mi guarda perplesso. L’aspetto da socia der Monnezza ce l’ho tutto.

–       A casa che è tardi, allora, buonanotte.

Vado a casa, che è tardi.

Pensando che dev’essere dura la vita dell’infiltrato nei carabinieri.