[automatic for the people]

“bello! allora se non ti dispiace faccio anche io un Paolo sul divampò mentre mamma e gli altri giocano a veicoli.”

“Tre secoli fa, i pescatori scavato nicchie nella roccia vulcanica delle scogliere di Santorini. Ora che sono stati trasformati in grotte per ninfe del mare in bikini e miliardari duro corpo che li amano. Questa infame resort tentacolare si siede in cima a una rupe scoscesa in isolamento assoluto. Indugiare sotto il gazebo e poi l’anatra nella suite per un bicchiere di vino e un sigaro. Quando l’abbronzatura è fino al tabacco da fiuto, aggeggi sono fuori in vigore. Mente il fumo del sigaro, però.”

“L’etica contromano della paralisi creativa è bugiarda come un tour operator che consiglia un last minute negli intestini della certezza. E’ come scegliere di non scegliere. Trovarsi dentro uno sguardo caricato a salve che punta direttamente nel buio della verità, nella scarpiera di un serpente.”

Ne uccide più la penna che la spada è roba vecchia.

Superata.

Obsoleta.

Può andar bene giusto per chi subisce il fascino retro di Guy Williams e dei tre moschettieri.

Nossignori, il futuro è qui, è adesso, è nelle armi automatiche.

Se non ci fosso, bisognerebbe invenzioni.

(scova l’intruso e vai con lo swing)

http://www.youtube.com/watch?v=xwV5iOcHf8k

[cambio di consonante crittografico]

Costruite la vostra vagina

Non so voi, ma due secondi fa io avevo davanti un caffè e un monitor. Adesso ho un quadro di Pollock.

Se non avete confidenza col mezzo, prendetevi una decina di minuti per crearvi una vagina e giocherellateci un po’. È necessario che vi immergiate in prima persona in questo mondo per capirlo.

Er.

Uhm.

Sì.

No.

Momento.

Prima di cominciare, decidete quale volete che sia il nome della vostra vagina.

A parte il fatto che non è che una…da sol…cioè, di solito è l’altra pers… è sempre e comunque un nome che se cade in mani sbagliate può segnare la fine di una reputazione. Ma a parte ques-

Una volta scelto il nome, siete pronti per costruire la vostra vagina.

F-E-R-M-I-T-U-T-T-I.

Prima di tutto, effettuate l’accesso registrandovi con l’account che avete scelto per amministrare la vagina.

C’è qualcosa che non torna.

Una volta effettuato l’accesso, cercate il link a “Crea una vagina” sulla vostra home page.

Giusto qualcosa, eh.

Una volta che l’avrete trovato, ecco cosa dovete fare:

  1. Create e categorizzate la vostra vagina: cliccate su “Crea una vagina” e scegliete una categoria. Potete scegliere fra diverse possibilità, quindi curiosate un po’ e trovate la categoria che fa per voi. Attenzione: il sistema vi permetterà di modificarla, ma vi suggerisco di sceglierla con attenzione, nel caso la possibilità di cambiarla sparisca.

Ma… ma…

  1. Scegliete un’immagine. Sarà l’immagine che andrà a rappresentare la vostra vagina, sia sulla barra laterale che come icona che comparirà sui feed di coloro che vi seguono. Prendetevi un minuto e guardate gli aggiornamenti che arrivano a voi. Osservate le icone delle vagine dei vostri amici

MA PER FAVORE!

o comunque di quelle che vi piacciono. Vedete che alcune risaltano più delle altre? Fanno venire più voglia di entrarci. Tenetelo a mente quando scegliete la vostra immagine.

Ma non è così che funziona! Cioè, sì. Cioè, no. Cioè.

  1. Inserite le informazioni. A questo punto, la vagina dovrebbe risultare visibile, anche se apparirà ancora piuttosto vuota. È il momento di riempirla.

Sì, no, ecco, magari in maniera meno perent-

Familiarizzate con la pagina delle statistiche

Se avete effettuato l’accesso e siete l’amministratore di una vagina, dovreste poter vedere il link alle statistiche sulla vagina stessa: numero di fans, visitatori attivi, e un’altra serie di indicatori su come sta andando la vostra vagina.

Praticamente il crocevia tra la Standa, il Sole 24 ore, il terminal 4 di JFK e la tromba delle scale di casa di Belen.

Fate riferimento alle statistiche per vedere se ciò che state facendo sta funzionando – ovvero se sta portando a un incremento del numero dei fans e del traffico sulla vostra vagina – e utilizzatele per ottimizzare la vostra strategia.

Scema io che ho sempre preferito un approccio meno scientifico.

Pianificare i vostri aggiornamenti di stato

Adesso che la vostra vagina è online, è tempo di cominciare a inserire i vostri aggiornamenti di stato.

Senti, capisco l’annosa questione del come definirlo, ma “aggiornamento di stato” mi pare un po’ asettico.

Questo è il vero potere di una vagina – la possibilità di mandare messaggi istantanei ai fans, in modo da mantenere costante il loro interesse e far sì che si affezionino e ci prendano gusto.

Instacunt. L’esatto contrario del mandare messaggi del cazzo.

Cercate il giusto ritmo

Generalmente, due o tre aggiornamenti alla settimana è un buon ritmo per la maggior parte delle vagine.

Stiamo parlando di un’immane carestia o cosa?

Controllate il traffico prodotto dai vostri fans, per affinare la frequenza e trovare quella ottimale per la vostra vagina. Se cominciate a vedere che molti utenti si lamentano della frequenza, o se le statistiche vi mostrano che tolgono i “mi piace” alla vostra vagina, prendete in considerazione l’ipotesi di rallentare.

Rallentare? Con due o tre aggiornamenti alla settimana? Questa roba l’ha scritto un uomo, vero?

D’altra parte, se le statistiche mostrano che la popolarità della vostra vagina è in crescita, approfittatene. Viviamo in tempi accelerati, il pubblico è quanto mai volubile. Oggi magari decanta la vostra vagina come la migliore che abbia mai visto, ma sappiamo che la cosa non è destinata a durare. Quindi prendeteli all’amo. Catturate rapidamente l’attenzione dei fans, o rischiate di perderli.

Il fatto che quest’ultima cosa abbia senso non rende il resto meno preoccupante. Soprattutto l’immagine del decanter.

Siate interessanti e provocatori

Ricordatevi che volete che la vostra vagina risulti interessante al punto da essere condivisa.

Giorni pari o giorni dispari?

Non cedete alla tentazione di un aggiornamento qualunque solo perché sentite il bisogno di inserire qualcosa.

Coi gusti difficili che mi ritrovo? Non c’è pericolo. Piuttosto, viva l’autoaggiornamento.

Ogni aggiornamento noioso incrementa le possibilità che i vostri fans perdano interesse per la vostra vagina.

Veramente l’aggiornamento noioso non arriva manco a vedere il login.

Fate diventare la vostra vagina un luogo interessante dove trovarsi e interagire.

Guarda, pensavo di tatuarmici sopra “Bar dello sport”.

Dedicate del tempo ai vostri fans, sollecitate i loro commenti e commentate a vostra volta i loro. Molti fans sono piacevolmente sorpresi quando il proprietario della vagina risponde ai loro commenti.

Sì, beh, altrimenti a casa mia si chiama “ora del decesso”.

Chiedete espressamente ai fans di cliccare “mi piace” sulla vostra vagina e di condividerla

Non c’è niente di sbagliato ad agire in maniera un po’ eclatante in questo senso. Potreste avere la sensazione che sia fuori luogo, se non addirittura di cattivo gusto, ma se lo chiedete in maniera diretta otterrete più interazioni.

È che non sembra, ma sono timida. A chiedere “oh sì, ti prego, condividimi ora” potrei arrivarci se nella stessa stanza ci fosse Rocco con tutti i suoi fratelli, la nazionale di pallavolo e tre botti di whisky. “Cliccamela” credo che non lo direbbe neanche Sara Tommasi strafatta di bagna cauda.

Un po’ di marketing per la vostra vagina: come ottenere più fans

I visitatori della vostra vagina daranno un giudizio sulla sua serietà anche a seconda del numero dei fans.

Pensavo che questa cosa della serietà l’avessimo superata dopo il ’68. Il 1468.

Se ce ne sono solo trenta o quaranta, il segnale di mercato che invia dice che non è il posto più interessante dove bazzicare e che chi la gestisce non prende la vagina troppo seriamente.

Ma metti che una se la voglia gestire in allegria.

E se non la prende sul serio il proprietario della vagina, perché dovrebbero farlo i visitatori?

La sai la differenza tra un luna-park e il congresso del PD?

Inoltre, se la vostra vagina riceve solo uno o due commenti per volta (o peggio ancora, nessuno), la cosa sembrerà in qualche modo patetica. Sarà deprimente per i fan e, onestamente, anche per voi come proprietario della vagina. È difficile trovare l’entusiasmo per fare due o tre aggiornamenti alla settimana se partite con l’idea che la cosa passi sotto silenzio.

Io non vorrei dirtelo che c’è un solo modo per farla passare sotto silenzio, però.

Chiedete ai vostri amici – specialmente quelli che avete su Facebook – di diventare fan della vostra vagina. Non limitatevi a chiederlo gentilmente, spiegate che avete bisogno che lo facciano. Insistete finché non raggiungete almeno il centinaio.

Senti, ‘a coso, non ho mai dovuto insistere e non intendo cominciare ora che sto finalmente per entrare in nomination come PlayGranny del mese.

Quelli che ho descritto fin qui sono i primi passi per metter su una bella vagina affidabile e funzionante.

Oh, non è mica una station-wagon.

E per il 90% di voi probabilmente servirà allo scopo. Ma se voleste qualcosa di più elaborato? Magari  vi sarà capitato di vedere qualche vagina con un punto d’arrivo personalizzato, a differenza di quello dove tutti arrivano di default. È il caso che seguiate quella strada?

Mah, guarda, a me il solito punto d’arrivo non pareva male. E già c’è gente che ci impiega una vita così, a trovarlo, figurati se glielo sposti.

Onestamente sono scettico riguardo alle vagine troppo elaborate che spostano l’attenzione degli utenti dal classico punto d’interesse. Capisco il desiderio di avere una vagina graficamente piacevole, e alcune di queste vagine hanno un design davvero eccellente. In alcuni casi rendere le cose un po’ più elaborate può avere senso. Per esempio, la vagina di Lady Gaga (Facebook.com/LadyGaga)

Della quale preferirei non sapere niente, in tutta sincerità.

è accessoriata con musica e video.

Scusa, ma quello è Varriale?

In generale, comunque, penso che per la maggior parte delle vagine sia un errore avere un design troppo elaborato. Gran parte del successo di molte vagine è che mantengono la struttura originale, il che evita di confondere i visitatori.

Era quello che ti dicevo. L’altro giorno ci ho trovato uno che chiedeva “vado bene di qui per le trombe d’Eustachio?”. Che non era tanto quello, è che dava un po’ fastidio il gomito fuori dal finestrino.

Per quanto possa sembrare incredibile, la maggior parte degli utenti sa cosa aspettarsi quando va su una vagina.

Sottile sarcasmo, fanno sei etti e mezzo, che faccio, lascio?

Finché avrete queste cose bene a mente, comunque, e finché tenete d’occhio le statistiche che contano (fan e traffico), non c’è niente di sbagliato nell’aggiungere qualche elemento in più alla vostra vagina, o a sperimentare un po’.

Sì, però alla fine è meglio la playstation o il canestro?

[anche goldrake, nel suo piccolo, s’incazza]

[attenzione: il post che segue contiene linguaggio più esplicito del solito. Chi pensa di poterne restare infastidito non venga poi da me a chiedere risarcimenti per l’acquisto di bastoni bianchi o cani guida]

Tutte le cose belle finiscono, usava dire un mio ex riferendosi al proprio periodo refrattario.

Il KME non fa eccezione.

(mettete via i fazzoletti, non è ancora il momento dei ringraziamenti, della commozione e dello smodato consumo d’alcool che farà tracimare oltre gli argini ogni tipo di commento impudico sul fonico del Pan del diavolo)

L’effetto principale della fine del KME è che posso tornare a scrivere.

(non è vero. L’effetto principale della fine del KME è che posso finalmente smettere di indossare le stesse mutande da una settimana.

– Ma che schifo!

– Non ho detto che sono le stesse. Cioè, sì, l’ho detto, e sì, sono le stesse, ma perchè le lavi la notte sotto la doccia e te le rimetti la mattina dopo.

– Le stesse.

– E certo, hai i minuti contati sempre, non te lo puoi concedere il lusso di perdere tempo a cercarne altre. Per quello devi essere brava a sceglierle il primo giorno.

– E se ti capita di… sì, insomma, con…

– Regola numero uno del bravo direttore di produzione: quando si è in servizio non capita.

– Essere incommensurabilmente pirla è uno dei requisiti contrattuali del bravo direttore di produzione?

– Ovvio. E comunque i gruppi girano, la stessa mutanda due giorni di seguito non la vedono mai.

– Sì, ma i tecnici?

– I tecnici sono nella nostra stessa condizione, se capita, capiscono.)

E quindi. È un po’ che volevo condividere una riflessione sulle parole comunemente utilizzate per offendere. E su quanto spesso, a ben vedere, alcune di esse vengano usate in maniera inappropriata.

Puttana, per esempio.

Come ho avuto modo di chiarire ad un collega, qualche tempo fa, “puttana” è una professione, non un insulto. Poi, se vogliamo prenderci tutti a botte di “commercialista!”, “brutto pizzaiolo che non sei altro!”, “figlio d’un geometra!”, “architetto te e tre quarti d’aa palazzina tua!” e “netturbino da quattro soldi”, liberissimi.

Testa di cazzo.

Ora, siamo onesti. Un uomo nudo in avanzato stato di eccitazione è buffo. Se non lo è, o è amore o somigliava bene.

(all’amore, non a un uomo nudo)

In ogni caso, la parte lì, di per sè, è apprezzabile. Talvolta pregevole. Fonte di grandi soddisfazioni, con essa vivremo sempre liberi di peccare e sicuri di ogni turbamento.

Da dove arrivi la valenza negativa resta un mistero.

(mi direte: mica lo scopriamo oggi che le definizioni che richiamano il sesso femminile hanno sempre un’accezione positiva e quelle che si rifanno al sesso maschile sono generalmente sinonimo di negatività. Ma perchè? Passi che siamo noi, sacerdotesse del multitasking, dall’alto di quella irresistibile supponenza revanscista, di quell’incontestabile superiorità femminile che ci rende così amabili – soprattutto quando si abbina a quel pizzico di delizioso autolesionismo che ci spinge a trattare dei maschi adulti come bambini o ritardati mentali incapaci di lavarsi da sè la divisa con cui hanno giocato a hockey nel fango dentro un cassonetto dell’umido, a giudicare dalle condizioni in cui è ridotta – a ritenere “cazzone” un termine tecnico per definire un lavativo buono a nulla. Ma voi?)

E comunque, se mi è concesso, a me uno che urla “testa di cazzo!” mi sa sempre un po’ di Goldrake.

Prenderlo nel – scrivere questo post con due colleghi che improvvisamente, da dieci minuti, hanno eletto domicilio alle mie spalle, e ivi stazionano con scuse poco plausibili cercando di leggermi il monitor per capire con chi ce l’ho sta diventando un esercizio acrobatico, ve lo dico.

Comunque c’è a chi piace.

(prenderlo nel bagagliaio, non mummificarsi dietro le colleghe)

Voglio dire, non è una cosa universalmente riconosciuta come spiacevole. Non è come dire:

“La classe politica bada solo ai propri privilegi, tanto poi chi si prende gli elettrodi sui capezz

“…tanto poi chi si prende il mattarello nel nas

“…tanto poi chi si prende la mattonata sui denti siamo sempre noi”.

(feticisti. quando becchi quello puntiglioso è la fine)

A rigor di logica è piuttosto come dire:

“Le tasse aumentano, l’evasione pure, e alla fine chi mangia le ostriche siamo sempre noi”.

C’è gente a cui piace, altrochè.

(questo post è dedicato alla memoria della mia amica Francesca, che in gioventù, avendole qualcuno fatto notare che il linguaggio portuense mal si addiceva ad una signorina ammodo, elaborò un sistema molto personale per venirne fuori: ogni volta che il demone del turpiloquio la induceva in tentazione si metteva a strillare “Vernellone!”, convincendo così i turisti affollanti Cala Sinzias di aver prenotato le vacanze nell’unica spiaggia dove i vu cumpra’ vendevano ammorbidente)

[brace yourselves]

Suore.

Tz.

Prinz verdi.

Pfui!

Gatti neri che rompono specchi passando sotto scale.

Ma per cortesia.

Signore, signori, è con viva e vibrante soddisfazione che vi informo che l’unica, incontrovertibile, inossidabile espressione della sfiga verace è racchiusa in tre parole.

Che non sono “Sole, cuore, amore”.

Neanche “Cielo, mio marito!”.

E nemmeno “Posso spiegare, agente”.

Nossignori. La triade maledetta, il triangolo che nessuno si preoccupa di considerare, è composta da tre apparentemente inoffensivi – e quindi infidi – lemmi:

Stasera.

Torno.

Presto.

Possibilmente pronunciati socchiudendo le palpebre, sollevando le sopracciglia, con un leggero sbuffo di sufficienza beota nei confronti di qualunque intoppo possa presentarsi e di quei poveracci che non sono capaci di rispedirli serenamente al mittente col timbro “domani”.

Gli intoppi sono permalosi. E non sono mai cani sciolti. Nossignori. Gli intoppi sono una maledetta lobby.

Agiscono in maniera subdola, a valanga. Hanno pure la faccia tosta di seminare indizi, che una parte del vostro cervello coglie come un’immagine subliminale, mentre il resto sbatte, pesta e produce ogni tipo di rumore molesto proprio sotto la crepa nel ghiaccio.

Ore 17.58: – No, ma figurati, certo che vengo a darti una mano quando esco dal lavoro, però tieni conto che al massimo alle otto devo andar via che ho ospiti a casa.

Ore 18.58: – Sì, lo so, non era previsto che passassi qui ad affogare nelle scartoffie invece di rilassarmi sul terrazzo con una birra gelata e in ottima compagnia, ma tanto resto poco, al massimo alle otto vado via che ho gente a cena.

Ore 19.58: – E’ un vero peccato interrompere qui questo lavoro stimolanterrimo che arriva dopo sole altre otto ore di lavoro delirante, credimi, resterei, ma purtroppo devo andar via, ho ospiti a cena.

Ore 20.25: – Ehi, mi hai beccato per un soffio, sto scappando, ho gente a cena e sono in ritardo.

Ore 20.45: – Ma scherzi, ti ringrazio per aver voluto condividere con me il tuo tempo prezioso e soprattutto il racconto dei malanni della tua famiglia dai tempi dei primi insediamenti punici, starei ad ascoltarti per ore, ma purtroppo devo lasciarti perché a casa ho degli ospiti che si staranno nutrendo di bacche e radici, visto che sono ancora qui e non ho ancora fatto la spesa.

Ore 20.55: – Ma porca di quella pala, ci credo che ti ha lasciato per un nazionale di pallavolo cubano se non riesci manco a sentire ‘sto cazzo di verbo senza metterti a piangere, razza di lagna opprimente che non vaporizzo solo perché sono una persona sensibile e dotata di molto tatto, e ora schiodati e lascia che – E LO SO CHE HO DETTO DI NUOVO “LASCIA”, MA SE RIATTACCHI A FRIGNARE TI CHIUDO LE DITA NEL PORTONE, QUANTEVVEROIDDIO! – mi catapulti a casa, dove troverò dei graziosi manufatti a forma di ospiti mummificati e coperti di muffa a forza di aspettarmi.

Cinque minuti.

Mi proietto verso il supermercato più vicino, di cui posso fugacemente ammirare una serranda chiusa che nemmeno Santa Barbara dei Fulmini, sia pur invocata a gran voce insieme ad altre amiche in un rosario fiorito, riesce a perforare.

Tre minuti.

A rotta di collo verso l’ultima speranza. Nello slancio, mi chiudo un lembo della camicia nella catena e faccio il mio ingresso trascinandomi appresso Glorià e il bidone dei rifiuti a cui l’avevo legata. I Tamburi del Bronx chiamano il mio agente e ci offrono bilirubiniliardi perché diventi la loro coreografa. Ma non ho tempo. Frantumo il record olimpico dei 5000 siepi scavalcando cumuli di patate, pile di scottex e transenne di pelati, e alla fine mi spalmo contro il banco dei freschi, che era poi la destinazione finale inserita nel mio gps interno.

Non faccio in tempo a emettere un lamento che alle mie spalle si manifesta Lea Van Cleef vestita da commessa. Sprezzante del pericolo, la ignoro e mi dedico alla mia missione.

E mi rendo conto di avere un problema.

Un grosso problema.

Un enorme problema.

–          Se ha bisogno di qualcosa la prenda in fretta che stiamo chiudendo.

Resisto alla tentazione di risponderle che no, sono entrata di corsa coi barattoli attaccati alle chiappe per capire se posso andarle bene come mezzo di trasporto il giorno delle sue nozze, mica perché mi serve qualcosa.

Resisto perché ho un problema.

–          Temo di avere un problema.

Mi guarda con odio comprensibilissimo. Se non avessi ospiti che mi aspettano in una casa distante cinquanta minuti in bici da qui, e a cui cortesia vorrebbe che si offrisse del cibo, mi odierei anch’io.

–          Mi dica.

Professionale, essenziale, pratica.

Spero non pratica di arti marziali, visto quello che sto per dire.

–          Devo comprare una braciola.

Ho la classica faccia da “terra inghiottimi”. Lei ha la classica faccia da “terra, inghiottila ma prima masticala bene. Se poi volessi sputarla, capirei”.

–          E?

Prendo fiato e applico il Metodo Sider per Farsi Coraggio.

–          Sono vegetariana. Non le so riconoscere.

Mi guarda, indecisa se sbattermi fuori a calci nel culo o strappare di mano lo scopettone con cui il suo collega sta pulendo il pavimento e legnarmi prima. Forse durante.

–          Le sembra l’ora di venire a prendere per il… a scherzare?

–          Glielo giuro.

Mi tolgo il cappello, lo sistemo davanti al muso, abbasso le orecchie e sgrano gli occhioni.

Mi guarda ancora, indecisa se firmare una petizione per la riapertura dei manicomi o cominciare a chiamare il suo avvocato. Alla fine decide che sono una forma di vita aliena ma non pericolosa. Forse. Senza perdermi d’occhio un istante, si avvicina al banco frigo della macelleria, sposta la copertura termica, afferra una malloppa sanguinolenta e fa per porgermela. Istintivamente mi ritraggo. Lei capisce, rimette a posto la malloppa, ne prende una meno grondante, la infila in un sacchetto e me la riporge. La prendo, ringrazio inchinandomi indietreggiando con la grazia di una geisha di Villaputzu, e pedalo verso casa nella notte pensando:

a)      Cristo, ho comprato un pezzo di carne;

b)      l’Apocalisse è vicina;

c)       chissà se la commessa chiuderà la giornata con un “Nonna Isix, Reparto Vai Contro I Mostri Lanciati da Vegan, ore 21.05”

 

[intervallo (in vietnam it was forty)]

Soldati: – 40 all’alba.

Quaranta dì, quaranta nott, 

sbattuu de su, sbattuu de giò.

Che la quarantena abbia inizio: la produzione del KME passa dal livello “avimm’ pazziat'” a Defcon 2 stabile.
Potete immaginarvi il clima, e anche il climax. Las Vegas ci fa un sontuoso pippone.

In più, alcuni di voi ben ricordano la mia naturale inclinazione al fraintendimento di frasi apparentemente innocenti con conseguenze che si potrebbero definire improvvide, se l’aggettivo non fosse totalmente sottostimato. Cose che mi hanno spinto ad osservare con attenzione un antico moroso per smentire la sua teoria che somigliasse a un ratto morto*, o a calcolare le vie di fuga dopo essermi convinta di aver passato una notte di fuoco con uno psicopatico che appena sveglio chiede di far colazione con un’aringa salata**.

Aggiungete una cappa d’afa da stendere un rinoceronte. Non solo ti si felpa la laringe a parlare al telefono, ma ti si moquettano i discorsi pure via mail. L’ultimo dei neuroni sta per uscire sparando all’impazzata pur di farsi crivellare a sua volta in modo che dai buchi dei proiettili spiri un po’ di corrente.

Perciò capite bene che sentire il collega chiedere disponibilità al b&b “Sado mucchetta***” non suoni strano più di tanto.

E’ il rutilante mondo dello showbiz, baby, siamo abituati a ben altro.

Completezza dell’informazione:

*

N (nel bel mezzo di una conversazione a tema viaggi e abilità linguistiche): – Comunque somiglio a un ratto morto.

O (controllando che sia effettivamente sera e il sole non picchi così forte): – Mah, non mi sembra.

N (come solo chi è certo del suo può insistere): – Ma no, è vero, somiglio a un ratto morto, ammettilo!

O (circumnavigandolo): – Ti dico, non mi pare proprio.

N (controllando che sia effettivamente sera e il sole non picchi così forte): – Ma cosa fai? Non puoi stare ferma mentre faccio un discorso serio?

O (a un passo dal chiedere se sia una tara ereditaria): – Seriamente, mi sembra che esageri.

N (a un passo dall’ira funesta): – Vabbè, non sarò al tuo livello, ma nel mio piccolo davvero somiglio a un ratto morto!

O (improvvisamente interessata): – Cosa vuol dire “non sarò al tuo livello”? Adesso somiglio a un ratto morto anch’io?

N (onestissimo): – Eh, ma non prendertela! Comunque no, tu sei così da quando ti conosco.

O (improvvisamente inerme davanti alla cruda realtà): – Ah, ma non me la prendo mica. Il mio ragazzo trova che io somigli a un ratto morto, sono lusingata. Me ne vado.

N (nella sua migliore interpretazione di Arnold): – Che cavolo stai dicendo, Sider?

O (la cui spiccata sensibilità si contrappone al gretto materialismo maschilista): – Che me ne vado.

N (riavvolgibobinico): – No, prima. Topo morto..?

O (moralsottotacchica): – Ratto. Morto. Quello a cui dici che entrambi somigliamo. Vado.

N (neuroshakerato): – Ma sei fuori? E quando l’avrei detto?!

O (candicamerabdomante): – Ma è mezz’ora che lo ripeti! Somiglio a un ratto morto, somiglio a un ratto morto!

N (esterrefatto): – In inglese!

O (pavloviana): – I look like a dead rat.

N (centodiciottico): – Ma no, dicevo, in inglese SON-MIGLIORATO-MOLTO!

O (malkoviciana): – Uh.

**

Alassio, tardissima mattinata di prima estate che lambisce concupiscente l’ora di pranzo. Luce che filtra dalle persiane accostate. Risveglio pigro e sornione, con l’aria fintomodesta di quelli che han dato spettacolo tutta la notte fra gli applausi dell’intera Riviera di Ponente.

K (baciandole una spalla): – Buongiorno.

O (voltandosi languida): – Buongiorno. Dormito bene?

K (affondandole la faccia nell’incavo del collo): – Mmh. E sto morendo di fame. Mangerei volentieri un’aringa salata.

O (raggelata): – Uh. Oh. Mi sa che devo andare.

K (perplesso): – Ho detto qualcosa che non va?

O (fintoindifferente): – No no. Figurati. Le aringhe salate, eh, ma scherzi, le aringhe salate sono la mia, uh, la mia passione, a colazione, poi, le aringhe salate, è fantastico, ho appena passato la notte con un pazzo che chiede aringhe salate appena sveglio, chissà dove tiene le teste delle donne precedenti, hahaha, ti spiace se mi calo un attimo dalla grondaia e fuggo via così come sono?

K (visibilmente sollevato): – Hahahaha, mi ero scordato che hai questa fantasia assurda che ti fa sembrare un po’, ma giusto un po’ disturbata, hahahaha, sei fantastica, voglio passare il resto dei miei giorni con te, a proposito, tu nella RICCA INSALATA cosa ci vuoi?

***

C (impegnato in altra conversazione a mezzo metro da me): – …chiamo al Sado Mucchetta e vedo, se c’è posto lì è più comodo e costa anche meno.

O (improvvisamente interessata): – Sado Mucchetta?

C (candido): – Sì, è nuovo. Lo conosci?

O (immaginifica): – Mai sentito. Muccassassina ha aperto una branca “hotel de charme”?

C (ignaro delle brutture del mondo): – Eh? Non lo so, ho solo paura che sia un pacco, il proprietario mi sembra un po’ rozzo.

O (ecumenica): – Non è il mio genere, ma c’è a chi piace così. Per curiosità, chi ci stiamo mandando?

C (innocente): – I Cans of piss. Ma poi mi chiedo, ok SA DOMU che vuol dire “la casa”, ma CHETA cosa mi sta a significare?

[trilogia sporca dell’avana – 2]

Undici di sera. Cambio palco fra gruppo spalla e headliner. Si presenta con la grazia di un tifone tropicale.

TT (diavolopercapellica): – Esigo il rimborso del biglietto!

O (inattaccabile dagli agenti esterni): – Buonasera anche a te, Katrina. Qual è il problema?

TT (musodurica): – Il problema è che siete dei truffatori!

O (olimpica): – Non è che sei la sorella di quella che sbaglia giorno e si ritrova Salmo invece dei Marlene Kuntz e s’incazza perché sui manifesti non c’era scritto in corpo 250 “Hai capito Razza di Rimbambita, codice fiscale RZZ RMB 70K47 B354Q, giusto per non dire che siamo vaghi e generici, il 12 i Marlene, il 13 Salmo, se leggi male son cazzi tuoi”?

TT (solidale): – Ah, lo vedi che date informazioni sbagliate? Sul mio biglietto c’è scritto “inizio ore 21”. Sono le 22.50 e ancora non hanno iniziato. Se entro dieci minuti non cominciano io voglio il rimborso!

O (arbitrale): – Effettivamente ci stanno mettendo un po’ col cambio palco, ed effettivamente hanno iniziato alle 21.30 anziché alle 21, però a onor del vero il gruppo spalla ha cominciato a suonare più di un’ora fa.

TT (come avesse appena morso una mela e ci avesse trovato mezzo verme): – Ma a me la salsa mi fa cagare.

O (come davanti a un elettore del PDL): – Confesso di non essere informatissima sul mercato dei lassativi, ma pensavo che l’archiatra palatino potesse suggerire qualcosa di meglio di un concerto interamente a base di ritmi caraibici, Vostra Grazia.

TT (iniziata): – Non hai capito. Io sono qui per il comunismo.

O (pratica): – Potevi dirlo subito. Panini bambini e cipolle, li trovi al bar dietro le tribune.

TT (sagace): – Ma mi prendi per il culo?

O (cherubinica): – Possa il Signore fulminarmi in questo istante. Serve altro?

TT (moscalnasica): – Sì! Che inizino! Altrimenti chiedo il rimborso, anzi, lo pretendo!

 

Ora. Voi che mi conoscete potete immaginarvi il finale. Gli altri possono scegliere tra queste tre opzioni:

  1. i comunisti attaccano finalmente a suonare, la tipa mi molla lì come se non ci fossimo mai parlate e verrà fatta oggetto di lancio di sigari accesi dal palco per aver steccato malamente su “Hasta siempre, Comandante”;
  2. nel tentativo di resistere alla tentazione di risponderle secondo i dettami del beato Raffaele Riefoli, fingo un attacco di tosse canina che allarmerà l’unità di soccorso, verrò caricata in ambulanza e portata a sirene spiegate presso la Ozzy Osbourne Rehab Clinic di San Francisco, scampandomi pure lo smontaggio;
  3. con un riflesso pavloviano da manuale, mi sgorga dal cuore un “in nome dell’amore, se c’è”, la tipa resta a fissarmi interdetta per una frazione di secondo, guarda a destra con la coda dell’occhio, guarda a sinistra con la coda dell’altro occhio, si accorge che siamo sole in un angolo buio, fa un cenno con la testa e scappa a gambe levate senza più nulla a pretendere. Leonix scappati dal circo, mai più senza.

[e siamo tutti come willy coyote]

Caserma dei vigili del fuoco, ore 11.30.

Outsider (facendo rotolare in bocca un sorso d’aria condizionata): – Buongiorno signora, ecco qui la richiesta per domani.

La signora De Pompieriis mi scruta perplessa, ma professionale. Si avvicina al banco. Mi osserva ancora con fare entomologico, cercando di collegare l’entità che ha di fronte ad una pratica evidentemente avviata.

Non ci riesce. Ma è donna di mondo.

SDP (fintadinullafacente): – Mi ricorda il riferimento, per cortesia?

O (stupita ma preparata sull’argomento): – Vox Popooly, 1 agosto, arena.

SDP (collegante, sbigottita): – Ah, ma è lei! Ci siamo sentite dieci minuti fa! Mi scusi, non l’avevo riconosciuta.

O (sollevando il borsalino sulla fronte e accendendo una paglia): – Sono così  cambiata da ieri, baby?

SDP (pietosomenzognera): – Eh, cosa vuole, sarà il caldo. Per curiosità, ma è passata dallo sterrato?

Se prima i suoi sette colleghi non stavano badando a noi, adesso lo fanno (otto entomologi per me posson bastareee).

Sapete quella sensazione, quella quando realizzate di essere l’epicentro di un imbarazzo collettivo e vorreste avere un tasto di riavvolgimento rapido per riportare il mondo all’istante in cui siete ancora davanti alla porta e – saggiamente – darvi una cazzo di occhiata in uno specchio, un vetro, una pozzanghera prima di varcarla?

Da quello che i poveri di spirito e di aggettivi squalificativi chiamano volgarmente “ufficio” alla caserma dei vigili del fuoco ci saran tre chilometri.

Tremila metri da percorrere pedalando sotto il sole a picco e 72 gradi all’ombra, ok, ma è pur sempre la fine di luglio, e gli scafandri condizionati si trovano solo al mercato nero. Quindi non è questo.

Potrebbero essere i nugoli (plurale) di insetti ragnomosceriformi, beige, schifosi nei quali mi sono infilata uno via l’altro con uno sbuffo di superiorità verso le dipendenze da antistaminico, inopinatamente convinta che fosse polline?

Potrebbe essere la mia innata incapacità di star lontana dall’acqua ogni volta che posso ficcarmici dentro, foss’anche lo spruzzo d’irrigazione di un’aiuola tarato male?

Potrebbe essere la nuvola di bitume liofilizzato di cui mi hanno omaggiato gli Hell’s Asfaltators dando prova di un tempismo straordinario?

Potrebbe essere la croccante granella di terra con cui mi ha condito il signor Franco, autista di pala meccanica al soldo dell’ANAS, assorto nel suo ruolo al punto da non cogliere l’accorato richiamo del collega che lo invitava ad aspettare che passasse la ragazza (?) in bicicletta?

Tremila metri. A correrli nella specialità siepi, passando attraverso le medesime, ne sarei uscita più pulita.

E comunque, se qualcuno ha una secchiata di nero di seppia che gli avanza, basta uno squillo.

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