[un giorno questo dolore ti sarà utile]

Dice, motivi validi.

I motivi validi son solo tre: un fottiliardo di soldi, una partenza intercontinentale o Robert Downey Jr. nudo nel tuo letto che ti sussurra in un orecchio se per favore potete provare ancora la scena del rodeo, honey please.

Che tu pensi, guarda Robbe’, giusto perché sei tu e fra quattro ore c’hai l’aereo per Los Angeles e chissà quando ci rivediamo, altrimenti io a quest’ora di solito mi pregio di dormire il sonno del giusto.

E se mi svegliano, faccio in modo che dorma anche lo svegliante.

Per sempre.

 

Sì, perché di motivi validi non ce ne sono mica altri.

Son questi qui e basta.

In qualunque altro caso ci si ritrovi a svegliarsi all’alba, di domenica mattina, d’estate, bisogna essere ben consapevoli di essere degli incommensurabili pirla e star pronti ad assumersi la responsabilità di qualsivoglia conseguenza derivante.

Che poi non ho capito perché parlo così in generale.

Pirla Sider, molto lieta.

 

Domenica mattina. Estate. Maledettamente presto.

Il sole non è ancora sorto e mi son già guadagnata la copertina di Elle Decor.

Dice, le soluzioni architettoniche, la controsoffittatura, il vetrocemento.

Cazzate.

Vuoi abbellire la tua cucina aprendo un lucernaio nel soffitto?

Metti la caffettiera sul fuoco avendo cura di dimenticarti di riempirla d’acqua.

Dice, hai un talento.

No.

Il lucernaio nel soffitto è creatività, è scienza, è ricerca, è cura del dettaglio, ma non talento.

Alzarsi all’alba e riuscire comunque ad arrivare tardi all’appuntamento perché quando ti lavi inavvertitamente la faccia col dentifricio sciacquarsela porta via tempo, questo è talento.

 

Il sole non è ancora sorto e ho già fatto fuori un calendario, con particolare riferimento ai santi protettori della campagna, delle oasi faunistiche e delle escursioni.

Io la odio, la campagna.

Le escursioni, mi fanno ribrezzo.

Le oasi faunistiche, non passa giorno senza che firmi una petizione per asfaltarle.

Sono un animale metropolitano. Amo le città. Nelle città ci sono le case, e nelle case ci sono i letti.

Dove la domenica mattina si dorme, porcadiquellavacca.

 

Il sole non è ancora sorto e mi squilla il telefono.

– Ti pare il modo di rispondere?

– Perchè, mamma, cos’ho detto?

– Hai chiesto chi era con una parolaccia.

– Ma figurati, chffshhhferenza, khhhapito male, ho detto chibhhazzzfrrrrpurè.

– Uhm. Vabbè, era solo per chiederti se vieni alla festa di compleanno di tua nipote, oggi pomeriggio.

– Eh, te l’ho detto che non posso, ho partita.

– E io te l’ho detto che ho fatto un corso di internet?

Oh, cazzo.

– E, uhm, cos’hai imparato?

– A cercare le designazioni sul sito dei mondiali.

– Chhhfzzzzzccidenti, bwwhhhhalleria.

(creare pagina che spiega come a digitare “blog figlia” su Google esploda il computer, segna: urgentissimo)

 

Il sole è appena sorto e mi ritrovo a fissare dall’alto un manufatto antico e prezioso, una trina modellata dal vento e della salsedine, un merletto brunito dal tempo, un pizzo valenciennes di metallo creato dalle sapienti mazze dei mastri siderurghi, i cui segreti sono ormai perduti.

 

Dice, ma è una cazzo di scala arrugginita che cade a pezzi.

Bruti. Gente che non ha il minimo senso della poesia, della bellezza, dell’arte decadentista.

Eppoi dobbiamo solo ammirarla da qui, mica dobbiamo scender…

Noi non dobbiamo scend…

Vero che noi non…

MA E’ UNA CAZZO DI SCALA ARRUGGINITA CHE CADE A PEZZI!

C’è bisogno che scenda in dettagli sul seguito?

Lo ribadisco, Darwin non era mica un cretino.

Di undici esemplari di Escursionista Beotis, uno e uno solo riuscirà nell’intento di infilzarsi con l’ultimo spuntone arrugginito dell’ultimo residuo di quello che una volta era stato un gradino, e perpetuerà così la nobile specie di Homo Quod In Futurum Cum Mentula Hic Deambulatibus.

Porto a termine la maledetta escursione con l’eleganza discreta della comparsa su un set di Romero. Gli altri viandanti portano a tracolla una borraccia, io ho una cartucciera portamadonne. Ogni tanto ne lancio una.

Ognuno sarà ben libero di sentire nella propria testa le voci che preferisce. Le voci nella mia testa, stamattina, gridano a raffica “PULL!”.

– Aspetta, cosa sta riportando Spot, una pernice? 

– Sembra più un fenicottero. Ah, no, è una madonna.

– Nah, troppo legnosa per grigliarla. Meglio gli hamburger di cammello, lascia, Spot.

 

Due del pomeriggio. 54°C.

Suono alla porta della prima guardia medica utile.

Altro che “Amo il mio carabiniere”. Bisognerebbe aprire una pagina su Facebook intitolata “Amo la mia veterinaria”.

– Il taglio è profondo?

– Boh, non si capisce.

– Come sarebbe, non si capisce?

– Sarebbe che sanguina un sacco e ho paura di guardare.

– Ma il piede è ancora attaccato?

– Ti pare che me ne vada in giro saltellando con un piede in tasca?

– Che ne so, fai cose strane.

– Io.

– Vabbè, ancora con quella storia delle mollette.

– Detto niente. Men che meno mi sogno di fare commenti sulle persone che si rifiutano di stendere foss’anche una mutanda, se non hanno le mollette coordinat…

– Basta cianciare. INFERMIERAA!! KIT PER AMPUTAZIONE!

– Glauco, sta’ buono che me la fai schiattare d’infarto.

– E che problema c’è? Si prende un capriolo, gli si espianta il cardiocoso a mani nude e si sostituisce.

– A proposito di animali, per caso nei pressi della scala arrugginita trafficano vacche o maiali?

– No, solo pantegane e cani randagi.

– Allora l’antitetanica è meglio farla. Vai alla guardia medica.

– Un’iniezione?! Non se ne parla.

– INFERMIERAAA! SEGA STERNALE!

– Sì, alabarda spaziale, Glauco, il taglio è su un piede.

– Eh, ma ormai l’infezione avrà già raggiunto i centri vitali, ci resta poco temp…

– …usano un ago piccolo, vero? E me la fanno in anestesia totale, sì?

Comunque.

Il medico.

Massima stima, per carità.

Salvare vite, missione nobile, quello che volete.

Ma è un mestiere che non farei mai.

Spesso ci si ritrova a lavorare in condizioni estreme. Vi pare facile presidiare un ambulatorio fresco e silenzioso in un paesello deserto, assediati dal profumo di muggine arrosto che arriva dalla casa affianco e riduce le pareti del vostro stomaco a una poltiglia sbavante e priva di raziocinio?

(sì, lo so, sono una brutta persona. qualche anno fa ho avuto una discussione pacatissima con una conoscente che si era appena laureata in medicina e aveva iniziato a fare le guardie. lamentava di non riuscire ad arrivare a fine mese con soli 1600 euro. e lo faceva spalmandosi il muso di burrocacao marcato Chanel. ora, io sono una bruttissima persona, lo confermo e lo accendo, però sono pronta a rivedere le mie posizioni quando mi rendo conto di agire sulla base di un pregiudizio. non è vero che i cosmetici Chanel non valgono il prezzo esorbitante che costano. qualunque altro burrocacao infilato nel naso l’avrebbe portata a morte certa per asfissia, invece quello Chanel le ha solo risolto il dilemma “respiro o continuo a sparare cazzate?”. amici dei laboratoires Chanel, vi devo delle scuse)

 

La dottoressa di guardia non apre un dibattito sull’iniquità del trattamento retributivo. Non chiacchiera di cosmesi o di griffe. E nemmeno mi visita, impegnatissima com’è a tirar su col naso. Un compito gravoso, diononvoglia venga interrotto, le conseguenze sarebbero catastrofiche.

Quando mi chiede dove ho la ferita, tiro su la caviglia per mostrarla. Lei sillaba “c-a-v-i-g-l-i-a” sul registro, poi resta a fissarla.

Io sempre con la gamba a mezz’aria. Oriella Dorella, sei ‘na peracottara.

Dopo cinque minuti di concentratissima osservazione diagnostica: sinistra.

Tutto da sola, senza neanche l’aiuto del bollino rosso e verde delle Kicker’s.

Quando azzardo a chiederle se l’antitetanica che mi sta prescrivendo è davvero necessaria, suggerendo che mi dia un’occhiata e magari mi medichi come si deve, digrigna i denti e si sbottona il camice.

Sotto ha una maglietta “Vivisector: no limits”.

Che poi, mi dico uscendo, se medicarsi con un impacco di paglia e sterco di bue andava bene per gli antichi, andrà bene anche per me.

O no?

 

Due e dieci del pomeriggio.

Temperatura: 59°C.

Scopro la differenza fra farmacia di turno e farmacia di turno 24 ore.

La farmacia di turno è quella che espone il cartello “Pensate di sentirvi male da qui alle 17? Cazzi vostra”.

La farmacia di turno 24 ore, invece, è quella che ti risponde dal citofono che ha finito il farmaco che ti serve.

 

Due e mezza del pomeriggio.

Temperatura effettiva: 69°C.

Temperatura percepita: 451°C.

Ultima fermata: pronto soccorso.

Tra sudore, polvere, ruggine, sangue, sterpi, cerotti e brandelli di anime di defunti altrui, sembro la bambolina voodoo di uno spaventapasseri. Capisco la difficoltà nel trovarmi una collocazione nel regno animale al fine di registrarmi.

– Nera…ah, no, aspetti, è solo zozza. Facciamo bianco sporco, razza caucasica, donn…uhm, vabbè, scrivo “mammifero”.

Capisco meno la bomba che Enola Triage mi sgancia in faccia senza preavviso.

– Antitetanica, eh? Se la vuole, sappia che si tratta di un derivato del sangue umano, quindi la fa a suo rischio e pericolo.

– Scusi?

– È come una trasfusione, potrebbe essere sangue infetto.

Mi affaccio fuori.

La targa sul muro conferma che mi trovo presso una struttura sanitaria ufficiale, non nella cucina di una mammana.

(a dirla tutta, secondo la targa, la stessa struttura sanitaria risulta intitolata a un santo, che è una cosa che trovo sempre inquietante. Ma è anche vero che siamo il paese la cui strategia per accedere agli ottavi di finale ai mondiali è “butta la palla e prega”)

-Allora, firma?

– Scusi, ma non potrei essere visitata prima? Magari neanche serve.

– Eh no, una volta che ha deciso, ha deciso.

– Cioè, me la fate per forza anche se non serve? Sia gentile, mi faccia parlare con un medico.

– Non si può, sono tutti impegnati.

La sala d’attesa del pronto soccorso è deserta, a parte due signore appisolate in un angolo. Fa troppo caldo anche per farsi male.

– Gli dica che c’è una paziente rompicoglioni che ha la tendenza a diventare rompicoglionissima.

Tempo venti secondi e sono dentro.

 

– Beh, è vero, l’immunovattelapeschina è un derivato del sangue umano, ma non è il caso di fare terrorismo. Siamo un ospedale, controlliamo tutto. Semplicemente, quel sangue potrebbe contenere un virus non ancora scoperto e lei se lo beccherebbe tutto.

– Fantastico. Alternative? Non so, la butto lì: visitarmi?

– Nicola, scopri la ferita della signora. Ah, ma è superficiale, io al posto suo non la farei.

– Quindi non serve che la faccia?

– Io mica ho detto questo. Deve decidere lei.

– Mi faccia capire, chi è il medico di noi due?

Il medico è quello che segue il mio sguardo andare dal vassoio dei bisturi alla sua coscia, cosa che lo porta finalmente a spiegarmi in dettaglio la vita e le opere del tetano, imprevisti e opportunità del vaccino, elementi di amministrazione delle aziende sanitarie e la ricetta segreta della sua bisnonna per il maiale al salmone.

– Se le faccio una medicazione come si deve, ci metto su anche una monografia di Jenner e le dò di resto due flaconi di benzodiazepine, mi promette che smette di fissare i bisturi?

Se prometto, poi mantengo.

Mentre Nicola dimostra a quelle sciacquette di MilanoVendeGarze come si fa una petite medication blanche, mi squilla ancora il telefono.

Ma stavolta non mi avrete.

Diamo un senso a questo calvario.

– Dottore, una cortesia. Potrebbe, uhm, enfatizzare un filo la medicazione?

– Vuol dire come se la ferita fosse più grave di quello che è?

– Esatto.

– Guardi che posso farle un certificato medico, cosa si deve scampare?

In quel momento, su whatsapp mi arriva la foto di un metroquadro di torta. La mostro.

– Ma che roba è?

Nicola sposta un occhio dalle garze e sentenzia:

– Sembra Peppa Pig che si ingroppa un Mini Pony.

– Iddiobenedetto. Festa di compleanno?

Annuisco.

-Nipote?

Riannuisco.

– Quanti anni?

– Sei.

– Figlia di?

– Dottore, non mi faccia dire.

– Intendevo, figlia di fratello?

– Sì.

– Il che presuppone una…

– Cognata.

– Nicola, molla le garze e ingessa la signora fino al bacino.

 

(tanti auguri, Nipotastra. un giorno capirai)

 

[corno rosso non avrai il mio scalpo]

 

Profumo di pulito.

Non faccio in tempo a portare il secondo piede oltre la soglia che mi investe in pieno.

È una frazione di secondo, nessuno si accorge della frenata brusca né dell’impercettibile colpo di frusta che mi scuote. Tempo di arrivare al centro della stanza e, come un tentacolo, mi sviscera una narice, rimbalza sullo sfenoide, sfrizzola il velopendulo e mi inonda di freschezza mattino-sera.

Mi invitano ad accomodarmi intanto che.

Rapida scansione del divanetto: niente macchie, niente peli, niente croste, niente bave canine, niente che richieda un trattamento disinfettante a base di lanciafiamme e agente orange per potercisi tornare a sedere.

È…pulito.

La cosa m’inquieta. Deve esserci un trucco. Non può non esserci.

Resisto alla tentazione di inginocchiarmi e controllare sotto. La signorina della reception mi osserva perplessa mentre faccio per sedermi con l’aria tesa di quella che sa che il primo sfioramento di chiappa innescherà un detonatore.

Resto sospesa a un millimetro dal divano, la chiappa, una sola, contratta in un equilibrismo che manco sui cessi dell’autogrill il giorno della partenza intelligente. Miseria, c’erano ancora un sacco di cose che volevo fare. La transiberiana. Arbitrare la finale di Champions. Il secondo bagno della stagione. Finire il libro che sto leggendo. Giocare agli idranti.

Mi risollevo di scatto.

La receptionist si senta libera di pensarmi devastata dalle emorroidi, non m’interessa, ma io non finirò i miei giorni esplodendo anzitempo su un divanetto troppo pulito per essere vero.

Nel frattempo è entrato un altro ragazzo, fanno accomodare anche lui. Si siede con un movimento fluido.

Non ho il tempo di cercare un riparo, penso velocissimamente “addio e grazie per tutto il pesce” e assumo quella che dovrebbe essere l’espressione intensa di chi attende la deflagrazione in 3, 2, 1, e invece, da come mi guardano, sembra solo quella di una che soffre di evacuazione difficoltosa.

(chiedere il rimborso del corso “Stanislavskij, chi era costui?” comprato su Groupon a 9€, segna: da fare)

(proporsi a Groupon come Expression Trainer del corso “Essere Nicholas Cage” a 19€, segna alla voce: cogliere le opportunità dove non ci sono)

(piantarla di divagare e tornare al punto, che persino alla pazienza degli zebù c’è un limite, segna: urgente)

Non succede niente.

Manco una nuvoletta di fumo.

Manco lo scoppio della bolla di una big babol.

Il tipo acchiappa una rivista dal tavolino, si solleva lo scroto con la maschia spregiudicatezza di colui che sa di non dover chiedere mai, accavalla le gambe e si mette a leggere.

La receptionist risponde al telefono senza pronunciare le parole “reparto grandi ustionati”.

Nessuno si accorge della scritta “come cazzo ho fatto a sopravvivere finora?” che scorre luminosa sopra la mia testa, seguita dalla data di oggi, dall’ora esatta, dalla temperatura, dalle informazioni sul traffico e dalle farmacie di turno.

Come cazzo ho fatto a sopravvivere negli ultimi anni rassegnandomi a lavorare in un ambiente più adatto alla coltura dei batteri della salmonellosi che al lavoro retribuito è una domanda che mi avvilisce. Perché conosco la risposta, e non mi piace.

Fortuna che la receptionist si riavvicina per pregarmi di pazientare ancora qualche minuto, scusandosi per l’attesa e chiedendomi se intanto gradisco un caffè. Che mi porta un minuto dopo in una tazzina di porcellana dalla linea futurista.

Riflesso condizionato, ci butto dentro un occhio prima di bere.

Nessun pelo di cane. Nessun residuo organico. Nessun nemico dell’igiene che si mette in posa per i fotografi sfoggiando una maglietta “Non metteremo la terza stella”.

Pulito.

Sta a vedere che è possibile.

E poi, finalmente, il grande capo è pronto a ricevermi.

Per quanto abituata a mantenere un aplomb britannico in qualunque situazione

– Out, scusa, ho qui una zucca gigante trainata da topi, dice la municipale che senza pass per la ZTL non possono entrare ma non capiamo dove sia la targa, no della zucca, dei topi, la zucca figura come rimorchio, aspe’, te li passo.

– Buongiorno, sono Giulio Einaudi, volevo chiederle il permesso di usare un suo status di Facebook per la fascetta del nuovo libro di Nesbø.

– No, lascia stare, coi topi in ZTL abbiamo risolto, adesso ho il problema dei Fraceecos, il cantante ha cacciato l’acupuntore dal backstage perché non aveva anche il brevetto da paracadutista, tie’, parlaci te che sei diplomatica.

– Ciao, siamo i Lacuna Coit, ci hanno detto che con un nome così non potevamo che rivolgerci a te, ti andrebbe di curare la nostra comunicazione?

– Out, cara, senti, non ti spaventare se quando apri il bagagliaio di Amaranta per aprirla mi ci trovi dentro incaprettato, niente di che, il marito di una mia amica è rientrato prima dal lavoro e son dovuto venir via com’ero, non ti dico con cosa sto scrivendo questo sms.

non riesco a trattenere un moto di sorpresa. Il grande capo è Christopher Walken. Lui. In persona. Non pensavo parlasse un italiano così fluente. Avrà casa in Toscana o a Pantelleria pure lui.

Per cinque minuti mi glassa di complimenti scanditi dal picchiettare di un dito sul plico che ha davanti. La versione 22.0 del mio curriculum, quella che comprende solo le attività rilevanti per questo settore, epurata dal resto. Parla con voce studiata e non lesina nel mostrare come il suo dentista si sia guadagnato il 18 metri attrezzato per la pesca d’altura. Intanto che arriva al dunque, osservo il suo studio: boiserie di noce del Fantastiliardistan, moquette di cachemire superfino alta mezzo metro annodata a mano da bambini persiani con un QI non inferiore a 310, blocco per appunti in pergamena filigranata dai maestri miniatori della scuola di Würzburg con midollo di moffetta albina, un quadretto piccolo con un travestito che sorride ambiguo e una maglietta con la scritta “Louvre sucks” che si intravede sotto la veste.

Bussano.

Daniel Barenboim si affaccia per chiedere se gradisce un po’ di musica di sottofondo. Lui sfarfalla una mano a significare che ha cose più urgenti, ora, il maestro si ritira con un inchino e chiude la porta senza far rumore.

Sulla scrivania di cristallo scarpettiforme e fili di caramello avvolti in foglia d’oro zecchino, un sottomano in pelle di amministratore delegato, la foto di quattro mocciosi sorridenti in grembo ad Angelina Jolie e una collezione di corni e cornetti ricavati da pezzi unici della barriera corallina.

– …la conclusione è che lei è proprio la persona che fa per noi.

– Me ne compiaccio. Adesso però avrei bisogno di qualche dettaglio su cosa vorreste che facessi, per voi.-

– Mah, guardi, fosse per me le affiderei le chiavi dell’agenzia e mi ritirerei tranquillo a vita privata.

– Il che di solito lascia intendere che i conti non siano proprio impeccabili.

18 metri. Forse anche 24.

– Mi avevano detto del suo umorismo pungente. Ma non voglio tediarla oltre, parliamo d’affari: come saprà, la nostra responsabile della comunicazione sta affrontando un problema di salute piuttosto grave. Speriamo tutti si possa risolvere in breve tempo e nel migliore dei modi, ma nel frattempo lo spettacolo deve continuare, e vorrei fosse lei a mandarlo avanti.

Si piazza in mano il cornetto più grande e va avanti spedito senza darmi tempo di aprire bocca.

– Abbiamo in ballo dei progetti importanti, dai quali dipendono le sorti dell’agenzia nella breve e media scadenza. Parlo di prestigio e liquidità immediata. Parlo del mantenimento di posti di lavoro. Parlo di responsabilità. Parlo di avversari pronti ad approfittare della più piccola debolezza senza guardare in faccia nessuno. Lei è esterna ai giochi di potere, ha fama di essere incorruttibile e di saper gestire le criticità come pochi altri. È inattaccabile sul piano etico, e riesce, a quanto mi dicono, a creare un ambiente di lavoro creativo, motivato, dinamico e sereno. Ha tutte le competenze che servono. E, per quanto ne so, al momento non ha un’offerta migliore.

– Mi prospetti la sua e le dirò se è vero o meno.

Mi piace parlare della canna del gas come se non fosse presente.

– Sincerità per sincerità, glielo dico chiaramente: non le sto offrendo un contratto a lunga scadenza. Gli accordi con la nostra attuale responsabile della comunicazione sono tali per cui, non appena le sue condizioni di salute miglioreranno, il suo reintegro sarà immediato e definitivo. Quella che le sto offrendo è un’occasione.

Cinque euro che lo dice.

– Un’occasione di visibilità irripetibile.

– Ho appena vinto cinque euro.

E uno spoiler sul resto della conversazione, temo.

Si accorge del cambiamento di luce nel mio sguardo. Le dita che prima sfioravano con nonchalance il cornetto adesso cominciano a premere e a contrarcisi sopra. Il sopracciglio si fa grave sull’occhio azzurro. Vai, Christopher, zàccaci la scena madre.

– Non pensi che non capisca il suo scetticismo. Ma mi darà atto che la nostra agenzia ha un nome e una storia. Un nome e una storia che non intendiamo certo compromettere con proposte indecenti. Lei qui avrà a disposizione tutti gli strumenti che le necessitano per portare a termine l’incarico nella maniera più proficua e soddisfacente per tutti.

Per qualcosa tipo diciassette anni, le mie giornate sono state scandite dalla campanella di arrivo treno. Non so se ci avete mai fatto caso: siete in stazione, voi sul marciapiede giusto, io di solito sto ancora a un chilometro e corro come una disperata seminando occhiali, chiavi, monete e tette, e a un certo punto attacca a suonare una campanella. Significa che il treno è entrato nella giurisdizione di quella stazione. Suona per circa un minuto, poi smette. Tempo trenta secondi, e il treno vi si scodella davanti. Un po’ come il segnale orario Rai, la pausa di silenzio prima dell’ultimo bip.

Ci son cresciuta, con quel suono lì (“e questo spiega molte cose”, diranno i miei piccoli lettori). È un suono che mi emoziona, le ultime volte che mi è capitato di sentirlo traboccavo dalla felicità. E in ogni caso è un codice che rispetto. Avvisa che qualcosa sta per succedere. Non è cosa da tutti.

La campanella ha appena smesso di suonare.

Christopher agguanta il corno con entrambe le mani e si sporge empatico attraverso la scrivania.

– Lei è una che non ha paura del lavoro. La sua credibilità è basata in gran parte sulla stima che i suoi collaboratori hanno di lei. La percepiscono come una di loro.

Ti stai agitando, Christopher. Pensi di no, ma quel corno non può diventare più lucido di così, neanche se continui a strofinarlo a quel modo. Cràvaci la stamborrata e stupiscimi.

– Quindi converrà con me che sia opportuno mantenere questo stato di cose. Nel suo stesso interesse.

Finalmente qualcuno che se ne cura. Non lo faccio nemmeno io.

– Se la imponessimo dall’alto come una privilegiata, la sua aura ne risulterebbe pregiudicata.

Pensa un po’. Ho un’aura. Mentre valuto se indicarlo o meno sulla prossima versione del curriculum (“lavoratrice specializzata, patente B, auramunita”), lui si accorge che è il momento di conquistarmi definitivamente.

– Per questo le offriremo la massima libertà di gestione dei progetti che le affideremo. Lei avrà a disposizione un ufficio attrezzato, naturalmente negli orari di apertura dell’agenzia, e uno staff di cinque collaboratori validissimi. Potrà organizzare le attività come ritiene più opportuno per il conseguimento degli obiettivi. E le garantisco la totale autonomia nella gestione degli spazi pubblicitari. Le nostre provvigioni sono invidiabili, e abbiamo un sistema di premialità che troverà estremamente interessante.

Eccallà.

– L’invidia è un concetto che non mi appartiene. E, come le avrà riferito la sua assistente, non lavoro a provvigioni. Posto che non mi è chiaro cosa abbiano a che fare le provvigioni con la comunicazione.

La risposta non è nel vento. È nel corno. Bob Dylan non aveva capito niente. E sì che “blowin’ in the horn” avrebbe avuto un suo perché.

– Come le accennavo, tecnicamente non possiamo inquadrarla come responsabile della comunicazione perché ne abbiamo già una. E non gioverebbe al rapporto fra lei e i collaboratori inserirla come una supplente.

Non te la do la soddisfazione di agevolarti il compito, Christopher. Esponiti. So che puoi farcela.

– Tutte le persone che lavorano per noi hanno iniziato allo stesso modo. E hanno ottenuto enormi soddisfazioni. Chi ha optato per proseguire la propria carriera al di fuori ha comunque tratto vantaggio dalle opportunità e dai contatti sviluppati in questa sede.

Christopher. E su. Sei un omone grande e grosso. Non dirmi che hai paura di fare una figuraccia. Coraggio.

– Le stiamo mettendo a disposizione il nostro portafoglio clienti e la forza del nostro nome. Occasioni che non capitano tutti i giorni.

Niente. Non ce la fa.

– Sono certo che capisce la portata di quanto le stiamo offrendo.

Sono certo che anche tu capisci quello che sto pensando, Christopher. Anche senza sottotitoli.

– Perfettamente.

Mi alzo.

– Mi permetta di dubitarne. Non conosco nessun altro che offra il 25% su tutti i nuovi contratti.

Prendo la borsa.

– Il 25% di zero mi risulta sia zero. Mi tolga una curiosità: il profumo di pulito lo fate con le fialette?

– Scusi?

– Non importa. La saluto.

Mi giro solo un istante, quando son già sulla porta.

– A proposito, mi spiace per la disgrazia.

Il corno tintinna forte, cozzando contro gli altri e rovesciandone due. Si affretta a raddrizzarli come fossero creature e mi fissa con un’espressione atterrita che da sola vale molto più del 25% di zero.

– Quale disgrazia, scusi?

– Quella che le capiterà per avermi fatto sprecare la mattinata appresso alle sue fantasiose teorie sullo sfruttamento. Un talento di famiglia, ce lo tramandiamo da generazioni. Di nuovo, tante cose.

Ma tante, tante, tante.

https://www.youtube.com/watch?v=zbsAk1xUrYE

(tutti i dialoghi sono originali e riportati fedelmente. nessun gallo nero è stato sgozzato durante la stesura di questo post)

 

[gente che ne mastica (chattanooga chew chew)]

Sono antica.

Non vedo altra spiegazione.

Ieri notte leggevo questo articolo e pensavo che Reggio Emilia ha sempre il potere di stupirmi (cfr. “Il primo accoltellatore non si scorda mai” –  Dontfearthereaper University Press).

Mentre raccoglievo le braccia per riattaccarmele, riflettevo su quanto opuscoli del genere dovrebbero essere diffusi anche fra gli adulti. Di qualcosa dovremo pur morire, non c’è dubbio. Però se magari nel frattempo ce la godiamo cercando di non far troppi danni ci divertiamo di più. E un promemoria ogni tanto, anche a noi che le cose le sappiamo, male non fa.

Eviteremmo di scappare urlando a mutande calate lasciando di stucco stimabili professionisti che col coito interrotto si son sempre trovati talmente bene da non aver mai indossato un preservativo in vita loroooooo, li sentiamo affermare ancora con beota fierezza in lontananza.

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(ma no, certo che per coito interrotto non intendo quelle varianti meravigliosamente idratanti che solo al pensiero la temperatura dell’aria si innalza di 90 gradi. intendo proprio e solo l’idea imbecille che si tratti di un metodo anticoncezionale e un sistema di protezione efficace. e mi piacerebbe scusarmi per l’ovvietà, ma purtroppo)

Di inorridire davanti, o dietro, o sotto, o sopra o vabbè, ci siamo capiti, a gentiluomini brillanti e apparentemente informati sui fatti, che non avresti mai detto avessero passato gli ultimi trent’anni in una caverna finché non scopri che le donne che gli si concedono la mattina dopo si svegliano e sullo specchio trovano scritto “benvenuta nell’Escherichia coli”.

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Di far brillare tutti i ponti fra noi e vivaci bohemien/nes propugnatori dell’amore libero che, sotto l’effetto di modiche quantità di cassoeula, confessano di aver sperimentato la qualunque. Candidamente.

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Di ritrovarci a tenere a distanza con una sedia e una frusta raffinati tombeur de qualunques chose se mouves che beh, ma se prendi la pillola che bisogno c’è di usare il profilattico, pure se è un rapporto occasionale? Lo dice anche “Men’s health”.

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E, più o meno sporadicamente nel corso della nostra vita, di dare dell’idiota a quell’incosciente che ci guarda dallo specchio, con gli occhi languidi e il sangue ancora ben lontano dal cervello, e che – circonfuso/a di beatitudine e incurante delle nostre occhiatacce sagge e torve –  gorgoglia qualcosa a proposito del parossismo di passione, illanguidendosi ancora al solo ricordo di cose di cui non vorremmo sapere niente.

facepalm

Però.

*** ATTENZIONE – DISTURBANCE ALERT ***

Se per qualche problema vostro non mi trovate insopportabile e volete provare a mantenere questa opinione assurda, interrompete ORA la lettura di questo post.

Perché sarò antica, bigotta, guardatrice di dita anziché di lune, quello che vi pare.

Ma a me che un volantino informativo sacrosanto mi caschi sul linguaggio mi disturba. Certo che i ragazzini le conoscono, le parole. Mica son come me, che a dodici anni vagavo nelle nebbie dei tecnicismi come fossero campi del Tennessee:

 – Dunque, se “minca” è quella roba lì dei maschi, “cazzo” sarà quello delle femmine, giusto?

 

È che, da tesaura sulla via dell’estinzione quale sono, resto convinta che le parole siano importanti, e che ci sia un tempo e un luogo per ogni registro di comunicazione. E che la buona educazione sia ancora un valore (imprescindibile e aggiunto nello stesso tempo) che valga la pena trasmettere e imparare. Per poi prendersi delle licenze, perché no. Ma dopo aver metabolizzato le basi.

Che poi, per dire, a me il termine “pene” mica mi ha mai convinto. Continuo a trovarlo ridicolo e inappropriato. O forse son solo stata molto fortunata ad associare Vostra Magnificenza a qualcosa di gioioso anziché di penoso, non lo so.

(per completezza dell’informazione, riporto qui l’elenco dei sinonimi che appare digitando la parola “pene”: punizioni, condanne, sanzioni, ammende, scotti, fii, castighi, penitenze, espiazioni, sofferenze, dolori, dispiaceri, angosce, tormenti, patimenti, torture (!), supplizi (!!), martiri (!!!) , strazi (!!!11), cordogli, fastidi, disturbi, compassioni, commiserazioni, ansie, preoccupazioni, inquietudini, crucci, struggimenti. Contrari: ricompense, premi, piaceri, benessere. Ora, capite bene che fare affidamento su una lingua in cui il primo/a  a cui capita un’esperienza insoddisfacente segna il destino di un lemma, può essere difficile)

E possiamo essere d’accordo sul fatto che la definizione di organi e pratiche sessuali sia talvolta un campo minato (la parola “umori” esiste, ed è in grado di separarmi dalla mia libido come nemmeno Monsieur Guillotine nei suoi sogni più esaltanti. L’unico umore che resta, quando disgraziatamente la incontro, è il mio, pessimo, per essere stata defraudata di un momento di tensione erotica che magari si preannunciava anche intenso, e che invece mi va a franare sulla quintessenza del trito)

(umori)

(argh)

(da “L’angolo dello sticazzi” è tutto, a voi studio).

 

Però c’è modo e modo. È come se stessi spiegando la regola 12 della bibbia: un conto è che, colloquialmente, chiarisca ai miei giovani virgulti che “ma cosa fischi?” regge il giallo e “arbitro coglione” regge il rosso. Un conto è che se lo ritrovino scritto nel regolamento.

Obiezione: intanto che tu fai la sofista, i nostri figli si beccano l’AIDS, la gonorrea, il morbo del legionario e il cimurro. Al diavolo il linguaggio, l’importante è che se ne parli. E poi, proprio tu, cos’è questa bigotteria improvvisa sulla parola “pompino”?

Una cosa non esclude l’altra, Vostro Onore. Altroché se se ne deve parlare. Dico solo che lo si può fare spendendoci un po’ più di cura, senza farsi scudo dell’emergenza per zappare sopra a quella che è, a mio modestissimo parere, una finalità educativa altrettanto importante di quella sanitaria e sentimentale.

La pruderie mi dà l’orticaria, e “pompino” è una parola straordinaria. Mi piacerebbe solo che non si insultasse l’intelligenza degli adolescenti dando per scontato che non siano in grado di memorizzare più di una definizione per, e che – come fossero dei poveri deficienti – possa essere loro concesso di far impigrire i propri neuroni senza sforzarsi di afferrare il concetto di contesto e registro.

Le parole sono importanti. La sola idea che qualcuno possa perdere anche un solo brivido di eccitazione per via dell’appiattimento linguistico, dell’uso, riuso ed abuto delle parole fino a far loro perdere la carica, mi fa star male. Ma malemalemalemale.

Le parole sono importanti.

Per esempio, con cunnilingum si può andare avanti a ridere per sei mesi o 5000 chilometri (TAN 6,78%, TAEG 9,49%).

 

screenshot fatto quotidiano

[rivelazioni]

Uno dice, le rivelazioni.

Pensi di sapere tutto di una persona, ma proprio tutto.

Tuttotuttotuttotutto.

Ci sono, quelle persone.

Poche, certo, ma ci sono.

Pochissime, d’accordo.

Meno di pochissime, ok, però

Per cortesia, ce la diamo una mossa a inserire il comando

<piccoli lettori pibinchi ammutolish now>, che poi perdo il filo?

Grazie.

Ho perso il filo.

– Oh, no! Una mandria di zebù imbizzarriti sta per piombarci addosso al galoppo!

– Paura, eh?

Persone di cui pensi di sapere tutto, si diceva.

E invece.

A volte colpiscono come uno schiaffo, le rivelazioni.

Altre volte lasciano sbigottiti e senza parole. Ti precipitano in un abisso di destabilizzazione, dal quale – solo se sei fortunato – riesci a riemergere aggrappandoti all’ombra di un’opportunità che intravedi da sotto, come fosse lo scafo di una scialuppa di salvataggio.

– Se l’arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescovisdestabilizzasse,vi desarciviscodesterazzi…

POW!

GLUB!

– Ma ce l’aveva quasi fatta!

– Già, c’era il rischio che pur nuotando mentre blaterava si salvasse, ho dovuto spararle.

Questa è la breve storia di una di quelle volte lì.

Le seconde, sì, le seconde volte, Brigate Pibinche adorate del sacro cuore di Sider, che ve possino.

Da un po’ di tempo a questa parte posso dire di essere smodatamente felice.

(provate a digitare “Sider smodatamente felice” nella finestra di ricerca di Google Translator e fateglielo tradurre in una lingua qualunque. Poi fateglielo ritradurre in italiano. Il risultato finale (oltre a farvi diventare piuttosto popolare nel rutilante mondo delle oneste ragazze slave – letto all’italiana, non all’inglese – interessate di conoscenza, sincero affetto e relazione stabile e disinteressata con bello uomo di Italia, anche niente bello fa uguale, io manda di foto, tu anche manda di foto, meglio se in formato .iban), dall’afrikaans allo zurrustano, sarà immancabilmente “Sider è una pazza incosciente”. Questa è la dimostrazione scientifica definitiva che Google Translator è unammerda e io sono smodatamente felice.

Per riequilibrare la situazione, un dio cattivo e noioso appreso andando a dottrina il primo giorno ha creato le poste, il secondo giorno l’ufficio di collocamento, il terzo giorno ha creato il primo del mese e il quarto ha tuonato dalla sua villa alle Cayman:

– Sider!

– Ronnie, guarda, non è il momento. Nel tentativo fallito in partenza di riequilibrare la mia smodata felicità, una congiunzione astrale che non scopa abbastanza ha deciso che oggi, primo del mese, accidentalmente quello di aprile, dovessi recarmi sia alle poste che all’ufficio di collocamento.

– Non rivolgerti a Me in questo modo, sa’?. Congiunzione astrale lo dici a tua sorella, sono io che ho deciso che.

– Ma se sei morto.

– Maledetto Guccini, non dovevo perderlo a carte con Lucifero. Lucifero bara. Hahahaha, morto, bara. L’hai capita?

– Cristo, pietà.

Assemblea: Cristo, pietà.

(in piedi)

Se le poste rappresentano, nell’immaginario collettivo, l’ultima fermata prima di lanciarsi nel Grand Canyon con tutta la Thunderbird, una sorta di zona franca in cui qualunque abbrutimento è liberalizzato e anzi, atteso, in cui improbabili tacchi 15 offendono il decoro urbano anche senza swarowski, figurarsi con, push-up Innocenti e cotonature da far dare all’alcool tutta la famiglia Ewing compresi i cavalli convivono senza che nessuno se ne adombri con ciabatte splatter, barbe incolte, eau d’inceneritoir e pantaloni del pigiama punibili con un’ammenda da 50 a 500 euro a seconda che vi siano esposti o meno infanti, cardiopatici e donne in gravidanza

-E miga si vede chedè un pigiama.

– No, certo, potrebbe pure passare per una tuta da ginnastica.

– Lo vedi ghe già ne sai.

– Lei è stato azzurro di sciatting alle Olimpiadi dell’80, riconosco il calzino di spugna. Immagino che anche se non gareggia più a livello agonistico la scaramanzia sia dura a morire.

se le poste rappresentano questo, dicevo, l’ufficio di collocamento è ancora un luogo dove invece la dignità umana trova un barlume di conforto. Le ultime tracce di aggressività si diluiscono nella rassegnazione, si aspetta il proprio turno per ore senza dare in escandescenze. I più giovani (pochi) si guardano intorno perplessi, i più grandi hanno per lo più l’aria di quelli che ancora non si capacitano di esser finiti lì. Nessuno che paia appena sceso da un carro bestiame o uscito da un cast del Grande fratello, come se presentarsi in ordine, agli altri, ma soprattutto a se stessi, rappresentasse l’ultima ancora di salvezza mentale a cui aggrapparsi per non perdere di vista il fatto che. Tutti, indistintamente, si rivolgono agli altri in maniera educata, se non cordiale. Alle poste, la signora visibilmente incinta che è appena entrata avrebbe fatto in tempo a partorire, svezzare il pargolo, comprargli l’astuccio e il diario dell’Uomo Ragno e vederlo arruolare nella Legione Straniera, tutto in piedi, prima che a qualcuno venisse in mente di cederle il posto. All’ufficio di collocamento non ha neanche portato dentro il secondo piede che si son già alzati in sei.

Un posto normale, insomma. Di quelli che non fanno audience. Persino gli uscieri non riescono ad essere convincenti nella stronzaggine che il loro ruolo impone per contratto, e gli impiegati, consapevoli di quanto poco sano sia ciondolare come dei perditempo rubastipendio sotto gli occhi di un’orda di anime dannate assetate del medesimo, fanno del loro meglio per guadagnarsi la pagnotta.

Più o meno.

Dopo neanche due ore, sul pannello luminoso esce il 992. Metto il segno al libro, tiro fuori i moduli, mi alzo, mi giro e mi rilasso. Niente scatti da primo giorno dei saldi, ma il galateo dell’ufficio di collocamento prevede di non imporre ai propri compagni di sventura nemmeno un secondo ulteriore di attesa perché non ci si è premurati di prepararsi per tempo. Come scatta il mio numero, un ragazzo in giacca di tweed verde scuro prende il mio posto e va a sgranchirsi nel campo per destinazione.

– Di cosa ha bisogno?

– Aggiornamento dello stato di disoccupazione.

Mille parole in un unico sguardo reciproco. Meglio del bluetooth. L’impiegato prende il mio fascicolo e ne infila un bordo sotto la tastiera per copiare i dati. Si ferma quasi subito.

– Sider con il th?

Non so se temere di non capire o di avere appena capito. Nel dubbio, basisco.

– Prego?

– Il suo cognome, Sider. Si scrive con il th?

Il mio sopracciglio sinistro assume non già la posizione d’urto, ma quella di un perfetto accento circonflesso.

– Per quale motivo dovrebbe?

– Ha un suono straniero.

Giro lo sguardo intorno alla ricerca della telecamera nascosta.

(ormai è tutta roba stravista, ragazzi, via, inventatevi qualcosa di nuovo)

Lui mi scruta severo da sopra gli occhiali. È un impiegato scafato e coscienzioso, lui, conosce le lingue, ha viaggiato. Nel tempo libero insegna recitazione a Kevin Spacey. Non lo coglierò in castagna.

– Con la d normale, quindi. Niente th.

– Con la d normale, certo.

– E beh, lo dice lei, “certo”.

– Sono moderatamente titolata a poterlo dire.

– Sicura.

– Sicura. A noi i punti di domanda ci fanno schifo.

Il fatto che il mio nome e cognome sia scritto in scontatissimi caratteri latini e perfettamente leggibile sul modulo da cui sta copiando non sembra convincerlo, ma si adegua.

Non del tutto, evidentemente.

– Ah, ma aspetti, questo è il nome d’arte?

Non riesco a trattenere un sussulto di sorpresa.

– Mi perdoni?

– Dalla scheda risulta che negli ultimi otto anni ha lavorato nel settore spettacolo. È un’artista, quindi Sider è il suo nome d’arte.

– Mi fa piacere che anche lei consideri arte l’haute cuisine, così come mi lusinga sapere che sul mio conto circolino anche attestati di stima, per quanto, lei m’insegna, molti nemici, molto onore. Comunque no, come vede dalla scheda sono un tecnico. Niente nome d’arte.

Si gira di poco alla sua destra in modo da trovarsi perfettamente di fronte a me, ruota le mani e unisce le falangi.

– Veramente dalla scheda lei risulta sì, tecnico, ma anche artista.

Sottotitolo: chi pensavi di fregare, cocca? Io sono un precisino.

(ragazzi, io ve lo dico, se non vedo il girato e il montaggio definitivo non la liberatoria non la firmo)

– Al di là del fatto che quello che doveva essere un ordinario aggiornamento dello stato di disoccupazione stia virando pericolosamente verso il tentativo di estorcere un qualche tipo di confessione che non riesco a immaginare, e ringrazi che siamo ad aprile anziché a dicembre, le finestre sono ben chiuse e in ogni caso ci troviamo al piano terra, altrimenti me la sarei già data a gambe, è vero che in venticinque anni di attività ho collezionato una serie di esperienze professionali quanto mai disparate, ma le pare che non sarei in grado ricordarmele?

Socchiude gli occhi fiutando il sangue.

– Beh, guardi, se la mette così, i casi son due: o lei ha la memoria corta, oppure qui qualcuno ha dichiarato il falso. Un falso su cui lei, a quanto vedo, ha percepito un sussidio di disoccupazione in precedenza. Che potrebbe non aver molta voglia di restituire allo stato. Quindi provi a far mente locale sulla sua attività artistica.

Ohibò. Qui si fanno le cose in grande. Intravedo già palme d’oro e orsi d’argento. Che peraltro si specchiano nel mio curriculum vitae a prova di macchia, ma se sul copione c’è scritto “la comparsa fa mente locale”, la comparsa fa mente locale.

– Attività artistica, lei mi dice. Parliamo di quella professionale, immagino che la danza classica da bambina, l’esame di ammissione al conservatorio, i cori allo stadio, la natura suicida dipinta per mia madre alle medie e i gran pezzi di teatro davanti alle pattuglie della stradale non rilevino. Ho disegnato molto, questo sì. Ma è stato molto più tempo fa, almeno tre pagine indietro rispetto a quella che ha davanti.

– Lei è sicura, vero?.

Lo dice torcendosi le mani in un’estasi di compiacimento, il figlio naturale di Gargamella e di Bruno Vespa che pregusta il momento in cui scoprirà il plastico del fungo dove è stata assassinata Puffetta.

– Lo sono anzichè no.

– Eppure mi conferma di essere la signora Sider Out, nata a, il, residente in Villa Balorda, comune di Plutone, codice fiscale SDRTOU69H56X911Y, metta la mano sulle pagine gialle e dica “lo giuro”.

Ho fatto cose più assurde.

– Guardi qui.

Gira il monitor dalla mia parte.

Leggo.

Apro la bocca.

La richiudo.

La riapro.

Ok, la mia mobilità orale non è compromessa e può dare ancora molte soddisfazioni.

Però.

Però.

Scorro la scheda. Nel corso degli ultimi 25, forse 26 anni mi son ritrovata a fare una quantità di lavori più o meno probabili. Sono stata una speaker radiofonica, una spacciatrice di volantini pubblicitari, un’insegnante a ripetizione, una giovane promessa del design internazionale, una consulente d’impresa pagata a peso d’oro, una bracciante agricola, un’assistente di direzione ostinata e contraria, una sarta di compagnia, un’operatrice di call center, una responsabile di produzione, un’operaia metalmeccanica, una tour manager, un’attrezzista, un’addetto gare, un’amministratrice di compagnia, una traduttrice, un’autista, una costumista e un’interprete più o meno simultanea. Quello che non sapevo, e che mai avrei immaginato, è di essere stata, per due mesi, nel 2008

– Un’artista di varietà. Ha visto che avevo ragione?

– Mi rendo conto che potrà sembrarle losco e abusato, ma se le dico che lo sono stata a mia insaputa mi crede?

Mi guarda. Da cima a fondo. Non so se lo punga pure vaghezza di farmi girare, ma grazieadio non lo fa.

– Sa che non lo so? Di getto risponderei di no, ma lei mi dà l’idea di essere una piena di sorprese.

Me ne vado prendendolo come un complimento, canticchiando

Sono un’artista di varietà

che varierà finchè la vuoi seguire

non ti disturberà

mentre l’usciere mi chiude la porta alle spalle scuotendo la testa.

[the day after]

Brevissima.

In questi giorni, il tema è tornato più che mai d’attualità.

Purtroppo.

Capitommi sott’occhio questo progetto, che può rivelarsi estremamente utile se supportato dalla partecipazione di tutte e tutti.

www.mappachepillola.org/

A parte questo, il Collettivo Villa Balorda – Comune Deborghesizzata è sempre al lavoro su azioni per la massima diffusione degli anticoncezionali e per la riduzione dei prezzi dei medesimi. Ogni nuovo spunto è estremamente gradito.

Come direbbe il mio amico Ru Catania, have FUN.

 

(finché potete, perché ora son brevissima, ma fra poco torno e vi suono pure gli arretrati)

[lotto, m’arzo (tutti i giorni)]

Stamattina.

Non si staccano l’uno dall’altra. Se per qualche motivo lui è costretto a spostarsi, nel giro di un picosecondo è già di nuovo calamitato sulla bocca di lei, che ha l’aria di essere la regina del mondo, ma una buona, che non fa pesare alla plebe il suo privilegio. Tra tutti e due non arrivano a quarant’anni.

A un certo punto, lui allunga una mano e le palpa un seno. Lei si guarda intorno fingendosi scandalizzata e gli appioppa una pacca secca sulla mano. Lui ride.

– Certo che potresti farmi contento, però.

– Te lo puoi scordare.

– Eddai, una bella terza. Duemila euro, ho chiesto.

– Ma cosa hai chiesto a fare, tanto non lo faccio.

Lei ha smesso di sorridere.

– La metà la metto io, è il mio regalo di compleanno.

– Per chi, per me o per te?

– Dai, fammi contento.

– Te l’ho già detto, io sto bene così.

– Ma pensa come staresti bene con una bella terza.

Allunga di nuovo la mano. Lei gliela intercetta e la devia. Gli pianta gli occhi in faccia, seria.

– Ma perché, così come sono non ti piaccio abbastanza?

Lui intuisce il campo minato. La bacia. Non è stupido, per niente. È solo grasso, ma sembra che a lei piaccia così.

***

Ora di pranzo, lungomare.

Una Matiz color amoreiltuocurryèfantasticomavuoinvitarmiacenaotingermi? accosta.

Ne scende lui, ventiqualcosenne, capello aerodinamico, mutanda non esposta, sopracciglio che Mae West manco sa chi sia.

Gira intorno alla macchina e va ad aprire lo sportello per far scendere lei, altrettanto ventiqualcosenne, scarpe guardabili, pantaloni degni di tale nome, capelli che sono un manifesto anarchico contro lo strapotere omologante della piastra.

Dire raggianti non rende l’idea.

Dire emozionati, invece, la rende abbastanza.

Tra il parcheggio e la spiaggia, due banchetti, uno di ricci e uno misto mazzolini di mimose e asparagi.

Lui guarda l’uno, poi l’altro, poi lei.

Sorride fiutando la trappola.

Lei fa una faccia da poker micidiale.

Lui ne fa una come a chiedersi perché non si è messo con quella che guardava Amici.

Tutti e due evitano di guardarsi ancora e cercano di non ridere, riuscendoci malissimo.

Finché lui gonfia il petto, si avvicina al banchetto di sinistra e chiede un bouquet.

Di ricci.

Lei gli salta in braccio e comincia a mangiarselo di baci, poi, quando l’ha ridotto più o meno della metà come fosse una salsa all’aceto balsamico, scende.

Guarda l’altro banchetto.

Sbotta a ridere di gusto.

Ci si avvicina decisa, confabula col ragazzo, torna dal suo nascondendo qualcosa dietro la schiena.

Quando lui le offre i ricci, lei gli spara in faccia un sorriso smagliante e un mazzolino di asparagi.

Attaccano a ridere come pazzi, e con loro tutti gli avventori del ricciaio, i compratori di mimose e i passanti.

Sta’ a vedere che in fondo c’è speranza.

[two o’clock in the morning]

Due meno venti di notte.
Direi che basta.
Per essere una che non sa contare, anche oggi ho dato i numeri a sufficienza.

(sì, lo so che tecnicamente sarebbe ieri, ma alla sola idea che un’altra giornata da vietcong sia appena iniziata senza che sia ancora finita quella precedente mi sparo in un ginocchio)

(e no, non ho la forza di difendermi, se qualcuno vuole aprire un dibattito su quella trappola maledetta che è l’espressione “senza soluzione di continuità” sono pronta a soccombere a mani basse)

Chissà cos’è che spinge tutte queste persone così diverse a pensare che io ne capisca di numeri. Due ore di matematica alla settimana per tutto il liceo, potete immaginarvi la difficoltà del programma: beh, son riuscita lo stesso a portarmela un anno a settembre. Davanti alle divisioni a tre cifre mi gasparrizzo. Le tabelline le so fino a metà di quella del sette, che per una donna è già troppo. Le incognite sono un gruppo di vocalist acid jazz. In assenza di un pallottoliere, conto sulle dita senza vergogna. Finite le dita, finito il conto. E non fatemi dire che ben altro tipo di pallottoliere avrebbe il potere di rilassarmi, ora come ora, che mi viene da sorridere e mi crolla il personaggio scazzato.

Mi raccatto alla meno peggio e mi trascino via da questo posto scomodo dove da dieci giorni passo i giorni e le notti, chiedendomi a che pro pagare l’affitto di una casa in cui dall’inizio dell’anno avrò trascorso sì e no trenta ore. Maledette scadenze. Dieci minuti consecutivi di pausa in orario urbano sono un lusso fuori portata. Conto sulla comprensione dei miei amici più cari affinché non mi levino ancora il saluto. Grogu mi ha fatto scrivere dal suo avvocato. Non sento un notiziario da giorni, l’ultima volta che son passata davanti a una tv c’era Alfano che sparava cazzate sulle unioni civili, quindi forse era il 2002. Non mi ammalo solo perché non ho il tempo di rispondere alle telefonate di mia madre.

Lancio in aria un calcolatore tascabile di probabilità per stabilire se ci arriverò, a casa, o la finirò a dormire in macchina esattamente a metà strada, nel punto più strategicamente nefasto dell’intero percorso. Perchè io non ce l’ho la forza di fare benzina. E non ho voglia di finire sul giornale come quella che ha dato fuoco al quartiere europeo perchè si è addormentata con la pompa in mano.
Che grazie a dio non mi è mai successo, e per cortesia datevi un contegno.

Avvìomi con guida sportiva.

Sportiva, sì.

Tressette col morto, adesso mi vorrete far credere che non è disciplina olimpica. Cazzo lo pagate a fare Sky Sport se poi non guardate le cose importanti.

Il morto, neanche a dirlo. Mi manca solo il cartellino all’alluce.

Immediatamente percepisco un lamento. Controllo dietro, alle volte Amaranta non sia stata eletta domicilio da qualche ubriaco amante delle maison de charme. Nessuno, eppure il lamento non solo persiste, ma cresce e si modula. Ad un’analisi più approfondita si direbbe il Pulcino Pio che fa i gargarismi col sugo alla pescatora e una zampa presa in una tagliola, quindi ne deduco si tratti di Gigi D’Alessio che fa scempio di “Imagine”. Convoglio i fumi delle ultime energie nell’indice della mano destra. Faccela, Sider. Cambia stazione. Te lo devi. Foss’anche l’ultima cosa che fai in vita tua, non puoi schiattare su questo schifo.

Facciocela. Lascio Yoko e la Tatangelo a litigarsi i diritti nel fango e mi dedico a questioni più urgenti. Tipo:

a)   la radio ora produce suoni tormentati che lasciano intendere una certa propensione da parte del Vate di Correggio per l’accoppiamento selvaggio col bue muschiato. La dottoressa Pollera mi corregga se sbaglio, comunque sempre di bovini si tratta;

b)   un signore richiama la mia attenzione dal bordo della strada. Stivali alti mediamente fetish. Pantaloni neri attillati. Tutto molto bello, gioia, ma se alla fine non osi il petto nudo e il boa come speri di sfondare? Vuoi davvero passare le tue notti sul ciglio di una strada ad adescare automobilisti? Non sono neanche le cinque del mattino, nè il tuo compare è abbigliato come un capo Sioux.

Eppure sì, sembra che gli piaccia. Agita la paletta in un modo che dà da pensare cose, cose tipo che quand’era ragazzino, a casa sua il Postal Market arrivasse senza le pagine dell’intimo, e che quello che sa sul bricolage l’abbia imparato guardando più gli sbandieratori al palio di Siena che la sezione selfie di Youporn. Sto per scendere dalla macchina e chiedergli se fa anche addii al nubilato, quando lo sciocco rovina tutto come un Peter Devine qualunque e punta la torcia verso uno dei miei punti più intimi.

E no.

Voglio dire, con uno sconosciuto, senza una parola, banzai, però un minimo di savoir faire. Uno straccio di taglio di luce, uno sguardo d’intesa, un vedo-non vedo. Poi sì, il sapore del rischio, avoja, vuoi mettere come rende tutto più piccante, il rischio teschio senza vischio, però ecco, alcune cose son troppo preziose perchè si consumino in macchina così, esposte, che poi “esposto” è un verbo che si addice a un omero fratturato, mica a. Non scherziamo.

Io alle mie cose più care ci tengo. Questa, in particolare, da quando ce l’ho la porto sempre con me.

In una busta.

In borsa.

Insieme a tre o quattrocento bollette scadute, rate del condominio ignorate, estratti conto da Saturday Night Live dei polli e toh, il numero di telefono di Assurbanipal, lo cercavo da mesi.

Si tratta solo di spiegare la situazione all’appuntato Baryshnikov.

Alle due di notte.

Con la faccia rassicurante di una di cui Belfagor va in giro dicendo “è un tipo”.

Sto per inginocchiarmi, scoppiare a piangere e promettere di non abbandonare mai più Carrie Fisher sull’altare se non mi multa, quando dal buio sbuca il collega.

Mi guarda.

Nonostante l’attività cerebrale ridotta a zero lo riconosco: è il dirigente addetto all’arbitro della mia gara di domenica. Quella del n°2 femmina compensato dal negro.

Mi legge la disperazione negli occhi.

Sorride.

Si avvicina.

–       Buonasera, commissario.

Moses Pendleton sospende la ricerca del tagliando perduto.

–       Ah, ma è una ..?

Mi guarda perplesso. L’aspetto da socia der Monnezza ce l’ho tutto.

–       A casa che è tardi, allora, buonanotte.

Vado a casa, che è tardi.

Pensando che dev’essere dura la vita dell’infiltrato nei carabinieri.

[outing]

Ci son momenti, nella vita di una persona, in cui si sente il bisogno di parlare. Di buttar fuori quello che si ha dentro, non perché finora magari lo si sia tenuto nascosto, però.

Ho sempre guardato agli outing altrui con un misto di spocchia e orrore, e trovavo invadente, quasi violento, il voler imporre agli altri faccende intime che nella più remota sfera del privato dovrebbero essere custodite. Eppure, una volta di più, son costretta a ricredermi, ora che dal mio profondo l’urlo preme per esondare e gli argini se la danno a gambe prima di essere travolti.

Chiedo scusa in anticipo per questa confessione non richiesta che avrebbe potuto, dovuto essere sommessa e riservata a pochi intimi, e invece si sta per trasformare in una presa di coscienza pubblica, impudica e veemente.

E chiedo perdono, a voi e a me stessa, per l’esposizione pornografica e senza remore di una parte di me che non tutti condivideranno. Anzi. Nella migliore delle ipotesi, quanto sto per dire verrà derubricato alla voce “sticazzi”, e sarà quasi un sollievo in confronto all’ipotesi peggiore, quella che darà adito a una pioggia di accuse che – in coscienza – non sento di meritare. Lungi da me l’idea di atteggiarmi a martire della causa, non c’è un secondo fine, non si tratta di un’autoerotica ricerca di consensi. Tutt’altro.

Ma se questa mia esternazione dovesse servire a far sentire anche uno solo di voi meno isolato nella propria condizione di paria, sappi, o amico – e, più raramente, amica – che non sei solo. Perché anche io, come te

ODIO

LO

SHOPPING

Andare in giro per negozi è un concetto che la mente non considera. È poco moderno, mi rendo conto, ma brasarsi dentro un toro di Falaride indossando una vergine di Norimberga e due stivaletti malesi trovo sia comunque più caritatevole nei propri e negli altrui confronti.

Comprare vestiti è l’orrore. Davvero non si capisce questo moralismo bigotto che pretende di impedire a tutti di girare nudi, come è naturale che sia. Il freddo, mi direte. Ma il freddo dura poco e, nel caso, basta arrotolarsi ben bene in un paio di foglie di vite. Vuoi mettere trovarsi di fronte a un dolmadakia gigante, vuoi mettere l’acquolina in bocca che scatena una visione simile, vuoi mettere i sistemi alternativi per generare calore direttamente suggeriti da cotanta succulenza rispetto a…

(oddio, non ci riesco)

…a…

(pensa all’Inghilterra)

…al pile.

No, dico.

Il pile.

L’anticoncezionale per eccellenza.

Lattice, superlattice, budello naturale, amianto, pillole di cryptonite, cerotti al titanio, spirali ovali: non-servono-a-un-beato-tubo.

Non scherzo. Già, a vederlo scritto, uno legge istintivamente pìle e pensa “ok, va a pile, ma ‘ste pile, esattamente, dove..?”, e quello è il massimo dell’erotismo che vi potete aspettare.

Ma provate a infilarvi sull’apposita, pregiatissima escrescenza un gambaletto color carne: partner che svengono, urla di raccapriccio, libido sbattuta in prima serata nel servizio principale di “Chi l’ha visto?”. Vespa, con ghigno belluino, appronta il plastico titolando “Quel che resta del porno”.

Pensavate fosse il top in materia di sicurezza.

Pensavate.

Ora provate a infilarvi, con molta cautela e tenendo indietro bambini e cardiopatici, un manicotto di pile. Con fantasia da pile (vedi oltre), essenziale perché l’effetto anticoncezionale raggiunga il massimo dell’efficacia: partner che si scempiano calpestandosi per guadagnare le uscite di sicurezza, lacrime di disperazione, la libido strilla Olicrosse e Godamite!, morde la capsula di cianuro e ciao, il prossimo raptus di concupiscenza lo vedrete quando al posto della carta igienica si useranno tre conchigliette.

Non che dall’altra parte funzioni meglio, eh. Donne freddolose, ne hanno stroncato più loro della campagna di Russia. Buttarle in un vulcano acceso potrebbe sembrare la soluzione più pratica, ma non sempre risulta  conveniente dal punto di vista logistico. Per tacere del fatto che alcuni di voi, nostalgici feticisti del sorbetto, fosse pure quello alla cicoria, le amano.

Tanto lo sapete come va a finire.

Osservi perplesso quella specie di inuit che ti gira per casa cercando di capire se sia la tua donna, un/a senzatetto in visita che ha educatamente consegnato i cartoni al guardaroba o un barbapapà fatto di crack. Nel dubbio, tenti un approccio.

Livello 1: plaid di pile da 600gr, indossato a mo’ di poncho come in uno spaghetti western, però girato in Groenlandia, tenuto fermo da una foca viva a bandoliera.

Livello 2: felpa di pile da 800gr, detta La Barriera. Mica per lo spessore, no, è che di norma ostenta una fantasia capace di accecare un bisonte a 900 passi. Riconosciute come armi non convenzionali dall’ICO, le fantasie da pile sono state messe al bando nel 1994, dopo che un’inchiesta rivelò che per la loro realizzazione decine di daltonici venivano sottoposti a trattamento coatto a base di LSD. Uno spreco indicibile.

Livello 3: pantalone di pile da 1200gr. Praticamente il caveau della KfW.

Livello 4: body a dolcevita di pile da 500 gr. Il lasciapassare per il paradiso della bestemmia.

Livello 5: canottiera di pile da 380gr. Voglio trovare un senso all’invenzione del trinciapolli, del divaricatore toracico e della fiamma ossidrica. Anche se il trinciapolli un senso non ce l’ha.

Livello 6: calzamutanda di pile da 400 gr. L’unica cosa che ti impedisce di lasciarti possedere dal demone del velcro è che non sei sicuro di cosa cazzo sia, il velcro.

Dopo sei ore che stai scavando che manco in miniera e non sei neanche arrivato al Livello 9: mutanda di pile da 390gr, intravedi in lontananza una porzione di coscia e ti rianimi tutto. Controlli l’ora: le tre del pomeriggio. Controlli gli strati: 9 all’obiettivo. Vai che entro mezzanotte si tromba. Quando, finalmente, distrutto dalla fatica, sotto le tue mani inutilmente elettrizzate dal poliestere (spiumatrice elettrica, eppure in polleria sembrava una figata) avverti il dolce tepore della creatura che ami, la trovi che fuma soddisfatta, ubriaca di brandy, insieme ai tre san Bernardo che l’han raggiunta prima di te.

Il pile.

Ogni volta che lo sento nominare, vengo travolta dalle sue spire voluttuose e perdo il filo.

Lo shopping, dicevamo. Un film di Mathieu Kassovitz.

Sono cresciuta in una famiglia devota al culto della riparazione. Qualunque cosa rotta poteva e doveva essere riparata. Qualunque cosa, dai tavolini sfasciati durante gli allenamenti di piramide umana storta (Scuola elementare E.Fermi, IV D, campione provinciale 1977-78), ai rapporti sentimentali. Nessun articolo sarebbe mai stato sostituito con uno nuovo finché lo spirito di quello vecchio non fosse apparso in sogno brandendo una petizione contro l’accanimento terapeutico e supplicando una sepoltura pietosa.

Va da sé che comprare qualcosa al primo, secondo, terzo, centoquattordicesimo accenno di malfunzionamento è inteso come un oltraggio.

Sì, lo so che potreste obiettare che così si mandano in malora decine di amici che campano grazie al commercio. A parte che non pensavo conosceste tutti ‘sti pusher, ma sarei ben felice di prendermi cura di loro personalmente (gli amici che campano di commercio, ma anche i pusher), pur di porre fine a questo scempio.

Poi, voglio dire, le parole sono importanti. Cos’avete contro il baratto? Sentite come suona bene: baratto. Evoca scambi cordiali e rilassati fra persone ammodo che, a conclusione dell’affare, sbevazzano insieme ragliando garrule “se tu dai una cosa a me, io poi do una cosa a te”. Shopping fa venire in mente gironi infernali di maniaci sado-ossessivo-compulsivi, traumi da cric per un parcheggio, il Comitato Parenti delle Vittime dell’Apertura dei Saldi, il record indoor di turpiloquio per contendersi l’ultimo articolo di quel tipo.

Comunque.

Io lo so che sono una brutta persona. Ho condotto svariate esistenze facendomi beffe dei dieci comandamenti, delle leggi federali, di quelle della fisica e della termodinamica, del codice di Hammurabi e del manuale delle Giovani Marmotte. Con le virtù teologali ho fatto barchette, in quelle cardinali mi ci son soffiata il naso.

E non me ne sono mai pentita.

Credo sia per questo che qualche divinità superiore mi abbia fatto venire in mente di recarmi presso un centro commerciale di sabato pomeriggio.

In dicembre.

La facevo facile: mi serve del silicone, vado a comprare il silicone. Niente liste della spesa, niente borse di tela, niente verifica preventiva di quello che manca prima di uscire da casa (quest’ultima cosa fa parte della mitologia, l’ho scritta solo per dare un tocco intellettuale a questo papiro). Cinque euro in tasca e via andare, leggera come una libellula, fiduciosa come una pastorella alla periferia di Lourdes.

Talmente periferia che mi tocca parcheggiare al bivio di Carcassonne sur Mammarranque, lì dove parcheggio di solito non c’è spazio manco per mettere un monociclo. Un campanellino comincia a risuonarmi in testa. Cazzo, Trilly, lo sai che capelli ho, se ti ci vai a infognare bisogna tirarti fuori col soccorso alpino. No, non ce l’ho adesso il tempo di tirar fuori anche Elvis e Jim Morrison, devo comprare il silicone.

Trilly innesta Mach 3 e si defila.

(avevo scritto “si depila”, in prima battuta, poi per fortuna mi son vergognata e l’ho cancellato prima che qualcuno potesse leggerlo)

Avanzo di tre passi e mi si para davanti un capellone.

–          Passerotto, non andare via!

–          No, guardi, hanno già provato a darmi del pettirosso in passato, e ultimamente ho qualche problema a star seria in presenza di quaglie, cortesemente, non ci si metta anche lei.

Avanzo di altri tre passi, mi si para davanti un vecchio. Rasputin da vecchio, con un saio e un bastone nodoso.

–          Fuggisci, sciocca!

–          “Fuggisci”?

–          E oh, mi andava a puttane la metrica, fuggisci.

Lo scanso, ché non son qui a giocare a regina reginella, devo solo prendere il silicone e tornare a casa.

Sabato pomeriggio. Dicembre.

Oltrepasso le porte scorrevoli e mi ritrovo nel fosso di Helm.

Taglio, che ormai i panettoni han lasciato il posto alle sedie a sdraio: due cose non potrò mai scordare di questa missione drammatica.

La prima è il vasetto di crema antigravità. Non l’ho potuto fotografare perché guardato a vista da Cerbero in persona, non ho capito se perché ho l’aria di una che si frega le cose nei negozi o di quella che con la gravità pensa di avere un conto in sospeso, anziché una battaglia persa. Però fidatevi, esiste.

La seconda è questa:

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(non metterò mai più piede in un centro commerciale in dicembre, non metterò mai più piede in un centro commerciale in dicembre, non metterò mai più…)

 

 

[come quando fuori]

Piove.

Le tamerici salmastre non fanno un plissé.

La solitaria verdura si trastulla su YouCorn.

Modugno vorrebbe trovare parole nuove per definire Jovanotti, che guardando come piove s’è comprato un pentavano tra le perplessità dei Cult.

Il cagliaritano medio subodora qualcosa.

Sulle prime non capisce, poi – con un’intuizione degna di Larrivey – si affaccia alla finestra.

Guarda a destra.

Niente.

Guarda a sinistra.

Niente.

Tranne che se stesse attraversando la strada l’avrebbero già stirato.

Solleva lo sguardo.

Bullet time: fissa la madre di tutte le gocce trafiggergli omaso, abomaso e sfociargli in peritonite perché nel frattempo ha spalancato la bocca in un parossismo di terrore.

Torna a velocità normale.

Audio. Decibel, watt, cristalli infranti. Slavine.

Ok, panic.

 

I motivi per cui l’abitante di una terra circondata dall’acqua regredisce allo status di Pithecanthropus consternatus in presenza della pioggia non risultano tuttora chiariti. Forse memore della sommersione di Atlantide, di cui ricordiamo il notevole remake del 2008, il cagliaritano medio ha elaborato una strategia che, se pure non gli garantisce la sopravvivenza alla catastrofe, gli consente comunque di rendersi riconoscibile nel panorama delle specie di futura estinzione.

Alla prima goccia, il cagliaritano medio assume la caratteristica espressione da urlo di Munch, mantenendo la quale si premura di dare la notizia ai parenti, ai vicini, ai lontani e a tutti gli amici di Facebook. Di questi, tutti quelli che non commentano a tema con grande scialo di allarmismo, vocali e punti esclamativi, che non cercano il sindaco e/o non mettono manco un like cancarato, vengono depennati pure se sono le svedesi bone conosciute a San Teodoro l’estate prima. Spesso si tratta di un falso allarme, è solo la signora Putzolu del sesto piano che innaffia la peonia, ma non si sa mai.

Alla seconda goccia, tira fuori dall’armadio la divisa da lagunare della Serenissima vinta a scala quaranta a Ferragosto al marito foresto della cugina che vive a Piove di Sacco, e comincia a mandare in loop a volume altissimo le cassette dei Rondò veneziano per caricarsi.

Alla terza goccia afferra un megafono e attacca a urlare istruzioni per riempire l’arca, dando la precedenza agli animali da cortile e ai santi col priority boarding.

Di norma, il diluvio si arresta prima della quarta goccia, e il cagliaritano medio è costretto a limitarsi a dichiarazioni post-partita in cui a parole promuove l’assetto della squadra e attribuisce alla sfortuna la mancanza di occasioni, mentre dalle espressioni facciali si evince una certa carenza di bifidus activus nella sua dieta quotidiana.

Ma di tanto in tanto Giove pluvio esagera e ne rovescia una tazzina. A volte addirittura una mezza pentola. E allora sì che il cagliaritano medio dà il meglio di sé. Perché quando piove davvero, la cosa migliore che un cagliaritano medio possa fare è mettersi in macchina e uscire senza che ve ne sia alcuna necessità. Otturare le strade al primo spruzzo di pioggia, per il cagliaritano medio, è un dovere civile. In nessun altro posto come in mezzo a viale Marconi intasato può esternare tutto il proprio comprensibile, condivisibile et eziandio legittimo stupore per il fatto che a metà novembre cominci a piovere.

(non chiedetevi cosa ci faccia un cagliaritano medio in viale Marconi quando piove; chiedetevi cosa può fare viale Marconi quando piove per lui)

Una cosa però gli va riconosciuta. Il cagliaritano medio non discrimina. Il cagliaritano medio è equo. Spesso anche solidale, ma soprattutto equo. Con la q. Dedica a ciascuna goccia la stessa attenzione, senza disparità, senza preferenze, chinandosi per scrutare il cielo oltre l’orlo del parabrezza e osservando ciascuna per lo stesso numero di minuti. L’interesse che mostra  per i tamponamenti? Triplicatelo e avrete quello che riserva alle gocce. Tutte, nessuna esclusa.

E intanto piove.

(uno stillicidio

zeppo di tonfi di motorette e strilli

di bambini)

Si procede a passo d’uomo.

Recentemente operato al menisco.

Si socializza, si scopre che si conoscono di fama le reciproche madri e sovente anche i padri, le cateratte favoriscono un’intimità in cui nessun dettaglio può restare privato, nemmeno a tre macchine di distanza. I gesti riportano, a quelli più lontani, affinché non si sentano esclusi ma – anzi – possano partecipare al dibattito, il dettaglio di volumetrie e proprietà dilatatorie che poco hanno del millimetrico. Uno zoologo prende appunti da un’Agila, riservandosi di verificare.

Si esorcizza la morte per annegamento in cunetta strombazzando ritmi sincopati, le sincopi dirette a quelli che si attardano a sottolineare le differenze tra la goccia n°794 e la 795. Il legittimo sbigottimento pluviale cede il passo prima al fastidio, poi all’irritazione, infine all’oltraggio puro, queste cazzo di gocce che arrivano dal continente a rubarci il lavoro, il nostro lavoro fatto di sudore sotto le ascelle delle magliette quando pranziamo al Poetto. Il 10 di novembre. Scalzi.

Cominciano le prime allucinazioni. All’ennesimo verde perso, quello con la divisa da lagunare sale sul tetto della macchina e comincia a declamare

Come lo scoglio infrango

Come l’onda travolgo

E viene risospinto dentro da una bordata di

Cummenti is callonis chi c’as scroxiau a ghiaia, spesari’ a casinu!

La pioggia non accenna a scemare. Dalle macchine, invece, si scemeggia in abbondanza. Due appassionati di vela discutono su chi abbia la precedenza all’incrocio di via Newton:

–          Randami ‘sto cazzo!

–          No, me lo randi prima lei!

Il cagliaritano medio comincia a sentirsi l’acqua alla gola pure se a terra non supera i tre millimetri. Nelle case si rafforzano gli argini delle portefinestre coi mezzi di cui c’è più disponibilità: gli asciugamani da mare.

Sale l’angoscia, quella sì, quella acre generata dal pericolo. Perché il cagliaritano medio si preoccupa che gli entri l’acqua in casa pure se abita in cima alla torre di San Pancrazio e gli ha appena citofonato san Pietro per chiedergli se possono salire da lui, ché giù da loro c’è un po’ di umidità. Due palombari aspettano il traghetto per attraversare via Vienna.

E poi accade l’imprevedibile.

Tutto si ferma. Tutto, anche il rumore. Non si sente volare una madonna.

Un arcobaleno perfetto, vivido da sembrare solido.

Scendono dalle macchine con gli occhi sgranati, tutti improvvisamente amici, cagliaritani e quartesi, idrorepellenti e repellenti e basta.

La cosa più bella del mondo.

L’arcobaleno, non i repellenti.

È ancora lì quando entro nel girone infernale. La macchinetta dei numeri è stata sradicata dal muro. Un’orda di huruk-hai brandenti impegnative tiene sotto assedio una porta. Quattro individui di sesso imprecisato attaccano qualunque camice di passaggio con la bava alla bocca, tenuti indietro a stento da parenti che vorrebbero sotterrarsi. Hieronymus Bosch schizza alla buona in un angolo per non perder gli spunti. Un hobbit annuncia che ha olio di proprietà da vendere, per chi fosse interessato.

Il mio chirurgo ha un’urgenza, e con lui Camice amaranto. Mi tocca seguire il camice azzurro di una che si è appena vantata con la collega di non leggere mai, niente, manco le istruzioni dei cannelloni surgelati. Leggere è una perdita di tempo, dice, “se voglio vedere cinquanta sfumature di grigio mi basta guardare i peli del pistillone [testuale] di mio marito e mi passa la voglia”.

Mi zappa in faccia con la delicatezza di un pitbull in crisi d’astinenza che sente un chilo di coca venti centimetri sottoterra. Esco con le lacrime agli occhi dal dolore e una medicazione inutile che ho provato inutilmente a farmi rifare. “Gliel’ho fatta bellina, che è ragazzina, quelle brutte lasciamole ai vecchi. Di cosa si lamenta?”.

Di niente.

Fuori, l’arcobaleno è ancora lì.